La prosa lirica di Marifulvia Matteazzi: scrittura evocativa che diviene poesia
“Quando la luce del giorno imbiancava le cose, iniziava il primo gorgheggiare nel grande giardino di Via Torretti”. Questo l’incipit del libro della scrittrice vicentina Marifulvia Matteazzi Alberti “Tre zie e una nipote” (“I Robinsons”), un libro dove la poesia si fa parola nei ricordi di una infanzia felice e signorile, fitta di episodi ora lirici, ora sognanti, ora sarcastici, ora comici, ora tragici, dominati da due figure fondamentali, il padre e zia Paolina. Il primo poeta e vincitore di numerosi premi che celebra la bellezza domestica ed aerea della sua Vicenza, la città del Palladio e dei colli Berici, immortalati da Guido Piovene nel suo celebre libro Viaggio in Italia: “Bello è sostare a sera / sul Ponte Novo, / quando sul Bacchiglione, / che la brezza increspa, / il vecchio torrione adagia / una dolcezza / di ombre tremanti, / quando ci si sente / un niente innanzi a un cielo di geranio, / e da un capitello fatiscente / brilla senza luce / una stinta icona di Madonna / a cui si inchinan l’erbe, / che forse cercano un flauto / che non gorgheggia”. E qui si libra nel cielo dell’imbrunire dei cuori il motivo nostalgico di una eco di paesaggi lontani: “Gli vibrava addirittura la voce nei vari passaggi. E la mamma temeva per il suo cuore… Era come se per incanto in quegli attimi gli si spianasse davanti una grande platea, una cavea immensa piena di gente attenta alle sue liriche. Spariva la cucina si scioglievano pareti e soffitto, si moltiplicavano le persone e lui restava solo con il suo foglio, la sua anima bianca e pura, che vibrava all’unisono con la brezza sottile che spinge un aquilone alto nel cielo”.
Viene in mente l’umbratile e mistica poesia del Pascoli: “C’è qualcosa di nuovo oggi nel sole, / anzi d’antico: io vivo altrove, e sento / che sono intorno nate le viole”. Il “vivere altrove” è anche un leitmotiv della prosa aerea dell’autrice, presentatrice di mostre d’arte che ha nell’animo il colore delle viole ed degli asfodeli di saffica memoria, che sa trovare le parole cromatiche dell’incanto nel rievocare i giorni irrecuperabili del passato: “A una data ora uscivamo tutti di casa, per noi ragazzi era come un richiamo. Ci si riversava in Corso, in Piazza e si conversava, e ci si guardava e ci si faceva guardare! (suggestiva reminiscenza leopardiana). Ora ci sono solo macchine che ‘le risega le cottole’ e che fanno anche un certo non so che… Un poco di paura. L’auto ha cambiato la vita di tutti noialtri. Ma a quel tempo, Dio Santo, era proprio bello, quanto mi piaceva camminare fiera accanto a lui (Gino), e dalla gioia mi pareva di volare!”.
La fantasticheria del volo riporta ancora al Pascoli bambino alla ricerca degli aquiloni: “e i piedi trepidi e l’anelo petto / del bimbo e l’avida pupilla / e il viso e il cuore, porta tutto in cielo”. La giovinezza e l’età dei sogni e dei voli e della nostalgia, nostalgia che si riverbera nei suoni screziati di luce tenera e vellutata: “Intanto, vicino ai recinti di canne, osservavo la rena modulata in linee morbide dai flussi d’aria che moltiplicano il segreto delle correnti: qui più setosa e impalpabile, più in là corpuscolata da schegge di conchiglie, di grumi e accumuli madreperlacei di bivalve aperte, dal tesoro favoloso e bambino, quello che ogni anno nascondevo in valigia, nel sacchetto, al ritorno dal mare”.
Tutta la vita della protagonista scorre cu quel dondolio ritmico del treno che la portava verso l’infinito, verso un miraggio di luce mattutina, ma su cui incombe anche la luce fragorosa e lancinante della guerra. Il ragazzo di Olga parte per il fronte e le scrive cose innominabili: i soldati prima dell’assalto erano ubriacati e se non si slanciavano contro il nemico verso la morte venivano fucilati dagli ufficiali italiani. Luci e ombre, mattini e tramonti, gioie e dolori, in questo caleidoscopio di una vita cantata sulla voce della giovinezza e del passato, visto nella idealizzazione dei ricordi. È la poesia che regna splendente in questo libro: “Allora pareva tutto rotondo, immobile, perfetto. Era un navigare in una nave sicura, un sentirsi all’interno di una botte di ferro, dove credere impossibile anche il minimo screzio. Anche lo scorrere degli anni un qualcosa lontano, a venire. Un problema da affrontare più avanti, tanto più in là. Il tempo… Ah, il tempo… Il più forte è sempre lui”.
