Abitare il mondo. Casa e città tra Bibbia, relazioni e nuove forme di residenza

Negli ultimi anni la questione abitativa è tornata al centro del dibattito pubblico, non solo come emergenza sociale o problema economico, ma come nodo culturale e antropologico. Il convegno Casa, città, democrazia, organizzato dalla Facoltà Teologica del Triveneto presso Civitas Vitae a Padova nel gennaio scorso, ha offerto uno sguardo originale e multidisciplinare su questo tema, mettendo in dialogo esperienza sociale, riflessione biblico-teologica e prospettive tecnico-economiche. Ne è emersa una domanda radicale: che cosa significa davvero abitare, oggi e domani?

(Civitas Vitae di Padova è una città integrata, sviluppata interamente sui temi della coesione e dell’integrazione sociale)

Abitare non è occupare uno spazio

Jonny Dotti, pedagogista e imprenditore sociale, è partito da una crisi personale maturata in anni di lavoro nel welfare e nel terzo settore. Una crisi nata dal paradosso evidente che mai come oggi disponiamo di servizi sanitari, educativi e assistenziali, eppure solitudine, tristezza e perdita di senso crescono. La risposta, però, non dovrà essere una condanna dei servizi, ma la critica a una società che pensa di potersi reggere sulla sola erogazione tecnica di prestazioni, dimenticando la dimensione relazionale dell’umano.

In questa prospettiva, la casa non dovrà essere intesa come un “alloggio” né come un “appartamento” – termini che evocano separazione, mercato, funzione – ma come un luogo di vita. Nella tradizione cristiana e mediterranea, abitare ed essere coincidono: “venne ad abitare in mezzo a noi” non è solo un’affermazione teologica, ma una visione dell’umano. “La casa è insieme nido e nodo, rifugio e passaggio, spazio di conflitto e di generazione. Quando diventa bunker, spazio chiuso e difensivo, perde la sua vocazione originaria e produce isolamento, paura, talvolta violenza”.

Dotti ha insistito su un punto decisivo: il problema non è il co-housing o l’housing sociale come categorie di mercato, ma l’idea di abitare che le precede, perché senza relazioni significative, anche le soluzioni più avanzate rischiano di restare gusci vuoti. “Le esperienze più feconde sono quelle in cui convivono età e fragilità diverse, con servizi presenti ma non centrali: si resta perché c’è una relazione, non perché c’è una prestazione”.

La Bibbia: Dio non possiede una casa

Giorgio Bozza, docente di Teologia morale, approfondisce questa intuizione tornando alle parole. Abitare deriva dal latino habitare, frequentativo di habere: non possesso, ma dimora stabile, cura, modo di essere. Da qui derivano abito, abitudine, habitus: l’abitare, cioè, plasma l’identità.

“La Bibbia – ha spiegato –  rafforza questa visione. Nell’Antico Testamento il verbo shakan indica il dimorare di Dio nella tenda, in mezzo al popolo. Dio rifiuta la casa-palazzo che Davide vorrebbe costruirgli: non vuole essere posseduto, rinchiuso, utilizzato. Nel Nuovo Testamento questa logica si radicalizza: Il Verbo si fece carne e pose la sua tenda fra noi. Dio abita nelle relazioni, non nei luoghi. “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro”.

Anche la città, allora, è ambigua: può proteggere o escludere. La Bibbia conosce città che diventano luoghi di uniformazione e dominio – come Babele – e città aperte, attraversate dal dialogo, come le porte di Sion amate dal Signore. “Non è un caso che Papa Francesco abbia denunciato città costruite più per isolare che per integrare, perchè quando l’abitare perde la sua dimensione relazionale, le fragilità sociali diventano inevitabili”.

(Corte Ca’ Lando, sec. XVI, in centro a Padova, splendido esempio di proto-edilizia popolare in Veneto)

Costruire seguendo l’idea di abitare

Qui il dialogo con la filosofia diventa naturale. Heidegger ricordava che il grande errore della modernità è pensare che prima si costruisca e poi si abiti. In realtà, è l’idea di abitare che orienta il costruire. Se abitare significa difendersi, costruiremo bunker; se significa entrare in relazione, costruiremo luoghi di incontro. “Altrimenti, rischiamo – ha avvertito ancora Bozza – di vivere in splendide prigioni dorate”.

Questa consapevolezza, però, non elimina la necessità di affrontare le trasformazioni economiche e ambientali in atto.

Nel suo intervento Gianmarco Russo, direttore di Confindustria Veneto Est, ha portato l’esempio di un accordo di collaborazione sottoscritto con le Ater regionali per verificare se nel loro patrimonio immobiliare ci siano abitazioni che questi enti non sono in grado di riqualificare e mettere a norma, con lo scopo di destinarle non solo a edilizia residenziale pubblica, ma anche a politiche di social hausing, cioè per assegnare alloggi in affitto a lavoratori che non hanno capacità di reddito tali da far fronte alle condizioni di mercato, di affitto prevalentemente, o che non hanno neanche i requisiti per entrare nelle graduatorie Erp (Edilizia Residenziale Pubblica). In tal caso, ha detto, sarebbero gli imprenditori stessi a trovare investitori “pazienti”, cioè che non abbiano attese di investimento puramente speculativo, in modo da rimettere in circolo questo patrimonio immobiliare.

Alessandro Gerotto, presidente Ance Veneto, ha portato invece lo sguardo sul futuro prossimo dell’abitare, segnato dai cambiamenti climatici, dalle direttive europee e da una profonda trasformazione del mercato immobiliare. Case a basso consumo energetico, modulari, prefabbricate, accessibili non sono più opzioni, ma vincoli con cui confrontarsi.

La casa del futuro, ha spiegato, difficilmente sarà acquistata come nel passato. “Per molti diventerà un servizio, un benefit, una forma di affitto evoluto. La sostenibilità economica richiederà un forte intervento pubblico, partenariati pubblico-privati e l’utilizzo di grandi patrimoni immobiliari oggi dismessi”. Le soluzioni tecniche già esistono: riuso dell’acqua piovana, edifici a consumo quasi zero, standardizzazione costruttiva, tecnologie BIM (Building Information Modeling). “Ma la tecnica, da sola, non basta”.

Persone prima delle strutture

Ed è qui che i tre sguardi convergono. Le case del futuro saranno forse più leggere, più rapide da costruire, meno “eterne” di quelle del passato. Ma la vera sfida non è tecnologica: è umana. Anche i modelli più efficienti rischiano di fallire se non rispondono alle domande fondamentali poste da Dotti: con chi vuoi vivere? con chi vuoi morire? con chi vuoi educare un figlio?

La Bibbia ricorda che Dio abita dove c’è relazione. La filosofia avverte che costruiamo secondo l’idea di abitare che abbiamo. L’economia e l’ingegneria mostrano che il cambiamento è inevitabile. Tenere insieme questi livelli significa immaginare contesti abitativi in cui le persone vengano prima delle abitazioni, e l’abitare torni a essere una forma di vita condivisa, non un prodotto da consumare.

In un tempo segnato da solitudine e frammentazione, la casa potrà tornare a essere un luogo di accesso alla vita, non di esclusione. A patto di ricordare che non si abita mai da soli.

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