Tempi forti ma inquieti tra radici, popoli, futuro per non smarrire la nostra umanità

Tempi forti. come vivere in piedi su un mare che era terra sicura, e non sapere come si fa, né perché, con chi, fino a quando. Da un lato assurdità drammatiche sparate a caso con allegria infantile, altrove il buio totale delle idee – le speranze hanno bisogno di idee – e la saggezza pro tempore che dice “è così, ormai è così, dobbiamo adeguarci, siamo troppo piccoli, è troppo forte”.

E qui si svelano le radici e i frutti dei vari mondi politici: le radici salde nella terra dell’uomo, che affrontano il potere con la propria dignità, o le radici elastiche delle ambizioni, attente – coerentemente – alle proprie fortune. Quelle elastiche si diffondono più in fretta. Così accade che l’equilibrio della storia scivoli più rapidamente verso la violenza, il sopruso facile e gli orrori; e i piccoli potenti di secondo livello si assolvano da qualunque complicità negandola, perché le loro mani non toccano il sangue, né la fame né lo strazio di un corpicino freddo sulle braccia. L’infamia non ha peso, se non si guarda. A noi i racconti di chi vede, e l’impotenza.

Ma non è per sempre. I popoli hanno fortune che non si mettono all’ombra del potente, i popoli hanno la loro terra.

(Mi ha detto una ragazza, nata in una campagna del Polesine, laureata, lavora a Parigi in una multinazionale, “Sì, ma io voglio tornare qui, perché quello che ti dà la terra non te lo dà nessuno”).

I popoli hanno la loro terra, le lotte le sofferenze la dignità le speranze; la solidarietà il futuro. Una vita a vivere, non da vendere. Non li comprerà, il signore della pecunia.

Fare una scelta di campo, se si è ricevuto un barlume di senso morale, e lo si tiene vivo, è più facile per i singoli che per i capi di governo, le cui decisioni si riflettono sulle popolazioni governate. E in effetti la passione di giustizia si è accesa prima nei milioni di singoli in tutto il mondo, e poi ha dato coraggio alla dignità degli Stati. È allora che si è capito che con un uomo molto ricco e molto potente, che agisce verso chiunque senza costrutto, per minacce dazi e arroganze, bisogna portare avanti intelligenza e decisione, fierezza e idee chiare, perché queste sono armi che non conosce, e gli incutono insicurezza e se possibile rispetto.

La Spagna, come amo la Spagna. Sanchez, e Lula, il Brasile, e il sindaco di New York, Zoran Mamdami, e tutti i governanti con la schiena diritta che con il coraggio dei giusti hanno dato onore alla verità e rispetto al mandato della propria gente.

Secolo inquieto, secolo veloce. I nostri antichi valori “occidentali” di cui eravamo così sicuri da gloriarcene senza più controllare, questi valori antichi servivano ai giovani come esercizio di trasgressione; fra gli adulti, molti li seguivano ancora come cammino di giustizia, altri, secondo le inclinazioni, per liberarsene meglio.

Adesso i ragazzi hanno davanti un mare senza traccia, e forse per questo riusciranno a disegnare un mondo nuovo e già hanno cominciato a parlare insieme, perché parlano dalla saggezza istintiva dell’uomo, che è la stessa in ogni angolo del mondo.

E noi? Il mondo adulto cosa può fare? O festeggiare le non-regole nuove, saltando atleticamente sul carro che pensiamo vincitore, o lasciare che il nostro lutto si trasformi in dolore d’impotenza, che ci fa sentire presenti e partecipi, ma non produce nulla. O invece detestare gli autori delle infamie (invece delle infamie soltanto) creando un paradosso che solo ora mi appare evidente: che “noi buoni” che vorremmo togliere l’odio dal nostro mondo, in realtà ne creiamo del nuovo, pesante e insanabile. Ma per fortuna intanto cresce, come una marea di tanti mari e tante terre, un calore che non è speranza, non è qualcosa che verrà, è forza di qualcosa che ci appartiene: sono anime che hanno bisogno di parlare, o un giovane famoso artista portoricano – Bad Bunny – che può ergersi dal cuore degli Stati Uniti a trionfare cantando “L’unica cosa più potente dell’odio è l’amore”.

Per questo non può soccombere la nostra vita sulla Terra, anche se sprofondiamo nell’egoismo più nero, anche se perfino dal nostro bisogno di giustizia può nascere odio, sempre l’anima del pianeta azzurro sa trovare una canzone nuova.

