Dalla Romagna agli Alpini: altri ricordi, anniversari e incontri di un cronista

(Seconda parte)

“Bonum certamen certavi, cursum consumavi, fidem servavi” (dalla Seconda Lettera di San Paolo a Timoteo)

“Non nobis Domine, non nobis, sed nomini tuo da gloriam” (Salmo 114,1)

Non credo nelle vitamine. In compenso credo in Dio” (Giovannino Guareschi)

Alla fine del 2025, e In apertura di questo 2026, in cui (a Dio piacendo) ad aprile finirò gli 85 anni, penso, cari amici, ai quali di quando in quando invio qualche pagina di ricordi, agli anniversari significativi della mia vita che si compiranno nel corso dell’anno: vita privata, vita professionale. Incominciando dalla prima e seconda insieme.

Sessant’anni fa, l’incontro a Ravenna (30 aprile, convegno su Manara Valgimigli) con Giuseppe Longo, direttore del Gazzettino, che con una frase da me ritenuta generica, ma che per lui corrispondeva ad “un ben preciso impegno”, rispondeva al mio massimo desiderio: fare il giornalista. “Mi venga a trovare”, disse. E così, a fine luglio, andando a fargli visita nell’albergo di Rimini dove si trovava in vacanza con la moglie Adele, mi annunciò l’assunzione come praticante giornalista nella redazione bellunese del quotidiano. Sessant’anni fa, dunque, il 31 agosto, con una valigia, una macchina per scrivere portatile Olympia acquistata da Gianni Abbondanza, e cinquantamila lire datemi dal babbo, partivo da Ravenna, con la struggente sensazione che non vi avrei più fatto ritorno. L’amore per il giornalismo si era rivelato superiore a quello, enorme, per la mia città e la mia terra. Così è stato, anche se a Ravenna e in Romagna sono sempre tornato in vacanza, anche dopo la morte dei miei genitori e dell’amatissimo fratello Beppe, conservando nella città e in Romagna amicizie preziose. Aggiungendo che alla mia città e alla mia terra ho sempre reso testimonianza, di mente e di cuore, anche sotto il profilo professionale, scrivendo moltissimi articoli di eventi, ambienti, personaggi.

Noterò per inciso che con quel poco denaro in tasca, imparai ad amministrarmi, compiendo “il passo secondo la gamba”, come si diceva un tempo. Per alcuni mesi, infatti, la mia cena consistette in un toast e uno spritz (a Belluno era: vino bianco secco, con una scorza di limone e una spruzzata di seltz, appunto). Ma quando percepii uno stipendio “decente”, la prima cosa alla quale pensai fu un dono ai miei genitori: che a Natale 1967 si videro recapitare a casa una lavatrice!… – una delle più grandi soddisfazioni della mia vita, dopo le tante preoccupazioni che avevo dato a babbo e mamma, per lo scarsissimo profitto scolastico – l’unica materia in cui eccellevo era l’italiano!!!

Poi, primavera 1991, cioè 35 anni fa, al Teatro Alighieri di Ravenna, il conferimento del Premio Guidarello di giornalismo, pensato e organizzato da Walter Della Monaca, con una giuria prestigiosa. E nel maggio del 2001, 25 anni fa, a Genova, nel corso della adunata nazionale degli Alpini, ecco il Premio Giornalista dell’anno dell’associazione delle Penne Nere conferitomi dal presidente Beppe Parazzini.

Sul piano della vita privata, settembre 1971, dunque 55 anni orsono, il mio incontro con la comunità benedettina di Praglia e con un monaco che sarebbe diventato fraterno amico, padre Ireneo (morto improvvisamente l’11 novembre 1990); quindi, 6 maggio 2006 (vent’anni fa), nel coretto della stessa abbazia ai piedi dei Colli Euganei, il matrimonio con Lucia, benedetto da padre Giuseppe Tamburrino e, mio testimone, don Wladimiro.

