Paolo Toffanin, storia di un avvocato dagli anni del Ventennio al dopoguerra
Nel 1915 a Padova sorge un comitato laico intenzionato a pubblicare un opuscolo in lingua italiana, tedesca e slovena con una tiratura di 100.000 copie. Tale libretto, dal titolo L’ episcopato italiano e la guerra, raccoglie pastorali di molti vescovi del regno ispirate a sentimenti di italianità e patriottismo. Il comitato è costituito a Padova in casa del senatore Vettore Giusti e ha quale presidente il senatore Valerio Polacco, come membri il senatore Gino Cittadella Vigodarzere, l’onorevole Sebastiano Schiavon, Giuseppe Dalla Torre, Alfredo Rocco, Antonio Cattaneo e quale segretario Paolo Toffanin.
Tutte personalità molto note nella Padova di inizio ‘900 e che si trovano nei libri di storia con esclusione del segretario. Appunto di Paolo Toffanin vorrei approfondire la conoscenza e me ne ha dato l’occasione il bellissimo libro di Lyda Toffanin e Simone Marzari editato da Cleup nel 2024, dal titolo Toffanin avvocati e letterati nella storia d’Italia.
Da qui ho appurato che il segretario Paolo Toffanin, nel 1915, studente di Giurisprudenza all’Università di Padova, aveva 25 anni e, per essere in quel luogo e con quei personaggi sicuramente doveva appartenere alla “Padova bene”. Infatti Paolo era figlio dell’avvocato Domenico, con studio legale molto noto a Padova, e di Maria Rodella appartenente ad una facoltosa famiglia proprietaria anche di Villa Rodella di Cinto Euganeo, tristemente assurta alla cronaca qualche anno fa per le vicende legate all’ex Presidente regionale Galan.
Paolo Toffanin si laurea nel 1916 e inizia subito la sua professione di avvocato. Crescere in un ambiente dove il diritto era parte della vita quotidiana fa sì che il giovane sviluppasse presto la familiarità con l’ambiente giuridico, anche se gli anni del primo dopoguerra, per l’avvento del fascismo, furono difficili. Però era ben inserito nella borghesia padovana e pur essendo antifascista e con stretti rapporti con figure della cultura e della chiesa come padre Agostino Gemelli, Giuseppe Dalla Torre e il gesuita padre Semeria, coltiva amicizie anche con i gerarchi fascisti Roberto Farinacci e Luigi Federzoni. Questo lo porta ad avere uno studio molto frequentato, con tante invidie tra i colleghi.
Ma Toffanin si affaccia alla professione, come detto, con una preparazione giuridica accurata e un forte spirito civilistico specializzandosi in cause patrimoniali e controversie agrarie, molto frequenti nel Veneto rurale del tempo. In questo periodo si costruisce una reputazione di avvocato metodico, riflessivo, poco incline al protagonismo ma estremamente affidabile davanti ai magistrati.
Con l’assestarsi del Regime fascista, il mondo dell’avvocatura vive trasformazioni profonde: pressioni politiche, inasprimento dei controlli e un crescente interventismo dello Stato nelle controversie economiche.Toffanin mantiene però sempre una posizione di autonomia professionale. Pur adattandosi al contesto – amicizia con Farinacci e Federzoni, condizione necessaria per continuare ad esercitare – evita di legare il proprio nome a incarichi di partito o a contenziosi ideologici. Preferisce concentrarsi sull’attività tecnico-giuridica vera e propria. Nel corso degli anni ’30 diviene un riferimento per diverse famiglie e piccole imprese padovane, che si rivolgono a lui come consulente stabile.Negli ultimi anni del ventennio la sua attività tocca la piena maturità professionale.
Negli anni Quaranta, quando l’Italia è travolta dalla guerra e dall’occupazione nazifascista, Toffanin si trova a vivere un periodo in cui il diritto sembrava farsi fragile. In quegli anni mantiene però una coerenza umana profonda. Era amico dello psicologo e psicoanalista Cesare Musatti, che in quanto ebreo era esposto a gravi rischi. Nel 1944, in un clima di tensione e paura, Paolo lo aiuta a trasferirsi a Ivrea, mettendolo in salvo ospite dell’amico Adriano Olivetti. Con il sostegno dell’imprenditore nella cittadina piemontese Musatti fonda un centro di psicologia del lavoro e ricopre anche l’incarico di direttore della Scuola Allievi Meccanici, scuola aperta per formare operai meccanici specializzati
Sempre nel 1944, in un’Italia attraversata dal crollo del regime fascista, Paolo tenta – pur non potendo assumerne ufficialmente la difesa – di favorire un atteggiamento più umano nel processo di Verona contro Galeazzo Ciano e gli altri gerarchi fascisti del Gran Consiglio. Anche in un momento carico di odio e vendette, Toffanin cerca di far valere il principio che la giustizia non può essere strumento di rappresaglia. Ancora nel 1944 gli è affidata la difesa dell’ammiraglio Luigi Mascherpa in un processo svoltosi a Parma in cui, con altri tre ammiragli, il Mascherpa è accusato di alto tradimento per non aver difeso le piazzeforti di Pantelleria e Siracusa e di resistenza alle truppe tedesche dopo l’armistizio del 1943. Purtroppo l’ammiraglio è dichiarato colpevole e fucilato.
