Latino, lingua morta? Per Vittorio Feltri, più viva che mai e immortale
Il nuovo libro del grande giornalista, pubblicato da Rizzoli, propone stimolanti considerazioni, riflessioni di attualità, aneddoti biografici
Non si tratta di essere di destra o di sinistra, progressisti o retrogradi, qui – cioè parlando di latino, e parlandone oggi – vengono alla luce, riemergono dai nuvoloni e dalle tempeste del tossico Sessantotto, opinioni e valutazioni da troppo tempo dimenticate. Sentite questa:
“Il latino non si studia per imparare il latino, si studia per abituare i ragazzi a studiare, ad analizzare un corpo storico che si può trattare come un cadavere ma che continuamente si ricompone in vita”. Si studia il latino, e così pure il greco, insomma, come “ginnastica mentale”… E rispondete alla domanda: è di un bieco reazionario, come l’illustre Corso Buscaroli (1893-1949), o di un non certo progressista Giovanni Battista Pighi (1898-1978)?
No. Reca (udite! udite!) la firma di tale Antonio Gramsci (1891-1937), padre nobile del Partito Comunista Italiano, senza contare poi che latinista di fama e fiore all’occhiello dello stesso partito fu Concetto Marchesi, somma autorità in materia, assertore della validità degli studi classici, di quella lingua tuttora viva e della quale, magari inconsciamente, ci serviamo per taluni termini e certe forme anche nel nostro tempo, con tracce in altri idiomi nel mondo.
A farci sorridere in anni ormai lontani, ma in un certo qual modo recenti, cioè dopo gli Ottanta del ’900, furono Siamo tutti latinisti (Rizzoli 1986) dello studioso e umorista Cesare Marchi (1922-1992) e I segreti del latino (Mondadori 1991) dell’accademico Enzo Mandruzzato, non certo appartenenti politicamente alla stessa “parrocchia”!
Da allora ad oggi non ci siamo aggiornati, ma – sempre tenendo ben presenti quei due testi stimolanti, anche per il carattere conversevole della scrittura – eccoci adesso all’incontro con un libro di Vittorio Feltri, un testo rivelatore che, tra l’altro, apre un orizzonte sulla vita privata di questo principe del giornalismo. Come in altri casi (viene alla memoria il ricordo prezzoliniano del conterraneo, collega dantista, Dino Bigongiari, docente insieme a lui nell’Università di Columbia, che ragazzo parlava latino con lo zio prete) c’è di mezzo un sacerdote “di quelli di una volta” che studiavano, studiavano e ancora studiavano Dante, i Padri della Chiesa, gli autori greci e latini, quel clero insomma che pure un tipaccio come Leo Longanesi citava appropriatamente in pagine non dimenticabili su una vecchia Italia e una vecchia Romagna, dove i preti, appunto, leggevano l’Iliade… Latino e greco, caposaldi di quella cultura classica che è alle radici della nostra civiltà.
Veniamo a Feltri, allora. Innanzitutto per dire che il libro è di godibile lettura anche perché ci sono, accanto a osservazioni “in materia”, considerazioni su aspetti della nostra società, nonché su episodi della sua vita (umana e professionale) a incominciare dalla presenza, proprio per il latino, di un sacerdote: e così fanno due con quella di monsignor Andrea Spada, mitico direttore dell’Eco di Bergamo, quotidiano nel quale Feltri esordì. Si tratta di monsignor Angelo Meli che ha lasciato un forte segno nella formazione classica del giovane Vittorio, chiamato a una vita di sacrifici avendo perso il padre già da bambino. Ma, continuando con il latino (e con i preti), siccome “omne trinum est perfectum” – ogni cosa trina è perfetta – ecco la prefazione al libro di Giulio Dellavite, colto sacerdote bergamasco, in passato attivo nei dicasteri vaticani.
La scorrevolezza delle pagine di Feltri cattura sempre il vivo interesse da parte del lettore anche per i riferimenti, come accennato, a fatti di cronaca, a momenti della sua vita, attraverso capitoli dall’emblematico titolo, quali ad esempio “Il vezzo della citazione”, “Carpe diem”, “Per aspera ad astra”, “Dot ut des”, “Audentes fortuna iuvat”.
Uno dei primi capitoli si intitola “Le radici visibili e le radici invisibili”, dove con un riferimento a L’antico che sembra nuovo troviamoun accostamento interessante della parola curriculum all’incarico governativo affidato dal presidente Mattarella a Mario Draghi. Occasione che permette a Feltri di ricordare un suo incontro con il personaggio e… oltre, per poi avvertire: “È un uomo di intelligenza notevole, arguto, in più anche garbato e piacevole. Ho sempre avuto la sensazione che avesse grande rapidità nel cogliere il problema se ce n’era uno, e soprattutto che disponesse di una straordinaria praticità. Ma naturalmente questo non è bastato perché poi mostrassi simpatia per il suo governo, all’inizio mi sono tenuto in posizione d’attesa, e sinceramente non capivo tutta quella devozione nei suoi confronti, prima ancora che avesse mosso un dito. Giornali e televisioni avevano smesso di pensare, colti da una specie di trance che produceva solo servilismo, Draghi era ormai una religione che tutti praticavano. Ognuno forse accecato in quel (eccoci al punto, ndr) curriculum” in precedenza illustrato.
