1947: l’esilio di Pino da Pola a Padova, tra storia personale e collettiva

Da quella volta non l’ho rivista più
Cosa sarà della mia città
Ho visto il mondo e mi domando se
Sarei lo stesso se fossi ancora là
Non so perché stasera penso a te
Strada fiorita della gioventù
”.

Inizia con queste parole la bellissima e struggente canzone di Sergio Endrigo, che ha per titolo 1947 e che parla della sofferenza degli esuli italiani che lasciarono Pola proprio in quell’anno. Non fu l’unico e non furono in pochi. La città, passata alla Jugoslavia alla fine della Seconda guerra mondiale, contava 32 mila abitanti prima del conflitto, quasi tutti italiani. Nel biennio ’46-’47 se ne andarono in ben 28 mila, di fatto svuotandola.

(Sergio Endrigo vincerà il Festival di Sanremo nel 1968 con Canzone per te)

Il cantautore Sergio Endrigo, all’epoca quattordicenne, è forse il più noto tra i polesani che presero la via dell’esilio, ma dei tantissimi altri poco o niente si è mai saputo, spesso volutamente dimenticati per non rimettere in discussione gli accordi internazionali che avevano assegnato quelle terre italiane alla Jugoslavia di Tito.

Tra questi tantissimi altri anche Giuseppe Rocco, detto Pino, un distinto signore che ha superato i novant’anni e che vive con la moglie Cornelia in un appartamento al quarto piano alla periferia di Padova, nel quartiere di Ciamician.

È nato a Pola il 16 dicembre 1929, quando la città faceva parte del Regno d’Italia, figlio di Simone Rocco (1903) e di Maria Quarantotto, morta di meningite nel 1930, quando Pino aveva appena un anno. Rimasto orfano di madre, fu cresciuto dal nonno materno, Iacsic, insegnante e palombaro, che aveva esercitato la sua professione a Pola già in epoca austro-ungarica.

Il signor Pino è informato della mia visita e della mia intenzione di scrivere qualcosa sulla sua vicenda di esule. La figlia Licia, che conosco da tempo, lo ha preparato all’incontro. Mi accoglie con cordialità, si accomoda nella sua poltrona in salotto e lì iniziamo il nostro dialogo. Gli spiego che sto raccogliendo testimonianze di esuli come lui, che conosco abbastanza bene l’Istria per averla visitata spesso come turista e che conosco anche alcuni discendenti dei cosiddetti “rimasti”, di quelli cioè che non partirono, in particolare a Rovigno, a Parenzo e a Grisignana.

A Pola, mi racconta, la famiglia Rocco abitava in via Dante, una laterale di via Flavia, non lontano dall’Arena romana. Lasciarono la città nel 1947, proprio come Sergio Endrigo, proprio come la quasi totalità della popolazione, nel contesto dell’esodo giuliano-dalmata, seguito al passaggio dell’Istria alla Jugoslavia in base al Trattato di Pace di Parigi. Pino aveva allora diciotto anni e, imbarcatosi con la famiglia sulla motonave Pola, raggiunse prima Trieste e da lì proseguì poi per Padova, dove la sorella Nella studiava presso le suore di Santa Maria in Vanzo. Nella, di due anni più grande di lui, aveva tra l’altro insegnato Educazione tecnica a Trieste. Furono proprio le suore ad aiutare la famiglia Rocco a trovare un alloggio a Padova, in un loro edificio di via Santa Rosa. A Pola della loro famiglia rimase soltanto una vecchia prozia, Maria Rocco.

Pino ricorda che il padre preferì non fermarsi a Trieste, come fecero molti polesani, ma proseguire fino a Padova, temendo che quella città – allora ancora contesa e sottoposta al Governo Militare Alleato – potesse finire sotto il controllo jugoslavo, costringendo la famiglia a un secondo esodo.

Pino tornerà in Istria per la prima volta solo nel 1956, ma non ritroverà nessuno dei suoi e la città gli apparirà anzi profondamente cambiata. Vi farà ritorno anche in seguito, ma solo in occasioni particolari, a Pasqua o per la commemorazione dei defunti a novembre, ed esclusivamente per recarsi al cimitero. Una permanenza più lunga, dice, sarebbe stata soltanto un’ulteriore sofferenza.

Gli chiedo se conosce la famiglia Bartoli, della quale ho recuperato un archivio di documenti relativi a Pietro Bartoli, anche lui esule e anche lui finito a Padova. Mi risponde di sì: ricorda che i Barloli gestivano una mescita di vino proprio vicino a casa sua, in via Flavia. Anche i Bartoli se ne andarono tutti, gli dico; alcuni emigrarono fino in Illinois, negli Stati Uniti. Pino mi fa notare che molti dei suoi conoscenti finirono anche in Australia, una delle principali mete dell’emigrazione istriana del dopoguerra.

