Alpini, nostalgia di adunata: i ricordi di un inviato

La testimonianza, personale e professionale, di un giornalista che ha preso parte a trenta edizioni, dal 1976 al 2017

Una breve premessa. Ho scritto questo testo per un po’ di amici: alpini e non alpini, in un pomeriggio assolato, caldo, ma in cui i miei dolori articolari si sono riacutizzati. Stavo considerando le enormi sofferenze delle Penne Nere delle quali la storia è caratterizzata, e mi facevo coraggio confrontandole con le mie… Ho rivisto, sul filo della memoria, tante cose, uomini, eventi e ho provato uno struggente desiderio di cappelli con la penna nera, di fanfare in marcia, di tricolori al vento, e di tante amate presenze che non ci sono più. Sono “andate avanti”.

Fra le tante nostalgie che caratterizzano la mia malandata vecchiaia, c’è quella delle adunate nazionali dell’ANA: voglio dire adunate “in presenza”, vissute sul campo come inviato del Gazzettino (28 volte), de “L’Eco di Padova” e de “L’Occhio” (una volta): per ben 30 edizioni. Numerose quelle la cui sfilata finale ho seguito davanti al teleschermo – dall’inizio alla fine, come del resto avveniva quando ero presente.

La prima volta reca la data marzo 1976, a Padova, con inviato speciale del Gazzettino Sergio Gervasutti ed io in sottordine, per così dire. L’ultima, maggio 2017 a Treviso, dove, fra l’altro, oltre a scrivere per il mio giornale, avevo fatto “da spalla” al capo della redazione Rai del Veneto Giovanni Stefani, per la diretta di qualche ora su Rai3, ripetendo le felici esperienze di Asiago 2006 e Bassano del Grappa 2008.

Nostalgia di quell’atmosfera – che per poterla respirare appieno occorre esserci – di quei canti, di quei suoni, di quei colori e di quei tricolori, di quelle decine e decine di migliaia di cappelli con la penna nera, di quelle tavolate imbandite alle quali, pronubi brindisi e cibi, protagoniste erano l’amicizia, la cordialità, uno stare insieme spontaneo, sentito – fra tutte, l’Osteria La Vecchia di Lino Chies, Poncato, Battistella, Aldo, Luciano, i gemelli…, con l’immancabile, compianto, Beppe Parazzini a intonare “Figli di nessuno” – e che grande soddisfazione, aver ricevuto da lui all’adunata di Genova 2001 il Premio Giornalista dell’anno!

Riavvolgo il nastro dei ricordi e rivedo a Padova, e poi a Modena, e ancora (mi pare) a Verona, l’alpino mutilato di una gamba, ma forte, fiero, che sfila appoggiandosi alle stampelle lungo tutto il percorso. Rivedo pure me stesso… con gli occhi lucidi e un magone così, e una domanda: ma che cosa hanno “dentro”, gli alpini, da indurre quest’uomo così provato dalla vita ancor giovane, a voler esserci e a voler sfilare, non su una delle campagnole riservate ai veci e/o ai mutilati, ma procedendo pèdibus kalkàntibus? Quel che hanno nel cuore e nella mente questi uomini lo avrei realizzato, capito, in seguito, sulla scorta di esperienze vissute, condivise, da loro, con loro, fino a quel prodigio cui assistetti commosso nel settembre del 1993: l’inaugurazione dell’Asilo Sorriso in quel di Rossosch, ideato, progettato, costruito, dalle Penne Nere, nel ricordo della battaglia di Nikolajewka e dei Caduti nella campagna di Russia, omaggio a una popolazione, come segno di amicizia, di pace, da parte di quelli che erano stati i nemici di un tempo – operazione unica al mondo. Alla quale sarebbe seguita venticinque anni dopo, sotto la presidenza Ana di Sebastiano Favero, la realizzazione a Livenka-Nikolajewka del Ponte degli Alpini per l’Amicizia sul fiume Valuj.

