Ricordi della “Cajena”: il vecchio quartiere vicentino in un libro di Maria Penello

La poetessa Maria Penello ha scritto un libro di memorie, Al canto dell’allodola, che parla della sua vita nella Cajena, il quartiere più povero di Vicenza, dove l’autrice ha vissuto la sua infanzia, costretta a chiedere l’elemosina per saziare “la fame rabbiosa”. Stona nel libro lo stile affettato e lezioso per descrivere una realtà tragica e silenziosa. La mamma la manda a vivere dallo zio Pino con le parole: “Va cara, va con lo zio, là avrai da mangiare”. “Così – scrive la Penello – fui caricata su un camioncino che mi avrebbe portato in stazione. Non avevo mai visto un treno, mi scendevano le lacrime che mi bagnavano il vestitino di flanella. Così, dopo aver cambiato treno, arrivammo a Cervignano del Friuli, dove una sgangherata corriera ci fece scendere a “Fiumexel” (Fiumicello). Una chiesa antica su di un grande incrocio segnava quattro strade. Lo zio mi avviò sulla strada a destra e fatti pochi metri bussò a una porta. Ci venne ad aprire zia Maria, la moglie di zio Pino. Le prime parole della bambina furono: “Nonna, io ho tanta fame, mi puoi dare una scodella di polenta e latte? E dimmi, dov’è la mamma”? La nonna esclamò ridendo: “Benedetta “fruta” (bambina), questa non ha paura di niente. E visto che hai nome Maria, come la zia, ti chiameremo Marietta”. Incominciò la sua nuova e piccola vita di Marietta: “fra l’orto, le oche, i maialini, e la grande sartoria del nonno Tita, dove quasi tutta la famiglia lavorava. Il tempo passava. Tristezza dei sogni che il pianto dell’aurora non poteva consolare. Dormivo in un pagliericcio fatto con i cartocci delle pannocchie. Una mattina, più presto del solito, scesi la lunga scala di legno che dal piano superiore portava in cucina, quando udii nonna Pina che chiedeva al nonno: “Dimmi Tita! Lo diciamo a Marietta che suo papà è morto?”. Ritornai nel mio pagliericcio, un pianto silenzioso, senza singhiozzi, nessuna carezza: rassegnazione d’amore. Un giorno la voce improvvisa di zia Maria mi giunse nel pagliericcio dicendomi: “Fra pochi giorni comincerai ad andare a scuola e avrai un bel vestitino nuovo”. Ero cresciuta. Vita frugale, anzi frugalissima: alla sera un uovo per cena tutto per lei, quando la mamma impastava la farina con un uovo e un po’ di latte e poi un pezzetto a ciascuno.  Mio papa era morto a marzo, ed io a maggio avrei compiuto sei anni”. Poi, dopo il soggiorno in Friuli, il ritorno a casa. Rivede sua madre, di cui non ricordava il viso: “Eravamo arrivati a Vicenza, lo zio fece fermare il camion vicino a un caffè in corso san Felice, era di sua zia Lucia. La mamma arrivò a piedi: un breve saluto allo zio Pino, finché zia Lucia mi preparò un bel bicchiere di latte. E poi a piedi io e la mamma ci siamo avviate per fare rientro nel nostro piccolo appartamento nel grande cortile “la Cajena”. “Per lavarsi, lavare i panni e avere l’acqua per il fabbisogno quotidiano, si doveva andare a prendere l’acqua alla fontana: in casa l’acqua non c’era. Avevo mosso i primi passi nel cortile quando alcuni ragazzi ci vennero incontro insieme a mai sorella Ivana. La guardai: era scalza, sporca, con i capelli neri appiccicati, la mamma la rimproverò dicendole: “Vai subito a lavarti e vieni a casa”. Dopo alcuni mesi dal mio rientro la mamma si era risposata con il signore vicino della porta accanto: faceva il carrettiere, il manovale, e per necessità anche il contadino. Avevamo un padre, anzi un patrigno. Io, il cortile. Mi sentivo bella, grande, circondata da quattro casermoni rossi e da un fosso segnato dai platani e, in fondo, proprio in fondo, dove cominciava via Astichello, c’erano anche i lavandai, Io ascoltavo tutto le storie e le litigate, conoscevo misteri e lavori di ogni tipo. Dentro questa mia terra, viveva tanta gente. Ladri di galline, di biciclette, donne della filanda, piccoli artigiani che si arrangiavano come potevano. Gruppi di ragazzi litigiosi, scalzi e sempre con tanta fame. E anche gente di una certa cultura che, per qualche malasorte, era finita a vivere qua nei casermoni (in Cajena). Beh! Devo proprio dire che mi sembrava di far parte di un pianeta diverso”.

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