Gianluca Stefani: “Kering ad Altichiero, simbolo di un modello sbagliato”
Dopo i post pubblicati su Facebook, l’esponente del Movimento prometeo alza i toni contro il progetto della sede e richiama anche le recenti inchieste televisive sul sistema produttivo legato al lusso

La futura sede Kering Eyewere ad Altichiero, quartiere a nord del comune di Padova, continua a dividere politica e cittadini. Dopo le dichiarazioni pubblicate su facebook Gianluca Stefani, del Movimento Prometeo, i cui reels in facebook arrivano a 100mila visualizzazioni, molto attivo sui temi scottanti della città, torna sul tema con parole ancora più dure, puntando il dito contro quello che definisce “un progetto calato dall’alto”, destinato ad avere pesanti conseguenze urbanistiche e ambientali sul territorio.
Nel mirino non c’è soltanto l’impatto edilizio dell’operazione, ma anche il modello produttivo che ruota attorno ai grandi gruppi del lusso, finito recentemente sotto i riflettori mediatici attraverso inchieste giornalistiche della Rai e di Report dedicate ai subappalti, alle condizioni di lavoro e alle ombre della filiera moda italiana.
Stefani, perché ritiene così grave il progetto Kering ad Altichiero?
Perché qui non stiamo parlando semplicemente di una nuova sede aziendale. Stiamo parlando di una trasformazione urbanistica enorme in un quartiere che già oggi vive problemi evidenti di traffico, pressione edilizia e carenza di servizi. Altichiero rischia di diventare il simbolo di un modello di sviluppo che mette gli interessi economici davanti alla qualità della vita dei cittadini.
Lei parla apertamente di “modello sbagliato”. A cosa si riferisce?
Negli ultimi mesi abbiamo visto inchieste televisive molto pesanti sul sistema del lusso, sui subappalti e sulle condizioni di lavoro dentro alcune filiere collegate ai grandi marchi internazionali. Report e altre trasmissioni Rai hanno mostrato un sistema dove spesso dietro l’immagine patinata del lusso si nascondono sfruttamento, lavoro irregolare e logiche aggressive sui territori. E allora io mi chiedo: davvero vogliamo accogliere tutto questo senza porci domande?
Sta dicendo che ci sono rischi anche per il territorio?
Sto dicendo che un territorio non può inginocchiarsi davanti a un grande marchio solo perché porta prestigio internazionale. Qui si continua a parlare di investimento e sviluppo, ma nessuno spiega chiaramente quale sarà il prezzo urbanistico e ambientale che pagheranno i residenti.
Qual è la sua critica principale all’amministrazione?
L’assenza totale di una visione urbanistica seria. Si procede come se bastasse il nome Kering per giustificare qualsiasi intervento. Ma un quartiere non è una vetrina pubblicitaria. Qui parliamo di aumento del traffico, impermeabilizzazione del suolo, pressione sulle infrastrutture e possibile perdita di equilibrio ambientale.
Lei teme anche consumo di suolo?
Assolutamente sì. E trovo grave che questo tema venga quasi rimosso dal dibattito pubblico. Ogni volta si promettono sostenibilità, verde e compensazioni ambientali, ma poi i quartieri si ritrovano più cemento, più auto e meno vivibilità. Altichiero non può diventare l’ennesima operazione immobiliare mascherata da rigenerazione.
Secondo lei i cittadini sono stati ascoltati?
No. E questo è forse l’aspetto più preoccupante. Su un progetto di tale portata serviva un confronto vero con il territorio, non una comunicazione dall’alto. I residenti hanno il diritto di sapere cosa cambierà concretamente: quante auto arriveranno, quali opere verranno realizzate, quali saranno gli impatti ambientali reali.
C’è chi sostiene però che opporsi significhi essere contro il lavoro e gli investimenti.
È il solito ricatto morale: o accetti tutto oppure sei contro lo sviluppo. Ma non funziona così. Nessuno è contro il lavoro. Io sono contro l’idea che un grande gruppo multinazionale possa ridisegnare un quartiere senza un controllo rigoroso sugli impatti urbanistici, ambientali e sociali.
Ma come è passata in Comune di Padova quella delibera?
Con il voto favorevole di una amministrazione che si dichiara di centro sinistra e che si era fatta votare dai cittadini al grido di “basta consumo di suolo! basta con la cementificazione!”; ma aggiungerei anche con l’assenza di tutta l’opposizione, e non mi risulta per protesta, tant’è che non si è mai espressa in merito.
Ma il progetto è stato presentato dal prestigioso studio giapponese SANAA, guidato dagli architetti Kazuyo Sejima e Ryue Nishizawa.
Pare sia questo oggi il metodo, usare il nome di archistar per far digerire meglio interventi di forte impatto. Qualcuno l’ha definito il metodo della foglia di fico. In ogni caso, la questione vera è che quell’intervento è decontestualizzato, come hanno sottolineato gli architetti intervenuti nel convegno ad hoc che abbiamo organizzato. Non si tratta di essere contrari in modo acritico, ma certo non era quello il contesto in cui doveva sorgere un’opera di così grande impatto, tra argine del Brenta, Villa Zaguri, Certosa di Vigodarzere.
E i comuni confinanti di Limena e Vigodarzere in sede di Conferenza di servizio cosa hanno detto?
Niente. Certo non avevano potere di veto, ma un parere potevano pur esprimerlo. Limena risulta assente alla Conferenza di servizio e Vigodarzere, coinvolto per la vicinanza della sua prestigiosa Certosa, neppure è stato invitato. Pertanto, c’è pure un vizio di forma sul quale si potrebbe anche eccepire.
Cosa chiede adesso?
Trasparenza totale. E soprattutto una discussione pubblica vera, libera dalla propaganda. Perché quando un territorio cambia in modo così radicale, i cittadini devono poter decidere e non soltanto subire. E intanto che venga tolta la sbarra messa sulla strada di accesso all’argine del Brenta, dove c’è un percorso ciclo-pedonale, perché quella strada è sì privata, ma di uso pubblico.

(Cantiere Kering Eyewere, con sbarramento della strada di accesso all’argine)

(Ingresso di Villa Zaguri ad Altichiero)
Nota: la Redazione del Popolo Veneto offre, ovviamente, spazio di replica a chi desiderasse rispondere alle obiezioni illustrate nell’intervista e argomentare sulle diverse questioni sollevate.
