L’eredità spirituale di Papa Francesco: una Chiesa capace di camminare nel tempo della notte
Chi frequenta la chiesa, lo sanno tutti, è una netta minoranza. Qual è la causa di questo “scisma sommerso”? Leggendo un articolo sulla morte di papa Bergoglio, ho trovato delle risposte illuminanti. Mancavano poche ore dalla sua dipartita dal mondo e dal suo ritorno nella casa del Padre. Esalò l’ultimo respiro nella sua stanza di Santa Marta, alle ore 7,35 di lunedì 21 aprile 2025. Da metà febbraio aveva passato 38 giorni al Policlinico Gemelli per una polmonite bilaterale e il resto del tempo chiuso nel secondo piano dell’albergo vaticano per la convalescenza, salvo tre brevi uscite a sorpresa nella basilica e in Piazza San Pietro e una visita, il Giovedì Santo, a Regina Coeli, dove aveva lavato i piedi ai carcerati. Gli erano ben presenti le parole di Cristo del capitolo 25 del vangelo di Matteo, in cui sono elencati i temi sui quali gli uomini saranno giudicati: “Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi”. Si avvicinava la Pasqua, la più grande festa liturgica che celebra la resurrezione di Cristo. Lo portarono a fatica nella Loggia centrale di San Pietro e, chinato con sforzo verso il microfono, riuscì a mala pena a dire poche parole: “Fratelli e sorelle, buona Pasqua”. Poi passò il microfono all’arcivescovo Diego Ravelli, che lesse il suo ultimo discorso urbi et orbi, alla città e al mondo: “Nessuna pace è possibile senza un vero disarmo! L’esigenza che ogni popolo ha di provvedere alla propria difesa non può trasformarsi in una corsa generale al riarmo”. Quindi, con la voce flebile e mancante, pronunciò la benedizione in latino: “Benedicat vos onnipotens Deus, pater, et Filius, et Spiritus Sanctus”.
Ma a San Pietro erano arrivate cinquemila persone che volevano vedere il papa. Bergoglio consultò il suo infermiere personale e gli chiese: “Posso farlo?”. La papamobile lo aspettava. L’ultimo bagno di folla. L’ultima agonia nel Getsemani. L’ultimo passaggio fra i fedeli, fra le transenne all’interno del Colonnato del Bernini fino a via della Conciliazione: la gente applaudiva, lui pensava a Gesù festeggiato con le palme a Gerusalemme. Nel pomeriggio di Pasqua riposò, la cena fu serena. Si stava approssimando il lunedì fatale, quello dell’Angelo, l’angelo della morte: prima dell’alba, l’ictus, il coma, l’arrivo del medico, chiamato d’urgenza. La drammatica decisione: tutto inutile, non si può portarlo in ospedale, è arrivata la fine. Consummatum est. L’ultima scelta di andare fra la folla fu il suo estremo gesto eroico, portato avanti fino all’ultimo respiro. Poi ha salutato, in un ultimo abbraccio, tutti gli uomini del mondo, ha baciato gli ultimi bambini. Quindi la fine. Come l’ultima cena di Gesù a Gerusalemme: Ante diem festum Paschae, sciens Iesus quia venit hora eius ut transeat ex hoc mundo ad Patrem, cum dilexisset suos, qui erant in mundo, in finem dilexit eos.