Queste righe sono un esempio del modo di inquadrare, per così dire, una parola latina di largo uso nel nostro parlare e scrivere legandola all’attualità, come in altri casi, con eleganza, ironia, anche polemica, da parte dell’autore.
Non può mancare, fra tanti riferimenti, una citazione del valore che Giovanni XXIII attribuiva al latino per la sua speciale efficacia, relegato successivamente proprio da uomini di Chiesa fra le anticaglie da dimenticare…
Dalla macchina per scrivere al computer, il passaggio del vecchio giornalista Feltri non avvenne senza patemi, ma per quanto attiene ai nostri interessi, ecco: “E attenzione, proprio nel monitor c’è ancora latino, latino camuffato. È un elemento del computer, e capisco che abbia perciò un’aria così inglese, invece garantisco che è ancora latino, quello vero. Intendiamoci, la parola rimbalza di nuovo nella nostra lingua grazie all’inglese, che l’ha ripescata dal passato, e le ha dato una nuova vita. Ma la parola viene da monere, che significa ‘ammonire’, quindi siamo autorizzati a tradurre monitor con ‘ammonitore’, cioè lo strumento che ci avverte di quel che sta avvenendo”.
Pagina ricche, oltre che di spiegazioni, pure di riflessioni, ancora, quelle di Feltri – che ne sono un po’, le riflessioni, il sale, o il pepe, fate voi.
“Per aspera ad astra (quasi un proverbio)” contiene in fondo, secondo l’autore, un’etica che ricorda gli insegnamenti del cristianesimo. L’idea che per conquistare un qualsiasi traguardo sia necessario passare per la fatica, e in molti casi anche attraverso un percorso di sofferenza, “l’abbiamo imparato al catechismo, e forse prima ancora ce l’avevano già trasmessa i genitori…”. Testimonianza vivente di questa massima viene infine indicata da Feltri nei tre dell’Apollo 11, che dovettero affrontare serie difficoltà prima dello “storico allunaggio”…
Avanti ancora, sino alla fine, con osservazioni e riferimenti acuti, divertenti ma pure talvolta cupi, tristi. Come nel caso del famoso “Homo homini lupus”, eccoci agli estremismi politici, in particolare all’assassinio di Walter Tobagi. E come meglio esprimere quel belluino episodio se non rifacendosi alla eloquente espressione attribuita a Plauto?…
Attualità del latino, che, “ci piaccia o no, ce l’abbiamo dentro, un po’ come io la polenta e i napoletani la pizza” sottolinea l’autore, e noi con lui! Potremmo continuare con le citazioni, ma qui ci fermiamo: “et de hoc, satis”, dunque.
Come poscritto, aggiungo un ricordo e una considerazione.
Il ricordo: una serata di dicembre 1971 a Trenton (New Jersey) a cena dal professor S. Eugene Scalia, già prezioso collaboratore di Giuseppe Prezzolini per il Repertorio bibliografico della storia e della critica della letteratura italiana 1902-1942. Nel mio primo (breve) soggiorno americano dall’amico ravennate Cesare Maioli, futuro cattedratico nell’Alma Mater Studiorum, in quel di Philadelphia, ne avevo approfittato per altre visite legate alla mia amicizia con Prezzolini: suor Margherita Marchione, Cambon, Rebay, Pettinella e Scalia, appunto, padre del futuro giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Antonin Gregory. Si parlava di letteratura e, quindi, di latino. Scandalizzato si diceva, lo studioso, per quel mass media che troppi italiani pronunciavano midia, all’inglese, ignorando forse che media era il plurale della parola latina medium, e come tale andava pronunciata; quindi, non mass media, bensì mass medium, al singolare… e via elencando altre forme di sudditanza intellettuale degli italiani al mondo anglosassone.
La considerazione: benché non abbia compiuto gli studi classici, ma il latino l’abbia studiato soltanto alle medie inferiori, l’ho sempre ammirato, a incominciare da quando chierichetto sotto la guida di don Luigi Quinche (pronuncia, Chens), nella ravennate chiesa di Santa Giustina, servivo messa. In latino ho sempre pregato e nel latino ho sempre trovato una forma di elevazione a Dio, un compiuto senso del sacro, specialmente in quello Stabat Mater, sequenza attribuita a Jacopone da Todi, in cui quel “cuius animam gementem, contristatam et dolentem, pertransivit gladius”, così fortemente profonda nel suo crudo realismo, mi commuove tuttora, recitandola ogni venerdì…
