Selvazzano ricorda Riccardo Pozzobon, ricercatore e geologo dell’Università
Il ricercatore dell’Università di Padova Riccardo Pozzobon, originario e residente a Selvazzano Dentro, è tragicamente scomparso il 2 settembre 2025 a 40 anni durante una missione di ricerca sul ghiacciaio Mendenhall, in Alaska. È caduto in un crepaccio inghiottito dalle acque di fusione. Era un geologo planetario di fama internazionale. Studiava i crateri sulla Luna e su Marte ed era istruttore per gli astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA). La sua tragica morte ha colpito profondamente la comunità accademica del Bo e la cittadinanza di Selvazzano, dove viveva con la compagna e il figlio piccolo. Il suo lavoro era così importante che, nei mesi successivi alla tragedia, gli è stato dedicato un asteroide. Pubblichiamo il ricordo che Marco Destro ha preparato e pronunciato in Consiglio comunale lo scorso 1 luglio, in occasione della mozione – inspiegabilmente respinta – di intitolare al giovane scienzato un luogo della città di Selvazzano.

Riccardo Pozzobon è stato un nostro concittadino di Selvazzano Dentro e, insieme, uno studioso capace di portare il nome del nostro territorio ben oltre i confini locali, fino ai più alti livelli della ricerca internazionale. La sua storia colpisce perché unisce due dimensioni che raramente si trovano con tale equilibrio: da un lato il rigore dello scienziato, dall’altro una straordinaria capacità umana di condividere, spiegare, coinvolgere e lavorare con gli altri.
Nato nel 1985, Riccardo si è formato all’Università di Padova, dove ha studiato geologia e dove ha poi costruito, passo dopo passo, la propria carriera scientifica. Fin dagli inizi si è distinto per intelligenza, curiosità e serietà. Ma chi lo ha conosciuto da vicino ne ricorda soprattutto il sorriso, l’entusiasmo, la disponibilità, la generosità con cui metteva le proprie competenze al servizio dei colleghi, degli studenti e dei progetti comuni. Non era soltanto un ricercatore brillante. Era una persona capace di far lavorare bene gli altri, di rendere più semplice ciò che sembrava difficile, di trasmettere passione anche a chi non apparteneva al suo stesso settore.
Il suo campo di studio era la geologia planetaria. Detta così può sembrare qualcosa di lontano o complicato. In realtà, il cuore del suo lavoro era molto concreto: cercare di capire come sono fatti i pianeti e i loro paesaggi, come si sono formati, cosa accade sotto la loro superficie e quali luoghi potrebbero, un domani, essere importanti per l’esplorazione umana. Riccardo studiava soprattutto la Luna, Marte e Mercurio, ma anche altri corpi del sistema solare. Lo faceva mettendo insieme osservazione, rilievi, immagini satellitari, modelli tridimensionali e confrontandoli con ambienti terrestri.
Nel corso degli anni il suo lavoro si è sviluppato in molte direzioni. All’inizio si è occupato dei grandi vulcani di Marte, cercando di capire come si alimentassero e quale fosse la struttura profonda di quei giganteschi sistemi. Successivamente ha studiato crateri marziani, sedimenti, vulcani di fango e tracce di acqua nel sottosuolo. Sono ricerche importanti perché aiutano a comprendere la storia di Marte e a capire se in passato, o in profondità, vi siano state condizioni favorevoli alla presenza di vita. Anche quando affrontava temi molto complessi, però, Riccardo non perdeva mai la capacità di tenere insieme dettaglio scientifico e visione generale, non studiava un dato per accumulare nozioni, ma per avvicinarsi a una comprensione più ampia dei pianeti e della loro evoluzione.
Un altro grande filone della sua attività ha riguardato i cosiddetti tubi di lava, cioè grandi cavità sotterranee create dai flussi vulcanici. Riccardo è stato tra gli studiosi che hanno contribuito in modo decisivo a mostrare quanto queste cavità possano essere importanti sulla Luna e su Marte. Il tema non è soltanto affascinante dal punto di vista scientifico. È anche decisivo per il futuro dell’esplorazione spaziale, perché questi ambienti potrebbero offrire riparo naturale dalle radiazioni, dalle escursioni termiche e dai microimpatti. In altre parole, luoghi che oggi sembrano materia da fantascienza potrebbero diventare domani spazi utili per missioni robotiche o umane.
Fra i risultati più noti del suo percorso vi è anche il contributo agli studi che hanno portato a una prova diretta dell’esistenza di grandi cavità sotterranee sulla Luna. Si tratta di un traguardo che ha avuto vasta eco internazionale e che conferma quanto la sua attività fosse centrale in un settore di frontiera. Ma i riconoscimenti non spiegano da soli la sua figura.