Si respira di nuovo. Si parla, si scrive, si crede.

Della dignità di un uomo voglio parlare, che ha scritto una lettera aperta a tre “potenti” che potrebbero parlare. Si chiama Sami Abu Amar, palestinese, cooperante, amico traduttore e aiuto di giornalisti e organizzazioni umanitarie; ha studiato ed è vissuto in Italia, adesso a Gaza dove aveva una casa e un uliveto, vive con la famiglia in una tenda, ed è sfollato una quindicina di volte, forse più. Credo che leggere sia un nostro dovere, perché bisogna sapere. Si rivolge direttamente alle nostre massime istituzioni di governo, ma in realtà a chiunque voglia e possa ascoltare.

Lettera di Sami Abu Omar

Scrivo a voi da Gaza perché ho vissuto molti anni in Italia, e la considero una terra vicina. E scrivo in una notte in cui il vento a Gaza sembra parlare da solo. Non è un vento normale: è un vento che entra nelle ossa, scuote le tende come fogli di carta e costringe migliaia di persone a restare sveglie per paura che il proprio riparo venga portato via. È un rumore continuo, simile al mare in tempesta, senza sosta. Mentre vi scrivo, famiglie intere sono fuori sotto la pioggia, al buio, stringendo ai bambini coperte che non scaldano. Hanno paura che la tenda crolli, che il vento la strappi, che qualcosa cada dall’alto. E mentre il vento passa, il freddo brucia.

È strano pensare che nel 2026 esistano ancora luoghi dove una tenda decide la vita o la morte. Una tenda che d’inverno è un frigorifero e d’estate un forno. Una tenda che non protegge da niente, neppure dalla memoria di ciò che è stato perso.

Gaza vive così da oltre due anni: bombardamenti, fame, mancanza di cure, malattie, poi ancora fame, poi ancora freddo. E oggi i numeri del’ONU parlano chiaro: 95.000 persone in malnutrizione acuta. Bambini morti di freddo. Anziani morti di freddo. Non per un missile: per il freddo.

E allora la domanda che vi rivolgo non è tecnica, né diplomatica.

È una domanda che riguarda la coscienza, quella dimensione che nessuna carriera politica potrà mai sostituire: Come volete che la storia vi ricordi? Il mondo vi guarda. Ogni epoca ha avuto la sua tragedia. Ogni epoca ha avuto il suo punto in cui era impossibile far finta di non vedere. Noi oggi viviamo uno di quei momenti.

So che la politica è complessa. So che gli equilibri internazionali sono fragili. So che ogni parola pesa. Ma pesa anche il silenzio. E il silenzio, in certi momenti, pesa molto di più. Fra dieci, venti, cinquanta anni, quando qualcuno leggerà cosa è accaduto in questi mesi, nessuno ricorderà le sfumature diplomatiche o le frasi calibrate. Ricorderanno solo chi ha parlato e chi no. Chi ha protetto la dignità umana e chi ha preferito la prudenza alla verità. Di Gaza resteranno i nomi dei morti. Dei leader resterà ciò che hanno scelto di fare mentre quei morti chiedevano aiuto.

Per questo vi scrivo.

Non per ottenere una risposta, non per farvi cambiare linea politica con una lettera: sarebbe ingenuo pensarlo. Scrivo perché c’è un dovere che va oltre la politica, ed è il dovere di lasciare una traccia. Salvare le vite dal freddo, adesso e una voce che dica: questa cosa non può essere normale.

Vi chiedo di usare la vostra posizione per fare e dire almeno questo. Per affermare che nessun popolo deve morire di freddo, fame e abbandono. Per ricordare che la dignità non è negoziabile. Perché, che lo vogliamo o no, la storia sta già scrivendo questo capitolo, e un giorno qualcuno lo leggerà e giudicherà. Non dimenticherà le vittime. E non dimenticherà nemmeno chi aveva la possibilità di dire una parola e non l’ha detta. Con rispetto, ma senza rassegnazione. Con dolore, ma senza silenzio.

Questo è Sami, un uomo che conosce nel profondo lo strazio del suo popolo e scrive ai governanti non per chiedere, ma per dare loro un’altra occasione di salvare la propria dignità davanti alla Storia.

Io non so se quest’uomo professi qualche religione, o quale, ma credo che, se un Dio esiste, non possa stare lontano da lui.

Forse è questo il sentiero per vivere in dignità e giustizia la sfida di questi tempi forti: “Con rispetto, ma senza rassegnazione. Con dolore, ma senza silenzio”.

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