Anche lui, l’incarnazione di Cristo in terra, ha amato gli uomini fino alla fine. Gli uomini e soprattutto i giovani. Gli venne in mente il suo primo viaggio internazionale, in Brasile per la Giornata mondiale della gioventù. Era la fine di luglio del 2013. I giovani che lo circondavano, sembravano tutta l’umanità che voleva stringersi a lui, venuto da lontano, ma mai così vicino al loro animo, al popolo di Dio. Davanti a loro si poneva come fonte di speranza per un mondo vecchio e desolato, che ha visto la fine della cristianità, non solo in Occidente, ma non del cristianesimo. La sua figura sembrava volare come un angelo fra le moltitudini, infondendo coraggio e ardore alle nuove generazioni. Chi non lo ricorda a Rio de Janeiro, quando la sicurezza lo vide scendere dall’auto per andare in mezzo alla folla sul lungo mare di Copacabana? Chi non lo ricorda quando si avvicinava alle transenne e bere del mate offerto dai fedeli? Chi non ricorda il discorso pronunciato davanti ai vescovi brasiliani, nel quale paragonava la Chiesa ai due discepoli in cammino verso Emmaus, scoraggiati, delusi, sfiduciati, che si allontanavano da Gerusalemme, dopo la morte umiliante del loro maestro? Come loro anche gli uomini di oggi si sono allontanati dalla Chiesa. Perché lo hanno fatto? “La Chiesa” – ha detto Bergoglio – “è apparsa troppo debole, forse troppo lontana dai loro bisogni, forse troppo povera per rispondere alle loro inquietudini, forse troppo fredda nei loro confronti, forse troppo autoreferenziale, forse prigioniera dei propri linguaggi rigidi, forse gli uomini d’oggi sembrano aver reso la Chiesa un relitto del passato, insufficiente per le loro domande; forse la Chiesa aveva risposte per l’infanzia dell’uomo e non per la sua età adulta?”.
Questi gli interrogativi che lo assillavano. Come si era comportato Gesù con i discepoli di Emmaus? Li ha seguiti, si è accostato e ha cominciato a dialogare con loro. Così Bergoglio ha seguito l’umanità e l’ha accompagnata lungo le strade del mondo: “Serve una Chiesa che non abbia paura di uscire nella notte degli uomini. Serve una Chiesa capace di incontrarli nella loro strada. Serve una Chiesa in grado di inserirsi nella loro conversazione. Serve una Chiesa che sappia dialogare con quei discepoli, i quali, scappando da Gerusalemme, vagano senza meta, da soli, con il proprio disincanto, con la delusione di un Cristianesimo ritenuto ormai terreno sterile, infecondo, incapace di generare senso. Serve una Chiesa in grado di far compagnia, di andare al di là del semplice ascolto; una Chiesa che accompagni il cammino mettendosi in cammino con la gente, una Chiesa capace di decifrare la notte contenuta nella fuga di tanti fratelli e sorelle da Gerusalemme; una Chiesa che si renda conto che le ragioni che hanno spinto la gente a uscire sono le stesse che possono indurla a ritornare”.
Decifrare la notte, uscire nella notte, questa l’imperativo categorico di papa Bergoglio. Cosa significa “uscire nella notte”? Significa avvicinare e toccare le ferite, offrire conforto e gioia, raggiungere le periferie “geografiche ed esistenziali”. È ciò che Francesco ha fatto per dodici anni, la veste bianca schizzata di fango mentre affondava le sue vecchie scarpe lungo i viottoli delle baraccopoli sudamericane o africane o sostava fra gli indigeni nelle zone più remote dell’Amazzonia o di Papua Nuova Guinea come tra i migranti nelle isole del Mediterraneo, il Mare nostrum ridotto a un “cimitero”. Per questo ha sempre prediletto i pastori con “l’odore di pecore”, come quell’americano di Chicago che aveva scelto di passare vent’anni da missionario in Perù e d’improvviso, sconosciuto ai più, il Papa chiamò in Vaticano all’inizio del 2023 per presiedere il Dicastero dei vescovi: un frate agostiniano solido, che aveva pure guidato il suo ordine come padre generale e infine aveva trovato il suo posto come vescovo di Chiclayo, una piccola diocesi peruviana affacciata a Nord sul Pacifico. Quando Francesco lo fece cardinale, a settembre di quello stesso anno, nessuno poteva immaginare che Roberto Francis Prevost, di lì a una ventina di mesi, sarebbe stato il suo successore. Così Bergoglio non ha fatto altro che dialogare continuamente con l’umanità, aprendole gli sconfinati orizzonti dei cieli. “E adesso cominciamo questo cammino: vescovo e popolo”, aveva detto dalla Loggia delle Benedizioni, il 13 marzo 2013. Dodici anni più tardi i cieli si sono aperti anche per lui e, come Dante potè dire:
Noi siamo usciti fore / Del maggior corpo al ciel ch’è pura luce: / Luce intellettual, piena d’amore; / Amor di vero ben, pien di letizia: / Letizia che trascende goni dolzore.

