L’arte di Venezia: storia e meraviglie tra città, laguna e territorio
I recenti restauri delle opere di Tintoretto, nella Basilica Palladiana sull’isola di San Giorgio Maggiore, diventano occasione per riflettere sull’influsso e sulla diffusione della bellezza nei luoghi, negli ambienti, nel paesaggio un tempo governati dalla nobiltà della Serenissima
Ho sempre amato la pittura veneziana espansa nella città dogale per la sua particolare condizione politica, religiosa, sociale e pure geografica. In particolare ho apprezzato Tiziano, scoperto nella sua autenticità di luce e di colore ai Frari: alludo soprattutto alla composizione dell’Assunta, le cui mani protese verso l’alto sono tra le più grandi espressioni artistiche del sentimento religioso. Che dire poi del colore, i cui toni avvampanti accompagnano il movimento della composizione verso il cielo nella vastità dello spazio, in modo così diverso dal Giorgione? Ugualmente mi ha catturato, nella scuola di San Rocco, l’opera del Tintoretto per la scenografia delle sue opere, caratterizzate da una luce che le accende evidenziando le situazioni rappresentate: una luce tipica della pittura veneziana nelle sue varie declinazioni, ben differente e tipica rispetto a quella di Caravaggio.
Una vera scoperta, tuttavia, è stata per me la notizia del recente completamento del restauro, iniziato nel 2025, di due tele monumentali (ciascuna di metri 3,70 per 5,70) appunto del Tintoretto: L’ultima cena e Il popolo d’Israele nel deserto, un patrimonio artistico di straordinario valore storico e spirituale, ravvivate in colore e luminosità, ricollocate nel presbiterio della Basilica Palladiana e presentate al pubblico durante una cerimonia ufficiale. La definisco una grande scoperta anche perché, nei miei lontanissimi ricordi universitari, mi rivedo alla Fondazione Cini per una lezione di letteratura italiana tenuta dal professor Vittore Branca, sull’isola di San Giorgio Maggiore. Altra età, altro tempo: mentre risento ancora le parole di Branca, un completo oblio – nella mia memoria – avvolge invece il Tintoretto. Forse, a quel tempo, non era ancora così avvertito il legame tra arte, natura, luoghi oggi invece divenuto, fortunatamente, motivo conduttore in molti restauri nella stessa Venezia e nelle isole della laguna, disseminate d’opere intrise di quella venezianità attraverso le quali la città ha dispiegato e tramandato la sua potenza.



Il restauro, avvenuto negli spazi della sacrestia messa a disposizione dalla comunità benedettina, è avvenuto in una sorta di “cantiere didattico” che ha permesso ai visitatori di seguire direttamente le varie fasi del recupero, reso possibile grazie al finanziamento di Save Venice e della famiglia Stracke, con il lavoro dei restauratori di CBC Conservazione Beni Culturali, sotto la direzione di Caterina Barnaba e con il supporto di specialisti nel settore. La documentazione fotografica dell’è stata curata da Matteo De Fina.
Di queste opere, che conoscevo già dai tempi dei miei studi liceali e universitari, mi ha colpito ora nuovamente la suggestione delle luci balenanti, che rivelano il dinamismo delle pitture dando quasi parola ai gesti dei personaggi. Sono le caratteristiche del linguaggio visivo del Tintoretto, strumenti espressivi – liberi da qualsiasi intenzione teatrale – nei cui chiaroscuri vengono esaltate le note più alte del nostro stupore e di un’emozione che si tramuta in contemplazione. Questi capolavori del tardo Tintoretto sono in perfetta armonia con l’architettura del Palladio e con il respiro della natura.
