Dag Hammarskjöld, un vero credente e un esempio di saggezza a servizio dell’umanità

Viviamo tempi molto disagiati. Leader politici che vivono alla giornata, coltivano ogni rancore e odio, ricercano il potere fine a sé stesso. Trump ne è l’esempio peggiore. Abbiamo bisogno di ricercare maestri: se fatichiamo a trovarli nel presente, possiamo ricorrere a testimonianza luminose del passato.

Sessantacinque anni fa, nella notte tra il 17 ed il 18 settembre 1961, moriva a 56 anni in un incidente aereo a Ndola (nell’attuale Zambia) il Segretario generale dell’ONU, Dag Hammarskjöld. Si recava in Congo per tentare una pacificazione tra le parti e lavorava per un Congo unito contro la secessione del Katanga, sostenuta dai grandi interessi minerari internazionali. Qualche mese dopo la morte venne insignito del premio Nobel per la pace, con la motivazione: “per tutto quello che ha fatto, per quello che ha ottenuto, per l’ideale per il quale ha combattuto: creare pace e magnanimità fra le nazioni e gli uomini”.

Colpisce la parola “magnanimità”. Tutta l’attività pubblica di Hammarskjöld era alimentata da una intensa spiritualità, dalla convinzione che la grandezza dell’uomo, la sua disciplina interiore può far grande l’azione.

Dag Hammarskjöld progettò personalmente e seguì con cura la realizzazione della stanza per la meditazione, che ancora oggi si può visitare nel Palazzo delle Nazioni Unite a New York. Sono significative le parole con cui Hammarskjöld la inaugurò: “Ciascuno di noi ha dentro di sé un centro di quiete avvolto dal silenzio. Questo palazzo, dedicato al lavoro e alla discussione a servizio della pace, doveva avere una stanza dedicata al silenzio, in senso esteriore, e alla quiete in senso interiore. L’obiettivo è stato di creare in questa piccola stanza un luogo le cui porte possano essere aperte agli spazi infiniti del pensiero e della preghiera”.

Per comprendere la ricchezza della ricerca intima di Hammarskjöld è sufficiente scorrere il suo diario, una serie di fogli in cui appuntava piuttosto che fatti pensieri, riflessioni, annotazioni di carattere spirituale, componimenti poetici.

Così scrive nel 1952: “Mantenere il silenzio interiore in mezzo al frastuono. Rimanere un humus aperto, quieto e umido nel fertile buio dove cade la pioggia e cresce il grano, senza preoccuparsi di quanti, in questa arida luce del giorno, calpestano il suolo in vortici di polvere”.

All’inizio del 1953, l’anno in cui assumerà l’incarico cui adempierà fino alla morte, annota: “al passato grazie, al futuro sì”. Questa capacità di dire un sì al futuro dovrebbe essere la virtù principale di ogni buon politico, considerando il passato una eredità preziosa che ci orienta – e ci consiglia – ma non la regola da ripetere acriticamente. La negazione di futuro è forse la maggiore colpa di questa epoca: nel consumare le risorse (ambientali ed economiche) delle successive generazioni, nel giocare tutto nell’orizzonte dell’oggi; il consenso immediato, il sondaggio quotidiano, la battuta ritenuta efficace sui social. Per Hammarskjöld occorre saper scrutare lontano: “Non guardare per terra ad ogni passo: solo chi guarda lontano troverà la via: Non accettare mai quanto otterresti per concessione. La vita dona solo al conquistatore… non calcolare l’altezza della montagna prima di averne raggiunta la cima. Solo allora capirai quanto era bassa”.

“Merita il potere solo chi ogni giorno lo rende giusto”. Ogni giorno, in una visione lungimirante, ma senza sfuggire all’obbligo del pane quotidiano. Esercitare il potere con una rigorosa disciplina interiore: “La tua posizione non ti dà mai il diritto di comandare. Solo il dovere di vivere in modo tale da permettere agli altri di seguire il tuo ordine senza essere umiliato”. L’umiltà nell’esercizio del potere, la ricerca appassionata delle ragioni dell’altro, che non esclude la fermezza necessaria nel perseguire le vie del bene e del giusto, o almeno di ciò che appare il bene ed il giusto alla propria coscienza: “Facile essere gentili anche con il nemico, per mancanza di carattere… non cedere per amor di pace, tradendo le tue esperienze e le tue convinzioni!”.

La parola è lo strumento principale del politico: per proporre, per convincere, anche per ingannare. E la crisi della rappresentanza sta tutta in questa divaricazione tra le parole dette così veloci e spesso superficiali, le azioni lente e faticose, i comportamenti individuali così disinvolti. Aveva ben presente Hammarskjöld questa divaricazione, quando scriveva nel 1955: “Rispettare la parola: usarla con estrema cura e incorruttibile amore per la verità, ecco una condizione perché maturino la società e la specie umana. Abusare della parola equivale a disprezzare l’essere umano”.

All’inizio del 1956 le annotazioni si aprono con questa preghiera, che esprime con semplicità l’atteggiamento con cui Hammarskiold ha vissuto il suo impegno di civil servant:

“Dinnanzi a te, padre,

in rettitudine ed umiltà,

con te fratello,

in fedeltà e coraggio

in te, spirito, in quiete.

Tuo perché la tua volontà

è il mio destino, votato,

perché il mio destino

è di essere usato e consumato,

secondo la tua volontà”.

Quante parole superficiali e strumentali sul rapporto fede politica ci tocca leggere e sentire. Ma è la coltivazione spirituale che rende credibile il rapporto.

Ricchezza di vita spirituale e straordinaria concretezza nell’azione: questo l’insegnamento prezioso di Dag Hammarskiold, da non disperdere e da celebrare a sessantacinque anni dalla sua morte.

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