La tragedia del primo conflitto mondiale e l’onestà, umana e politica, di Sebastiano Schiavon

Non si limitò ad opporsi alla guerra in Parlamento, ma si impegnò a favore della popolazione per costituire i comitati di preparazione civile

Viviamo tempi difficili. La guerra è tornata a dettare l’agenda della politica. Guerre sanguinose, in cui ai caduti combattendo si aggiunge un enorme numero di vittime civili: morti senza giustificazione, anziani, donne, bambini, profughi abbandonati a sé stessi, distruzione di beni necessari alla sopravvivenza quali case, campi, officine, scuole, ospedali, acquedotti, linee elettriche, ponti, strade…

Restando fedeli all’idea che Il Popolo Veneto possa contribuire a indagare il passato della presenza politica dei cattolici, ed in particolare l’azione dell’onorevole Sebastiano Schiavon, possiamo tornare a riflettere sui tempi tragici della Prima guerra mondiale. Anche allora quante sofferenze, in particolare per il popolo veneto, in una regione diventato campo di battaglia. Le cronache di allora ci fanno meglio capire il dramma che stanno vivendo le popolazioni del Medio Oriente e dell’Ucraina.

La guerra passa come un turbine sulle montagne e campagne venete. Il bilancio sarà di 130.000 abitazioni private distrutte, 300 municipi, 900 scuole, 70 ospedali, con il dimezzamento della superfice agricola e del patrimonio zootecnico. Conseguenza immediata fu nella tragedia della guerra la tragedia della fame. Ne è dolente testimonianza la lapide affissa nel Palazzo comunale di Valdobbiadene: “Cittadini uccisi da proiettili n. 51. Cittadini morti per fame n. 484”. Furono allontanati oltre 600.000 profughi, dislocati, spesso in condizioni di assoluta precarietà, in 69 province italiane. Ne sono testimonianza tante loro lettere. Scrive un gruppo di profughi padovani deportati in Abruzzo: “Porci, capre, asini, tutto frammischiato alla popolazione, strade ricolme di letame. I profughi abitano in vere topaie… sono classificati come un intruso, che venga a turbare la pace domestica, dobbiamo elemosinare di famiglia in famiglia per mangiare, le quali famiglie, quando di tratti di profughi aumentano il prezzo ingordamente”.

In difesa di queste popolazioni si eleva solo la voce del Vescovo di Padova a capo di una Diocesi, distesa tra Padova, Vicenza e Belluno, attraversata dal fronte. Aveva tra l’altro sotto le armi 270 seminaristi e 178 preti. Si trovava nelle condizioni di essere un testimone previlegiato dei drammi della guerra, per i militari e per i civili e fu durante tutta la guerra un informatore diretto di Papa Benedetto XV. A proposito dei profughi scrive al Papa mettendo in rilievo lo scarso rispetto dei comandi militari nel gestire l’allontanamento dal fronte: “disperdendo come polvere al vento vecchi, bambini, infermi, donne con mariti al fronte… infelici che vanno raminghi per il mondo senza che si possano seguire né aiutare né assistere in modo alcuno”. 

C’era chi si era illuso che fosse una guerra breve, che con pochi sacrifici avrebbe portato a conquistare Trento e Trieste: alla fine il prezzo in vite umane fu di 651.000 militari e 590.000 civili. I feriti furono 950.000 (di cui la metà invalidi permanenti).

C’era chi con più realismo non nascondeva la tragedia che sarebbe stata la guerra, il peso che le classi popolari in particolare avrebbero dovuto sopportare. Una corrente pacifista era ben presente nel paese, tra il mondo socialista e quello cattolico. Il combattivo Vescovo di Padova Luigi Pellizzo sul giornale cattolico “La Libertà” scriveva il 12 gennaio 1915: “… Essere condotti al macello della guerra non per i reali interessi della patria ma per il capriccio di quattro farabutti che riescono sempre a comandare dal fondo delle logge… È giunta l’ora di dare al nostro pensiero che si ispira ai principi della neutralità una forma più fattiva. Si agitano gli altri, agitiamoci anche noi! Si organizzano i guerrafondai e noi organizziamo gli amici della pace!”.

Irreprensibile fu il comportamento del deputato padovano Sebastiano Schiavon: fu tra i 27 parlamentari cattolici che votarono il 20 maggio 1915 contro la concessione al Governo Salandra di poteri straordinari in caso di guerra. Per un artificio procedurale l’Italia entrò in guerra senza che il Parlamento la dichiarasse! Ci voleva del coraggio per opporsi alle largamente presenti correnti belliciste e nazionaliste: si veniva accusati di essere antipatriottici, i cattolici in particolare erano presi di mira dagli ambienti laicisti e massonici largamente presenti ai vertici dello Stato.

E tuttavia Schiavon non si trincera dietro il suo parere contrario alla guerra. A guerra scoppiata pensa alle necessità del popolo, al fronte, nelle città e nelle campagne. rivolge un appello ai Sindaci del suo Collegio: “Io mi accingo a partire per compiere sereno e tranquillo il mio dovere di soldato per questa amata Italia, rivolgo a tutti i sindaci del mio collegio il caldo appello a costituire in ciascun comune i ‘Comitati di preparazione civile’ per le opportune provvidenze di aiuti morali e materiali alle famiglie dei nostri combattenti”.

Vi è la testimonianza che Schiavon si fermava alla sera a pregare insieme al vescovo, dopo una giornata di duro lavoro assistenziale nei confronti di popolazioni bisognose di tutto. Erano posizioni non facili, quando dalle autorità di guardava con sospetto chiunque esponesse le drammatiche conseguenze sociali della guerra, con l’accusa di essere austriacanti o peggio sabotatori. E furono parecchi i parroci che si trovarono imprigionati o accusati solo per aver difeso in modo eroico il proprio popolo. Sono pagine di storia da non dimenticare.

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