Il Cenacolo di poesia di Praglia: una eredità di amicizia, cultura e umanesimo
Quando sei immersa nel quotidiano, il tempo incatenato nella routine, ti lasci rotolare come un sasso e nulla richiede una ricerca di senso.
L’eredità dei tuoi antenati, generazioni e generazioni di gente semplice, assorbita nella incessante lotta per la sopravvivenza, ti ha trasmesso il senso ineludibile del lavoro, dell’impegno concreto, della diffidenza verso parole fatue e inconcludenti. Ed ora che, con gli sviluppi delle tecnologie, tante fatiche sono divenute superflue continui a faticare come per un imperativo morale.
Se tuttavia, per amicizia o per caso, ti trovi a frequentare luoghi grondanti di una diversa eredità, generazioni e generazioni ispirate dallo studio, dall’arte, dalla ricerca, dalle regole per una vita più ricca di significati profondi, non puoi rimanere indifferente.
Così gli incontri del Cenacolo di Praglia, di cui per un periodo sono stata assidua frequentatrice, illustrati da Antonella Cesari nel numero di giugno del Popolo Veneto, erano nutriti di un particolare fervore perché avvenivano nell’affettuosa accoglienza del padre Abate, salendo l’arco disteso della scala dominata dalla grande statua, lungo i percorsi monacali, nella sala maestosa, al tavolo di rovere massiccio. Vi si innescavano insospettate energie, silenzi ed ascolti e parole nuove.
Ci si confrontava con vite intense di grandi scrittori e poeti e tra noi; scaturivano considerazioni e domande sopite dentro, diverse, secondo i vissuti di ciascuno ed accolte in sé. Cresceva il desiderio di approfondire con lo studio, nel conforto di presenze in ascolto, in uno scambio reciproco. Il tempo si liberava, i lavori potevano aspettare.
Ricordo la figura umana prima che poetica di Clemente Rebora, profondamente segnata dal trauma della guerra e dalla vita che continua nel suo assurdo di non sensi e contraddizioni.
“Va bene anche che a chi piange e muore faccia da correttivo chi ride e vive; e l’arte… balla per conto suo, senza guardare da che parte venga la musica. … la guerra è ormai un affare liquidato, … la sua capacità emotiva è esaurita, o attende semmai qualcosa di più nuovo e più forte” (parole dell’autore da Arche di Noè). Scendono nel profondo queste parole, la capacità emotiva anche nell’attuale inflazionata comunicazione di guerre e tragedie è esaurita e nulla ha più interesse. Rimaniamo anestetizzati, sospesi sul nulla. A noi, come al poeta urge uno spiraglio di luce vitale. Rebora cerca, attende, trepida, anela ad un incontro, si sottrae al mondo, si fa sacerdote, richiamato da un Altrove amorevole ed infinito.
Ricordo la fragile figura di Maria Zambrano, esule per cinquant’anni dalla sua Spagna che ora le dedica riconoscimenti e intitolazioni. Per l’appassionata e originale pensatrice non è risolutiva la freddezza del calcolo, non la ragione speculatrice né le sole immagini poetiche, brancoliamo nel fitto; dobbiamo avvicinarci ai ‘chiari del bosco’ , illuminazioni che traspaiono, dono gratuito dell’Inconoscibile che ci sorregge.
Ricordo gli appassionati incontri dedicati ai nostri poeti dialettali friulani e veneti: Virgilio Giotti, Biagio Marin, Giacomo Noventa e altri. Abbiamo molto amato le composizioni lette insieme. Ricordo la lezione di Antonio Daniele, specialista della materia ed amico di Maria Luisa. Siamo stati accompagnati a riconoscere la complessità della poesia che può raggiungere i vertici espressivi solo se suoni e musicalità dello specifico dialetto si compongono in temi ed ambienti profondamente interiorizzati in presenza della genialità del poeta. Abbiamo incontrato il dialetto di Andrea Zanzotto, e sbirciato nei suoi complessi studi sulla lingua originaria. Abbiamo letto qualche sua poesia e conservato il desiderio di continuare insieme. Oltre il proprio paese Zanzotto frequentava i nostri Colli e ne era ispirato. Lo consideriamo concittadino ad honorem. Le sue premonizioni sulle minacce del progresso che ci ‘ingoia’ o che forse ‘ingoiamo’ si stanno inesorabilmente compiendo?
A Praglia, il Cenacolo ha saputo ripetere i suoi incontri con pluriennale costanza. L’epidemia di Covid ha interrotto il ritrovo in presenza ma non le relazioni intrecciate.
Mi fermo qui nella rievocazione ben sapendo quanto sia incompleta. Meriterebbero pagine e pagine i pensieri che abbiamo scambiato sulla figura di Pasolini, padre Turoldo e molti altri.
Praglia è il mio paese natale, nella grande chiesa sono stata a catechismo e mi sono rifugiata in solitudine nei momenti di smarrimento. È divenuta un mio luogo interiore. Al tavolo del Cenacolo ho respirato l’accoglienza, la comunità, la riconciliazione col limite che si stempera nel gruppo. Per quanto personalmente inadeguata, mi sono sentita accolta e, in qualche modo, rasserenata.