Di fronte a tale maestria, e pensando appunto alla natura, mi si riaffaccia alla mente un altro ricordo personale: la scoperta, esplorando Via delle Valli nel Delta del Po, di un oratorio settecentesco dedicato alla Madonna, un tempo utilizzato dai nobili veneziani della famiglia Mocenigo per celebrare, il 15 agosto, la messa dell’Assunta insieme ai valligiani, cui i possidenti affidavano la cura del proprio patrimonio ittico e faunistico dislocato nelle insenature lagunari. La magnificenza del capoluogo, quindi, presente anche lì nelle dimore, nelle opere di idraulica inserite nello scenario di una natura dalla rara bellezza. Riporto alcuni stralci di quanto scrivevo su Il Popolo Veneto dell’ottobre 2025: “A sinistra la laguna nella sua immensità sconfinata e a destra, all’apertura di queste tende vegetali, appaiono ville proprio sulla soglia della laguna, con il loro abituale corredo di oleandri. Qui la natura non ha limiti e, obbediente alla legge del creato, si espande in un altrove che non ci appartiene (…) Più avanti, dalla parte sinistra, una serie di costruzioni “nascoste”: le case degli attuali pescatori che lì attraccano le imbarcazioni. (…) Ci attirano cancelli aperti sull’infinito invalicabili, tutela di centri faunistici e venatori, che rimangono solo un desiderio di un oltre che non ci appartiene: possiamo solo seguire la lunga strada sterrata che lambisce la laguna e immaginare in fondo una villa, un oratorio. In direzione Porto Levante, attraverso paesaggi magici delle valli Veniera, Sagreda, Morosina e Moceniga, appare brillante nel verde un oratorio per la messa dell’Assunta (…). Luogo di preghiera, espressione artistica del Settecento ad opera dei Mocenigo, nobili veneziani, che acquistata là una vasta zona, la resero una valle per attività di caccia e pesca. Segno del potere economico-sociale di Venezia che via mare, fiumi e canali, arrivava ovunque lasciando tracce della sua presenza”. Ma almeno altri cinque o sei oratori sorgono nella zona, sempre come segni della venezianità ancora identificabile: “Tanta bellezza fa pensare che civiltà e paesaggio, quando s’incontrano armoniosamente, segnando l’orma della storia, accendano lo splendore dell’umano procedere. Tutto questo non dà gravezza alla meraviglia, alla serenità provate contemplando la pace che infonde la laguna, così pudica in ogni sua espressione di vita. Silenziosamente pulsa negli ‘orti’, nei campi lagunari coltivati a molluschi, nelle barene piene di uccelli celati in nidi segreti o bianche gazzette quasi richiami in mezzo al verde, in attesa di uccelli di passo e di tribù di rosati fenicotteri”.

Divagazioni che, partendo dall’occasione dei restauri del Tintoretto, vogliono essere un personale invito a scoprire questo mondo misterioso, aperto in pagine di stupori naturali e storiche presenze, per riconoscere i rapporti di Venezia con la terraferma. Ma torno quindi al Tintoretto, in San Giorgio Maggiore, della cui Basilica Palladiana è oggi custode l’Abate emerito Padre Norberto Villa, per lunghi anni guida dell’Abbazia benedettina di Praglia e lì, nella prima metà dello scorso decennio, promotore assieme a me, in un connublio di cultura e amicizia, del Cenacolo “Insieme nell’Umano e nel Divino”. Volentieri riporto parte del comunicato stampa inviatomi per l’occasione da Chiara Scaccianoce: “L’intervento di conservazione per L’Ultima Cena e Il popolo d’Israele nel deserto segna un nuovo e significativo capitolo nella tutela di questi dipinti, il cui ultimo restauro documentato risale al 1937, quasi un secolo fa. Eseguito con grande attenzione, il trattamento ha restituito chiarezza e profondità alle opere, permettendo di far riemergere le sottili variazioni tonali e le straordinarie qualità pittoriche di Tintoretto. La rimozione delle vernici ingiallite e delle ridipinture alterate ha progressivamente rivelato dettagli a lungo