Terminata la guerra, l’avvocato continua a esercitare, ma con rinnovata energia. È richiesto a difesa di ex gerarchi fascisti in tutta Italia non solo per la sua competenza, ma per un modo di fare avvocatura che insegnava calma, equilibrio, dignità. Emblematico a questo proposito è il processo che si svolge, nel gennaio 1947, alla Corte di Assise di Venezia. Alfredo Cucco, ex vicesegretario nazionale del PNF e sottosegretario al Ministero della Cultura popolare durante la Repubblica di Salò, difeso dall’avvocato padovano ottiene la piena assoluzione. Ma questo episodio è famoso anche perché il difensore rifiutò di essere pagato e, anzi, si offrì di contribuire alle spese che pure bisognava affrontare per la permanenza dell’imputato e della sua famiglia fuori della loro residenza di Palermo (Matteo Di Figlia, Alfredo Cucco. Storia di un federale).
In questo primo dopoguerra viene consultato in varie questioni delicate: tra queste, appare documentato un suo coinvolgimento, con padre Gemelli e Giuseppe Dalla Torre, nel dibattito legato alla vicenda Bruneri-Canella, lo smemorato di Collegno, un caso clamoroso che aveva scosso l’opinione pubblica italiana per decenni. La sua funzione fu probabilmente consultiva, come spesso accadeva quando la sua esperienza veniva ritenuta preziosa.(Aspi, Archivio storico della psicologia italiana, consultazione internet 30 gennaio 26).
Famosa è l’arringa pronunciata nel 1950, presso la corte d’Assise di Perugia, con la quale viene assolto Carlo Emanuele Basile, ex gerarca fascista già Prefetto di Genova e Sottosegretario alla Guerra della Repubblica di Salò. Altra assoluzione Toffanin riesce ad ottenere, sempre a Perugia, nel processo in difesa di Carlo Scorza, politico, generale della Milizia volontaria, componente del Gran Consiglio e ultimo segretario del PNF, accusato di aver partecipato all’omicidio del l’onorevole Giovanni Amendola.
Eclatante è il caso che coinvolge l’avvocato Toffanin per parecchi anni, dal 1962 al 1967, a difesa di quattro cappuccini del Convento di Mazzarino, nella profonda Sicilia. I frati infatti vengono arrestati in un’atmosfera di incredulità. Le imputazioni per fra Vittorio, fra Venanzio, fra Agrippino e fra Carmelo sono gravissime: associazione a delinquere, favoreggiamento, estorsione continuata e aggravata e complicità in omicidio. I fatti risalgono al 1956, quando due colpi d’arma da fuoco vengono esplosi nella cella di fra Agrippino. I carabinieri aprono le indagini, i religiosi vengono interrogati. ma il caso viene archiviato. Il paese di Mazzarino però è scosso da una catena di violenze: estorsioni, incendi, minacce, l’omicidio del possidente Angelo Cannada e, nello sconcerto generale, alcuni testimoni attribuiscono i crimini proprio ai frati.
Le indagini si riaprono. I carabinieri risalgono pure a Carmelo Lo Bartolo, giardiniere del convento, fuggito e trovato a Genova: vera mente del gruppo criminale. E non finisce qui, vengono di nuovo incriminati i quattro cappuccini. Secondo il Cardinale Ruffuni di Palermo, i monaci sono vittime di un complotto anticlericale; c’è chi dice che siano tutte menzogne, scende in campo anche la politica. I religiosi al processo, difesi oltre che da Toffanin anche da Francesco Carnelutti, eminente avvocato e giurista, raccontano di avere agito sì da intermediari, ma di averlo fatto a fin di bene per evitare mali peggiori alle famiglie dei taglieggiati e di non avere mai intascato una lira delle somme riscosse e consegnate a Carmelo Lo Bartolo.
La sentenza di primo grado del Tribunale di Messina assolve i frati per avere agito in “stato di necessità”. Il verdetto è però ribaltato con la condanna degli altri imputati a tredici anni. Due anni dopo, la sentenza viene annullata per difetto di motivazione e un nuovo processo d’appello si apre a Perugia: la corte riduce la pena da tredici a otto anni e riafferma la correità dei religiosi insieme a Lo Bartolo che, condannato a trent’anni di prigione, si suiciderà.
Questo è l’ultimo grande processo in cui il nostro avvocato si fa apprezzare per le sue arringhe eleganti e persuasive. Dopo alcuni anni, nel 1971, Paolo Toffanin conclude anche la sua vita.
È stata interessante la scoperta di un personaggio che, tra mille vicissitudini superate in un periodo di grandi contrasti, da giovane segretario di un comitato di “vip” di inizio secolo, è riuscito ad emergere come una figura autorevole, preparata e apprezzata nella sua professione.