A Pola la famiglia di Pino si occupava di commercio: i suoi viaggiavano fino in Dalmazia, comprando e vendendo merci di vario tipo, dai tessuti alla ceramica. E sempre a Pola Pino aveva conosciuto quella che sarebbe diventata sua moglie, anche se la loro relazione iniziò per davvero solamente dopo che si ritrovarono entrambi a Padova. Cornelia Martinelli, la moglie, è originaria dell’isola di Curzola (Korčula) e ci tiene molto a essere considerata dalmata, identità ben distinta anche se storicamente affine a quella istriana.

A Padova Pino frequenterà l’Istituto per Geometri “G. B. Belzoni”. Sulla porta del suo appartamento è ancora ben affissa una targhetta con la scritta “geom. Giuseppe Rocco”, anche se, di fatto, non eserciterà mai la professione. A Pola aveva frequentato l’Istituto Tecnico “Leonardo da Vinci” ed è lì che era nata la sua grande passione per l’aeromodellismo, coltivata per tutta la vita, fino a farlo diventare presidente del club padovano di aeromodellisti. Alle pareti del salotto sono infatti esposte numerose fotografie dei suoi modelli di velivoli preferiti. Nel maggio del 1943 a Pola, ci tiene a precisare, aveva anche seguito un corso di volo a vela. Presterà infatti servizio militare in Aeronautica tra il 1951 e il 1952, ma solo per sei mesi. Però non piloterà mai un aereo, anche se ebbe occasione di volare su un velivolo delle Frecce Tricolori, in cambio di un favore reso a un pilota. Conserva con orgoglio anche la fotografia di quell’esperienza.

A Padova aprì inizialmente, con un amico, un laboratorio per la riparazione di radio. Successivamente lavorò per la Microtecnica, azienda padovana specializzata in macchine per il cinema; poi per la Geloso, nella sede di Porta Trento; quindi per la Philips, che lo portò anche ad Amsterdam; e infine per la Zanussi di Pordenone, allora colosso industriale con circa quarantamila dipendenti. In Zanussi rimase fino a ottantaquattro anni, svolgendo diverse mansioni e viaggiando molto per lavoro, anche in Libia. Per tutta la settimana restava in Friuli e tornava a casa solo nei week-end. Con quel lavoro, mi sottolinea, è riuscito a far crescere e a far studiare i suoi cinque figli.

(Prima pagina de “L’Arena di Pola” del 6 febbraio 1947. Il quotidiano nato a Pola nel 1945 quale organo del CLN, esce ancora oggi come giornale “degli esuli”)

Sul tavolino del salotto noto una copia de L’Arena di Pola, il giornale degli esuli istriani. Non poteva mancare, quelli che conosco ce l’hanno tutti. Pino mi dice di esserne un fedele abbonato; le copie più vecchie le conserva rilegate su un comodino. Alle pareti del salotto sono appesi quadri raffiguranti l’Arena di Pola, la Porta Aurea e l’isola di Curzola. Avevo quasi la certezza che conservasse anche lui un frammento dell’Arena romana, come tanti polesani: me lo mostra infatti e me lo lascia toccare e fotografare. È poco più grande di una mano.

Durante tutto il tempo dell’incontro Pino mi parla in istro-veneto, che lui definisce più precisamente “istrioto”. Gli faccio notare che si tratta di una parlata diversa da quella dei rovignesi che conosco, pur essendo Pola e Rovigno geograficamente molto vicine. Lui conferma sorridendo, non senza aggiungermi che “del ruvignese no se capisse gnente!”.

In una teca espone la sua collezione di monete antiche, alcune di epoca romana. Gli chiedo se le abbia recuperate in mare; mi risponde che si trovano anche sulla terraferma, soprattutto nella terra rossa istriana, spesso in occasione di scavi casuali come i suoi. Mi conferma, per la seconda volta, che la sua famiglia è autoctona, che, a sua memoria, i Rocco vivevano a Pola da secoli, che non sono cioè italiani arrivati lì nel Ventennio fascista. Di politica però, mi dice, non si è mai interessato, volutamente, e quindi non ne parliamo.

Prima di salutarci, la figlia Licia mi mostra una fotografia di Villa Martinelli a Parenzo, residenza del nonno materno prima del trasferimento a Pola. È un edificio ampio e signorile, bellissimo, quasi in riva all’Adriatico.

(Esuli polesani che lasciano la città imbarcandosi sul piroscafo Toscana)

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