Rogazioni e Litanie dei Santi: tra ricordi d’infanzia e tradizioni devote
Fra i ricordi della mia infanzia e adolescenza, spiccano quelli di carattere religioso: non escluso l’assenso, se non il compiacimento, del marito ex anarchico, poi socialista, della mia zia Dina, in quel di Castiglione di Cervia, quando dicevo di voler andare in parrocchia da don Giuseppe a giocare. Al qual proposito, del ravennate don Giuseppe Senni (classe 1913) si raccontava in famiglia la vicenda del suo sacerdozio: una vocazione contrastata dal padre, persona retta, ma fortemente anticlericale, mentre la mamma… Il babbo lavorava nell’ospedale civile di Ravenna e dichiarò apertamente che non avrebbe sborsato un soldo per il pagamento della retta del seminario. Ma ci pensò appunto la mamma, a sua volta lavoratrice, non ricordo in quale attività.
Arrivò il giorno dell’ordinazione sacerdotale di Giuseppe e la “prima messa”, che il novello prete andò a celebrare nella cappella dell’ospedale. Qui avvenne l’inaspettato: a servire messa trovò il babbo, in quegli anni convertitosi ad opera delle buone suore, a quei tempi attive anche nei nosocomi. Babbo e mamma furono poi sempre vicini a don Giuseppe, mentre la sorella gli fece da “perpetua”, come si diceva allora.
Chiudo l’inciso e vengo ad un ricordo particolare, quello delle Rogazioni e delle Litanie dei Santi. Non la “Rogazione maggiore” del 25 aprile, le cui origini risalgono al quarto secolo, bensì quelle “minori” nelle tre giornate antecedenti la festa dell’Ascensione.
Sveglia di buon mattino e, con la mamma, eccoci partecipare alla processione che, uscita dalla cattedrale nei cui pressi abitavamo, faceva il giro di Piazza Duomo per poi rientrare nel tempio. Vescovo, canonici, sacerdoti, seminaristi, all’organo don Gino Bartolucci e il canto delle Litanie dei Santi, appunto, quelle litanie risalenti nella Chiesa Cattolica d’Occidente al 590, sotto il pontificato di Gregorio Magno. Si invocava (questo il senso delle rogazioni, dal latino rogatio: richiesta, preghiera propiziatoria) per la buona seminagione, i lavori della terra in generale, ma pure per necessità spirituali, fin dal quinto secolo. Il significato di quelle invocazioni era abbastanza chiaro, ancorché cantate in latino: A peste fame et bello, libera nos Domine; A flagello terremotus, libera nos Domine, eccetera. Ma poi, anche: Ab omni malo, libera nos Domine; Ab omni peccato, libera nos Domine, Ab insidiis diaboli, libera nos Domine; A subitanea et improvisa morte, libera nos Domine…”.
Ero affascinato da quel canto. Che mi sono portato dentro e dietro, per così dire, in questa lunga esistenza, facendo mie, personali, non poche invocazioni: le vado ripetendo quotidianamente insieme a preghiere sentite nell’infanzia dalla mia mamma, come “A te o beato Giuseppe…”, nonché quella “per la buona morte”.
Trasferitomi nel Veneto nel 1966, ebbi in seguito la sorpresa di una manifestazione particolare: la Grande Rogazione di Asiago, che affonda le radici in tempi antichi, procedendo lungo un itinerario di 30 chilometri lungo strade sterrate e sentieri dell’Altopiano dei Sette Comuni…
Fra i ricordi, non manca una considerazione fatta nella mia prima giovinezza a proposito della figura del prete: l’uomo di maggior potere che esista, considerai a quel tempo, conservando tale convinzione. Perché? Ma perché, pronunciando una breve “formula”, al momento della Consacrazione, nella messa, ecco che il pane diventa il corpo di Nostro Signore Gesù Cristo e il vino il suo sangue! Ancora: sempre con una brevissima formula, ecco il penitente venire assolto per i suoi peccati. Chi, all’infuori del sacerdote, è dotato di questo potere conferito da Dio stesso? Oltre a questa considerazione-convinzione, mi sono sempre chiesto se i preti siano veramente, compiutamente consapevoli di questo enorme potere: da far tremare le vene dei polsi, al solo pensarlo!
