Padre David Maria Turoldo e la solitudine dei sacerdoti

IO NON HO MANI

Io non ho mani

che mi accarezzino il volto

(duro è l’ufficio

di queste parole

che non sono amori),

non so le dolcezze

dei vostri abbandoni:

ho dovuto essere

custode

della vostra solitudine:

sono salvatore

di ore perdute.

Queste parole di padre Davide Maria Turoldo parlano della solitudine del sacerdote (fu frate del santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza) nei nostri tempi feroci senza lacrime, in cui pare che tutto sia perduto e l’umanità arranchi nelle solitudini dei sentieri impervi e desolati. La sua poesia è dura e genuina (così lontana dalle lagne insopportabili di tanti poeti in cerca d’autore contemporanei) che gronda umanità e solidarietà umana.

Bellissimo il verso “non so le dolcezze / dei vostri abbandoni”, parole scolpite nella pietra che sorge nel deserto biblico, da cui scorre la limpida freschezza dell’acqua ristoratrice che appaga innanzitutto la sete dell’anima e ricorda la spugna di aceto che deterse le labbra inaridite del Cristo sospeso sulla croce del Golgota. Davanti al monumento di queste parole eterne, il nostro animo si inchina all’inquietudine di questo prete scomodo che innalza la sua voce che illumina il cielo non solo delle sue ma anche delle nostre solitudini e le sue parole ci abbracciano in moto di solidarietà fraterna che sa di rara potenza e di mistero.

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