E pensando a quel primo evento di solidarietà nei confronti delle genti russe, ecco un collegamento con Vicenza, con l’adunata (la 64sima nazionale dell’Ana) del 1991, bellissima e con una partecipazione straordinaria della cittadinanza.

Una premessa. Il direttore del Gazzettino Giorgio Lago, pur sapendo che la naja l’avevo fatta nell’arma del Genio e non fra le Penne Nere, ma altrettanto consapevole di quanto a quel mondo fossi legato per le mie conoscenze storico-letterarie (da Egisto Corradi a Giulio Bedeschi a Mario Rigoni Stern, eccetera), approdato Gervasutti ad altri lidi direzionali, incaricava me del servizio per le adunate scarpone… avvertendomi peraltro all’ultimo momento. Arrivava il venerdì, quando mi chiamava e: “allora, Giovanni, vai all’adunata…”, adunata che prendeva il via l’indomani, sabato, e si concludeva la domenica sera. Era un’impresa, allora, trovare una sistemazione in albergo. A Pescara pernottai in uno stanzino senza finestra all’ultimo piano di un moderno hotel, mentre ad Asti, grazie alla cortesia del presidente della sezione, potei dormire in branda in un’aula scolastica. E a Vicenza? Il venerdì notte una stanza in albergo la rimediai, ma per l’indomani? A quel tempo il Gazzettino aveva una redazione anche nel capoluogo berico, per cui, grazie ai colleghi, lì pernottai… Un materasso offertomi gentilmente da una collaboratrice, posto su una grande tavolo in una stanza, costituì il mio non comodo letto per la notte fra il sabato e la domenica. Tutto questo, per sottolineare lo spirito di adattamento di un giornalista che avendo fatto la naja sapeva arrangiarsi, e che poi per gli alpini quel piccolo sacrificio poteva compierlo più che volentieri.

Chiusa la digressione, quello che a Vicenza 1991 mi fece più piacere riguarda l’intervista al presidente nazionale dell’Ana, Leonardo Caprioli, a fine sfilata. In chiusura della lunga chiacchierata mi anticipò, chiedendomi peraltro la riservatezza assoluta, dal momento che ancora mancavano gli atti conclusivi del progetto, una grande notizia: la costruzione dell’Asilo Sorriso a Rossosch, per la quale i lavori sarebbero iniziati nel giugno dell’anno successivo, per concludersi nel settembre del 1993, per il 50esimo anniversario della battaglia di Nikolajewka – idea del reduce bresciano Ferruccio Panazza e benissimo accolta da tutto il consiglio direttivo dell’associazione.

Poi, come ho avuto occasione di scrivere varie volte, e non soltanto sul “mio” Gazzettino, in quel settembre 1993 in cui l’asilo venne inaugurato, a Rossosch c’ero anch’io! Non dico le peripezie per telefonare l’articolo nel primissimo pomeriggio della domenica, poco dopo la cerimonia di inaugurazione, dall’ufficio statale delle poste dove funzionava pure il servizio telefonico pubblico, prima di ripartire coi pullman che ci avrebbero portato all’aeroporto di Vorognez, da dove imbarcarci infine alla volta di Mosca. Ma ce la feci e il giorno dopo soltanto Il Gazzettino aveva un ampio servizio su quel memorabile evento, anticipando anche l’ANSA, il cui corrispondente… se l’era presa comoda.

Nostalgie delle adunate nazionali, dunque, di certi momenti, e di certi personaggi come le eroiche medaglie d’oro generale Enrico Reginato, cappellano don Giovanni Brevi (entrambi 12 anni di prigionia nell’Urss!), medaglia d’argento Peppino Prisco, i presidenti dell’Ana Bertagnolli e Perona, gli ultracentenari Sante Dal Santo e Cristiano Dal Pozzo, Cesare Di Dato, per undici anni direttore de “L’Alpino” (direttore-gentiluomo come l’ho definito) con i suoi collaboratori Giuliana, Matteo, Valeria, Mariolina, gli ex presidenti di sezioni Bortolo  Busnardo, Gianni Todesco e Angelo Dal Borgo, poi Angelo Greppi, puntualissimo in tribuna d’onore con il “contafile” a dare, alla fine, il numero (quasi) esatto delle Penne Nere in marcia.