nascosti da materiali non originali. Con l’avanzare del restauro, i colori hanno riacquistato vivacità, i passaggi tonali sono tornati leggibili e le composizioni hanno recuperato un rinnovato equilibrio e una maggiore coesione. Le lacune pittoriche sono state sottoposte a un’accurata reintegrazione con materiali stabili e reversibili, mentre uno strato finale di vernice garantisce oggi sia protezione sia unità visiva. Figura centrale del Rinascimento italiano, Jacopo Tintoretto realizzò alcune delle sue imprese più ambiziose nel monastero di San Giorgio Maggiore, all’interno dell’impianto architettonico concepito da Andrea Palladio. I due teleri sono molto più che semplici elementi decorativi: rappresentano il culmine di un lungo e complesso percorso artistico. In particolare ne L’Ultima Cena, Tintoretto porta a compimento quasi cinquant’anni di sperimentazione, spingendo composizione, luce e narrazione verso nuove vette espressive. Realizzati intorno al 1591-1592, i due dipinti furono concepiti in stretta relazione con il presbiterio e l’altare maggiore, trasformando lo spazio in un’esperienza visiva unitaria, in cui pittura e architettura si fondono”. Fu sempre per l’Abbazia di San Giorgio Maggiore che Tintoretto realizzò per la Cappella dei Morti la sua ultima opera, La Deposizione di Cristo nel sepolcro, completata poco prima della sua scomparsa nel 1594 e anch’essa restaurata, nel 2020, da Save Venice.
Save Venice è un’organizzazione no profit americana, nata nel 1971 dopo la devastante acqua alta del 1966, dedicata alla salvaguardia e conservazione del patrimonio artistico di Venezia, offrendo sostegno a progetti e campagne di restauro che hanno già interessato, in oltre cinquant’anni, più di duemila opere d’arte e architettura. Frederick Ilchman, Save Venice Chairman, ha espresso vivo apprezzamento per gli eccellenti risultati raggiunti dalle restauratrici della CBC Conservazione Beni Culturali e, con un profondo ringraziamento alla famiglia Stracke, ha dichiarato che le due opere “costituiscono uno straordinario esempio di dialogo tra pittura e architettura, e rappresentano uno dei risultati artistici più elevati del tardo Cinquecento. L’intervento conservativo ha restituito piena leggibilità e profondità a queste monumentali tele, offrendo al contempo nuove prospettive sullo stile tardo dell’artista, sul suo uso della luce e sulla complessità della sua visione narrativa”.
Tra le campagne di restauro recentemente concluse da Save Venice figurano alcune delle opere più significative del patrimonio artistico veneziano: dal soffitto e portali monumentali della Sala delle Quattro Porte a Palazzo Ducale, agli stucchi e affreschi nella Sala d’Oro e nella Cappella del Rosario al Conservatorio Benedetto Marcello di Palazzo Pisani, realizzati in collaborazione con l’Istituto Veneto per i Beni Culturali. A questi si aggiungono capolavori quali la Crocifissione di Tintoretto alla Scuola Grande di San Rocco, l’Assunta di Tiziano alla Basilica dei Frari, i cicli decorativi di Paolo Veronese nella chiesa di San Sebastiano, nonché i mosaici absidali delle basiliche dei Santi Maria e Donato a Murano e di Santa Maria Assunta a Torcello, cui si è recentemente affiancato il restauro del pavimento musivo del presbiterio. Accanto a questi interventi, Save Venice è impegnata in numerosi progetti che testimoniano la continuità di tale impegno: dal Monumento equestre del Gattamelata di Donatello a Padova al Monumento del doge Francesco Foscari nella Basilica dei Frari; dalla Trasfigurazione di Tiziano sull’altare maggiore della chiesa di San Salvador alla Madonna col Bambino e santi di Giulia Lama in Santa Maria Formosa; fino alla Scuola Dalmata dei Santi Giorgio e Trifone, dove il ciclo pittorico di Vittore Carpaccio è ormai completamente restaurato e sono stati avviati nuovi interventi sulle opere della sala superiore.
