Rileggendo la “Storia in minute lettere” di Lia e di Gino, internato militare italiano
C’è una ormai ricca letteratura riguardante la vicenda dei militari italiani che all’indomani dell’8 settembre 1943, giorno dell’armistizio con gli Alleati, rifiutarono la collaborazione con i tedeschi, finendo così deportati nei lager.
“Italienische Militar Internierte”, in sigla IMI, furono definiti e considerati dai tedeschi. Ovvero non normali prigionieri di guerra, quindi tutelati dalle convenzioni internazionali (gli accordi di Ginevra del 1929), ma… qualcosa d’altro: per dirla alla buona, volendo esemplificare, né carne né pesce.
Furono 1.007.000 i militari italiani disarmati dai tedeschi nei vari scacchieri bellici. Mentre 196mila riuscirono a sottrarsi alla cattura, dei restanti 811mila in tredicimila morirono sotto i bombardamenti degli Alleati, durante il trasferimento via mare dalle isole greche, e 94mila appartenenti alla Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale (MVSN) accettarono di restare al fianco dei tedeschi; 710mila, infine, finirono nei lager di Polonia e Germania. Dove, sotto la pressione della propaganda, soltanto un dieci per cento (103mila), entro la primavera del 1944, risultava collaborazionista del Reich o aderente alla Repubblica Sociale Italiana.
In questo quadro, si vede come oltre seicentomila furono i NO pronunciati dai nostri militari, che resistettero alla fame, al freddo, alle malattie, per una questione di fedeltà al giuramento prestato al Re, o per antifascismo, o per dignità personale.
Esperienze di dolore, sofferenza, ma anche di coraggio, di fede e appunto di fedeltà. D’altronde, è proprio in situazioni-condizioni come quella della prigionia che si rivelano i caratteri degli uomini e si contano così i vili e i coraggiosi, gli egoisti e generosi, quelli di poca o nessuna fede e quelli di fede, anche grande.
Emergono questi caratteri, queste caratteristiche, da quella ampia letteratura cui si accennava all’inizio, con libri pubblicati al ritorno dalla prigionia (si vedano per tutti La favola di Natale e Diario clandestino di Giovannino Guareschi), o postumi, dopo la morte, per iniziativa di familiari o di sodali dei protagonisti.
A volte, oltre diari, tenuti gelosamente nascosti, sono stati pubblicati carteggi, emblematici, rivelatori di situazioni, sentimenti, principi morali toccanti, coinvolgenti. È il caso di La grande storia in minute lettere (sottotitolo: “L’amore di una famiglia nel buio della guerra: la vicenda di Gino, Internato Militare Italiano, narrata attraverso la corrispondenza con la moglie Lia”, realizzato da Maria Luisa Daniele Toffanin, poetessa e animatrice culturale ben nota al di là dei confini veneti, e dal marito Massimo Toffanin, con prefazione di Francesco Jori.
Maria Luisa e Massimo hanno operato esaminando attentamente una documentazione epistolare di ben 597 lettere scambiate fra il 1943 e il 1945 da Gino Daniele e Natalia (Lia) Schiavon, traendone un racconto scorrevole, sobrio e, proprio perché sobrio, efficace, privo di enfasi o di sottolineature altisonanti. A dare la misura, cioè, di un amore che nasce vero, puro, e puro si mantiene, sfidando il tempo, le avversità degli eventi, le sofferenze, le incertezze e le ansie del domani in un quadro costituito dalla guerra e dalla prigionia.
L’innamoramento, il matrimonio, la chiamata alle armi per lo sposo; poi la guerra, la cattura da parte dei tedeschi e l’internamento; infine le ansie dell’attesa, le preoccupazioni e le paure di Lia, diventata nel frattempo madre di Marisa. Ordinaria quotidianità, per così dire, ma… non soltanto. Con un di più costituito da una prosa esemplare nella sua immediatezza e colloquialità, chiara, limpida, ecco testimoniato un amore pudico, profondo, costruito giorno per giorno, basato su di una fede cristiana consapevole e vissuta: in virtù della quale Gino riesce a superare il dramma della prigionia e Lia quello dell’ansia, della paura nella quotidianità padovana.
Il libro porta inoltre, sia detto per inciso, a considerare anche altre figure di padovani che vissero l’esperienza del lager: Giovanni Contarello, professore di filosofia nei licei, Giancarlo de’ Stefani, industriale, il filosofo Enzo Paci, non padovano ma che nella Città del Santo visse per un certo tempo legato alla sua docenza universitaria.
Alla fine quel che resta nel lettore sensibile, con la coinvolgente vicenda dei protagonisti, è l’occasione per riflettere e compiere un paragone con l’oggi, cioè con una società nella quale hanno tanta parte egoismi, edonismi, superficialità, ricerca del piacere e del successo, e dalla quale appaiono sempre più lontani valori quali il bene dell’altro, la condivisione nella buona e nella cattiva sorte, la forza di un legame quale il matrimonio pensato, perché sentito, e sentito perché pensato (ci si perdoni il bisticcio) quale valore fondante non soltanto di un rapporto a due ma di una comunità, di una società.
Se ci è concesso, e senza voler fare la morale ad alcuno, consiglieremmo la lettura di questo libro a quelle coppie che alla prima difficoltà, al primo inciampo, ricorrono agli avvocati e ai tribunali. Verrebbe da ridere, se non invece fosse motivo di tristezza, guardare alle loro situazioni pensando alle difficoltà enormi, tremende, che dovettero affrontare e patire nello spirito Gino e Lia, rimasti uniti ancorché divisi da una guerra e da una prigionia: nonostante, insomma, tutto sembrasse contrastare la possibilità che il loro legame si mantenesse saldo. Gli è che quella bellissima (non soltanto esteticamente) coppia rifuggiva dalle superficialità, dall’effimero, avendo obiettivi ben chiari da perseguire per una vita a due degna di essere vissuta, come in effetti è stata.