Non so se questi anniversari, insieme all’ottantacinquesimo compleanno, il buon Dio me li farà “vedere-vivere”. Certo, quegli eventi, quei momenti, mi appaiono lontani e lontanissimi nel tempo. Un’impressione data dall’età? Non saprei. Intanto, provo a riassumere, in sintesi, le tappe importanti, significative di questi 85 anni, oltre a quelle citate, tralasciando le sofferenze, i dolori che pur hanno caratterizzato il mio tempo, volendo, una tantum, considerare soltanto quel che si dice “il bicchiere mezzo pieno”!

Il conseguimento del diploma di ragioniere e il (garbato) rifiuto del posto nella Banca Popolare di Ravenna dopo il pensionamento del mio babbo (44 anni di lavoro!) assicuratomi dall’amabile direttore (poi presidente) Paolo Serra, che ricordo con affetto insieme al suo predecessore Giuseppe Mazzoni e a qualche altro vecchio dipendente dell’istituto di credito come i cassieri Alcide Boni, Gustavo Bondi, Franco Tesorieri; poi, Tito e Piròn Petrignani, la signorina Aurelia Buzzi, Gaddoni, Minzoni, e via elencando…

Qui, un (altro) inciso. A Padova, dove ero stato trasferito nel 1970, fra i soci del Rotary club del quale facevo parte, c’era il presidente della locale Banca Popolare dottor Danieli, che mi aveva in simpatia. Ogniqualvolta tornava da Milano per riunioni di esponenti di quegli istituti di credito, mi riferiva essersi intrattenuto a lungo con il collega ravennate Serra, a parlare fra l’altro di me con grande benevolenza e stima.

Un momento del servizio militare indimenticabile per la commozione che suscitò in quel giovane che ero allora. Dopo il Car a Siracusa, trasferimento in tradotta a Udine (5° Reggimento Genio). Viaggio notturno a metà febbraio, e prima dell’alba di una giornata brumosa, alla stazione di Bologna, l’incontro con il mio amato fratello Beppe, venuto a salutarmi e a portarmi generi di conforto a nome dei genitori Arnaldo e Maria, durante la sosta del treno. Beppe era partito da Ravenna di notte e aveva atteso l’arrivo del convoglio in sala d’aspetto a Bologna, per poi riprendere il treno per Ravenna e andare al lavoro all’Inam. Notte in bianco, insomma. Un gesto di affetto, di quell’amore che in famiglia non sarebbe mai venuto meno, anche con gli zii e i cugini sia paterni che materni.

Ricordo i pellegrinaggi come barelliere dell’Unitalsi a Loreto e a Lourdes e, in età matura, il viaggio a Lisbona-Fatima con l’organista di fama internazionale Fiorella Benetti e don Fernando Pilli; l’attività sportiva (pallacanestro) con la Robur e tante figure di amici, maestri, sacerdoti e laici, giornalisti e artigiani, atleti e allenatori, braccianti di Castiglione di Cervia, paese natale del mio babbo, don Lolli fondatore dell’Opera Santa Teresa del Bambino Gesù, dove c’erano due zie della mamma suore, i Canterini del maestro Carioli, amici del mensile Il Picchio Studentesco – figure note, diverse già citate in precedenti ricordi.

Anche del periodo bellunese rivedo belle persone, fra le quali il vecio Bepi Pellegrinon, alpinista, già sindaco della sua Falcade, che resiste, classe 1942, valido e attivo, editore raffinato. Tanti altri… “son poco lungi: in cimitero”, per dirla col Poeta.

A questo punto, non posso tralasciare i rapporti mai venuti meno con la mia Romagna anche attraverso incontri (frequentazioni) con persone dei luoghi dove ho vissuto. A Belluno, per esempio, abitava la professoressa Vanna Tattoni, la cui famiglia era in stretta amicizia con Marino Moretti.