E qui, un’altra digressione. Abituato a cercare la precisione, l’esattezza in ogni cosa, contavo su Greppi e non su altri che sparavano cifre di alpini in sfilata veramente assurde. A parte poi i dati desunti dal “contafile”, dalla segreteria dell’Ana sapevo che secondo calcoli attendibilissimi erano 5-6mila quelli che sfilavano in un’ora; ergo, in 12 ore sarebbero passati, fate un po’ voi il calcolo (e mai nessuna sfilata è durata più di 12 ore!)… Altro che i 100mila che financo l’ANSA una volta azzardò. Come pure le presenze delle Penne Nera alle adunate. Se gli iscritti all’Ana erano 300mila e passa (in questi ultimi tempi, molti meno, e per ovvie ragioni legate all’abolizione della leva obbligatoria, nonché al fatto che i veci “vanno avanti” e i rincalzi vengono a mancare), un buon terzo non andava alle adunate nazionali, per cui non si poteva sentir dire: 400mila, 500mila alpini nella tale o talaltra città. Verosimile invece che, soprattutto a partire dal 2010, quelle presenze indicate si riferissero (e si riferiscano) non agli alpini, ma a tutto quel movimento di gente di zone non distanti, che, attirata dalle notizie sulla grande kermesse scarpona, ci si recava (e ci va tuttora) a curiosare, gironzolare, bere, mangiare, come ad una qualsiasi altra manifestazione popolare…   

Ma torniamo a noi. E adesso? Da diversi anni, le precarie condizioni di salute non mi permettono trasferte “alpine”, ancorché vicine alla mia abitazione di Giavera del Montello, per cui la sfilata di Vicenza 2024 la seguirò davanti al televisore, e non mancheranno momenti di commozione nel sentire i commenti dello speaker trevigiano Nicola Stefani, o nel vedere il presidente Sebastiano Favero, Lino Chies, Cesare Poncato, fra i pochi sopravvissuti dell’Operazione Sorriso, o ancora nell’ammirare il tradizionale arazzo tricolore della sezione di Vicenza costellato di croci e dei nomi delle località della campagna di Russia, nelle quali fu versato il sangue delle Penne Nere e rifulse quel “valore alpin” di cui recita la canta del “Trentatrè”, consueto accompagnamento delle tante fanfare lungo il percorso della sfilata, nella consapevolezza che dietro ogni uomo, ogni bandiera, ogni gagliardetto, ci sono valori fondanti per quelle Penne Nere stesse: fede, generosità, spirito di sacrificio, altruismo, senso del dovere. Ecco, per quest’ultima parola, della quale si è persa cognizione – perché in questa nostra povera Patria tutti reclamano soltanto diritti – chi volesse ritrovarla, vada all’adunata e assista alla sfilata della domenica.

Sì, davanti alla tv va bene, ma… esserci di persona, era (è) un’altra cosa. Io lo so!

Carissimi Alpini, con un grande rimpianto, vi saluta il vecio Giovanni Lugaresi.

Poscritto. Agli alpini è legato anche un importantissimo momento della mia vita privata. Quando la mattina del 6 maggio 2006, nell’abbazia benedettina di Praglia, mi unii in matrimonio con Lucia, le fedi d’oro con incise all’interno le nostre iniziali erano un dono del Gruppo Ana generale Magnani di Mede (Pavia), dove più volte ero stato invitato per conferenze su Guareschi e presentazioni di miei libri; del pari, la cravatta che portavo (“alpina”, s’intende) mi era stata regalata da Giuseppe Galvanin, allora presidente della sezione di Vicenza, al quale sarebbe succeduto il caro amico architetto Luciano Cherobin.

A celebrare il matrimonio era stato il vecchio monaco Giuseppe Tamburrino, ma le carte le aveva preparate (ovviamente) il parroco di Santa Maria di Praglia: padre Tiziano Sartori, alpino, “andato avanti” il 9 settembre 2023.                                                                                               

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