Le vite a distanza dei cugini Zanzotto: l’artista Corrado e il poeta Andrea

Fra i tanti eventi che distinguono questa primavera di “Pistoia capitale del libro”, uno dei più interessanti è senza dubbio quello che per iniziativa dell’associazione 9cento ricorda Corrado Zanzotto, l’artista pistoiese più singolare del secolo scorso, con un bel volume di immagini e testimonianze, Il Cappello il Mantello e la Montagna, presentato il 21 aprile nella biblioteca Forteguerriana.

Da Pieve di Soligo, in provincia di Treviso, la sua famiglia si era trasferita a Pistoia nel 1906. Corrado aveva tre anni. Pistoiese d’adozione, dunque. Ma più di tanti altri, che c’erano nati, legato a Pistoia, dove trascorse gran parte della sua vita. Fra le due guerre mondiali e anche dopo la seconda era una città di provincia culturalmente abbastanza vivace, soprattutto per quanto riguarda le arti e il relativo dibattito. Infatti se l’architettura poteva vantare il nome di Giovanni Michelucci e la scultura quello di Marino Marini, con i pittori aveva preso forma e identità la “scuola pistoiese” della quale, insieme al suo amico Pietro Bugiani e a numerosi altri, faceva parte anche Corrado Zanzotto. 

Con loro, in piena attività di scultore, pittore e insegnante alla scuola d’Arte e in un frequente, spesso polemico scambio di idee e taglienti giudizi. Ma profondamente diverso da tutti loro: nelle opere, che avevano l’incisività della scultura anche quando dipingeva e soprattutto disegnava, con il carboncino, rigorosamente nero su bianco; e nell’aspetto per il cappellaccio nero, sul volto ispido e angoloso, e il lungo anacronistico mantello svolazzante sul difetto fisico lasciato dalla poliomielite. “Aveva del romantico vagabondo e dell’aristocratico schivo” ricordava di lui Sigfrido Bartolini.

Un uomo solitario? No di certo, non foss’altro che per bisogno di imparare, per amor di discussione e di confronto. Ma un uomo solo, sì. Dalla famiglia stette sempre lontano: il fratello e la sorella, che si erano trasferiti a Roma, li rivide qualche volta soltanto da vecchio, né risulta che avesse mantenuto alcun rapporto con i parenti che aveva nel Veneto, fra i quali il cugino Andrea Zanzotto, intellettuale e poeta di chiara fama, con una importante collocazione ormai acquisita nel panorama della letteratura italiana del secondo Novecento.

Così diversi ed estranei fra loro, tuttavia, oltre al cognome e al fatto di essere nati ambedue a Pieve di Soligo, dove uno non tornò più e da dove in un certo senso l’altro non si mosse mai, questi due cugini hanno un’altra cosa in comune: la ribellione contro quello che Andrea chiama “progresso scorsoio”. Infatti la sua poesia è sempre più spesso percorsa dal profondo rammarico di veder scomparire il paesaggio, le tradizioni, i dialetti, le bellezze della sua terra sotto l’onda travolgente di una “trasformazione dissennata” e dall’appello, di lui che a vent’anni è stato partigiano, ad un’altra ben più ardua Resistenza contro questa brutale cancellazione del passato, nella cieca prospettiva di un futuro senza radici. Certo, sono cose che è più facile dire con la parola che col carboncino o il pennello. E si capisce che da parte di Corrado, morto trent’anni prima di Andrea, nel 1980, l’accusa non sia così precisamente definita; ma analogo è il senso di quel nodo scorsoio che sempre più si stringe intorno al respiro dell’anima.

Così, mentre la bella campagna di Pistoia, che si può ancora ammirare nei dipinti dei suoi amici, e la città stessa erano chiaramente avviate a subire esse pure le irreversibili offese e trasformazioni del progresso, Corrado Zanzotto si esiliò sulla vicina Montagna, andando a cercare il paesaggio dei suoi quadri e dei disegni bianchi e neri nelle vette, nei boschi, dirupi e torrenti, nella purezza incontaminata dell’alba e nello splendore dei tramonti, nei visi scabri dei vecchi montanini, in mezzo ai quali morì.

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