I suoi colleghi si sono soffermati soprattutto su una sua caratteristica fondamentale, Riccardo non era uno scienziato chiuso nella propria specializzazione, al contrario, credeva profondamente nel lavoro di squadra. In un mondo in cui spesso prevalgono individualismo e competizione, lui aveva scelto la collaborazione, la condivisione del sapere, il piacere di costruire insieme.
Per questo, oltre che per la ricerca, è stato molto apprezzato anche nella didattica e nella formazione. Partecipò a programmi internazionali legati all’Agenzia Spaziale Europea, fra cui il progetto PANGAEA, dedicato anche all’addestramento degli astronauti. Questo aspetto dice molto della fiducia che la comunità scientifica riponeva in lui. Per addestrare chi un giorno potrà esplorare altri mondi non basta conoscere bene una materia, occorre saperla spiegare con chiarezza, trasformare conoscenze complesse in esperienza concreta, trasmettere sicurezza e passione.
Un tratto importante del suo lavoro era anche il rapporto con il terreno, con l’esperienza diretta. Sebbene studiasse pianeti lontani, Riccardo non faceva una scienza astratta. Andava sul campo, nelle Dolomiti, a Lanzarote, in Islanda, in Patagonia, in Alaska, in tutti quei luoghi che possono aiutare a comprendere meglio la geologia della Luna e di Marte. Per lui la Terra era un laboratorio vivo, un punto di partenza per leggere il resto del sistema solare. Questa attitudine concreta, curiosa, aperta all’esplorazione, lo ha accompagnato sempre. Ed è proprio durante una spedizione scientifica in Alaska, il 2 settembre 2025, che Riccardo ha perso tragicamente la vita.
La notizia della sua morte ha colpito in profondità l’Università di Padova, il Dipartimento di Geoscienze, la comunità scientifica italiana e internazionale, gli amici, i colleghi, gli studenti, e naturalmente la sua famiglia, la moglie, il figlio e i genitori che lascia, e i concittadini di Selvazzano Dentro. In tanti hanno sentito il bisogno di ricordarlo non soltanto per ciò che aveva fatto, ma per ciò che era. Le testimonianze emerse in questi mesi parlano di una persona poliedrica, allegra, capace di unire talento e umiltà. Un collega ha detto che Riccardo era fra quelle persone senza le quali molte cose semplicemente non sarebbero state realizzate.
Anche per questo la sua storia può essere letta come un esempio civile, oltre che scientifico. Per la comunità di Selvazzano Dentro, ricordare Riccardo Pozzobon non significa soltanto onorare uno studioso di valore. Significa riconoscere che da questo territorio è venuta una persona capace di coltivare il talento senza perdere la semplicità, di raggiungere traguardi altissimi senza smarrire il senso umano del proprio lavoro, di parlare al mondo senza recidere le proprie radici. In lui non c’era distanza fra eccellenza e normalità quotidiana. C’era, piuttosto, una forma rara di coerenza, prendere sul serio la conoscenza e, nello stesso tempo, metterla a disposizione degli altri.
Negli ultimi mesi la sua memoria è stata onorata anche con un riconoscimento di particolare valore simbolico e scientifico, l’intitolazione dell’asteroide 86029 Riccardopozzobon. È un gesto che colpisce, perché lega per sempre il suo nome a quello spazio che lui aveva studiato con passione, competenza e fantasia. È il segno di un’eredità che resta.
Ricordarlo, inoltre, non significa soltanto elencare i suoi risultati, ma restituire l’idea della persona. Riccardo Pozzobon è stato uno studioso che amava davvero conoscere. Credeva che il sapere avesse valore in sé, ma credeva anche che la conoscenza acquistasse senso pieno solo quando veniva condivisa. Per questo chi ha lavorato con lui parla di allegria, di entusiasmo, di occhi che si accendevano mentre spiegava, di voglia sincera di coinvolgere tutti.
Oggi Selvazzano Dentro lo ricorda con dolore e con orgoglio. Con dolore, perché la sua perdita è stata improvvisa e profondamente ingiusta. Con orgoglio, perché Riccardo è stato un esempio alto di intelligenza, dedizione e umanità. La sua vicenda ci ricorda che la ricerca non è fatta solo di formule, dati e laboratori, ma soprattutto di persone. Persone che studiano, collaborano, si assumono responsabilità, costruiscono ponti tra mondi diversi e aprono strade nuove. Riccardo Pozzobon è stato una di queste persone. Ed è giusto che la sua comunità lo ricordi come un figlio di Selvazzano Dentro che, con semplicità e passione, ha saputo guardare molto lontano, senza mai smettere di essere vicino agli altri.