Poi, Padova, dove tanto parla di Romagna e di Ravenna. In primis per il lungo magistero del famoso grecista e scrittore Manara Valgimigli, poi perché a Padova si era laureato il mio indimenticabile preside Michele Vincieri. In questa città incontrai poi un grande amico, più anziano di me, il faentino Giorgio Cicognani, rappresentante di vini, devoto di padre Pio e di sant’Antonio, nonché due eccellenti ristoratori di Riolo Terme affermatisi in breve tempo: Sonia Savioli e Mario Di Natale…

Trasferitomi, felicemente sposato con Lucia, nella Marca trevigiana (vent’anni fa, un altro anniversario), ecco nuovi riferimenti alla mia terra. Il monumento a Francesco Baracca, abbattuto col suo aereo sul Montello, a pochi chilometri dall’attuale mia abitazione, durante la battaglia del Solstizio (giugno 1918), nonché il ricordo di quel santo vescovo a nome Egidio Negrin, già presule di Ravenna, che conobbi quando ero ragazzo, e alla cui tomba, nella cripta del duomo trevigiano, ho sostato in preghiera, e la conoscenza coi coniugi Evi ed Ugo nativi di Sant’Alberto.

C’è poi (recente) l’incontro (e la frequentazione) con don Pier Paolo Petrucci, riminese, della Fraternità Sacerdotale San Pio X, superiore del Priorato San Marco di Lanzago di Silea, un richiamo romagnolo “doc”, per così dire, oltre a quello religioso, di fede e retta dottrina, ben s’intende!

Tornando agli eventi e momenti della mia vita, che cosa d’altro posso aggiungere, che non abbia magari già riferito, cari amici, in miei precedenti “amarcord”? Don Giuseppe Brasini, don Giovanni Buzzoni, don Francesco Fuschini maestro e amicissimo, don Giovanni Zanella, don Fernando Pilli, don Alfredo Contran, senza trascurare un salesiano romagnolo straordinario: don Stefano Cozzi, allenatore della squadra di pallacanestro Cuccioli Fulgor dell’Oratorio forlivese, che sedeva in panchina durante le partite, vestendo la sua dignitosa talare, indossata sempre, fino alla morte;  Laura Malagola, Walter Della Monica, Antonio Fusconi mitico custode della Tomba di Dante, Aldo Spallicci, la maestra Maria Fiorentini, i professori Gianfranco Baldini e Carlo Gulminelli (alle medie), Cesare Isola, Mario Binazzi Zattoni (a Ragioneria), Antonio Fantucci, Alieto Benini, Guido Umberto Majoli, Umberto Foschi, Orfeo Montanari, Palino Mazzucca, Angelo Costa, Carlo Alberto (vulgo, Mario) Lelli, Celso Minardi, Jader Bassi, Ida, Ala ed Eda, rispettivamente moglie e figlie del musicista Francesco Balilla Pratella, Graziano Pozzetto, Franco Casadio amico commercialista del mio babbo e poi mio, i medici Lucio Paolo Massaroli, Antonio Roversi, Renato Badiali, suor Argia Drudi (“la dottoressa dei poveri”), gli amici del bar Byron; Mario Lapucci, Eolo e Cesare Pezzi, Massimo Stanghellini Perilli, la famiglia di Giordano Mazzavillani, Camillo e Umberto Campajola Ghirardini, l’avvocato Albertino Gualtieri, la famiglia di Luigi Pasolini e Teresa (Sina) Psotti, il pittore, poi frate domenicano e teologo Giovanni Cavalcoli, il famoso neurologo Elio Lugaresi (mio cugino in terzo grado!), i librai Locatelli, Longo e Marino Capacci, Carlo Simboli, Antonio Patuelli, Franco Gabici, Alfredo Cottignoli, e i loro ambienti, per quel che riguarda Ravenna; poi, il grande maestro e amico Giuseppe Prezzolini, con i personaggi che, suo tramite, ho incontrato di persona o sui libri, oppure ho “approfondito”: Knud Ferlov, primo traduttore in italiano di Kierkegaard e Andersen, don Giuseppe De Luca, sister Margherita Marchione, allieva prediletta nell’Università di Columbia, il libraio-editore Andrea (Vanni) Ragusa (che pubblicò The Legacy of Italy, successivamente stampato a Firenze da Vallecchi, per la traduzione di Emma Detti col titolo L’Italia finisce/ ecco quel che resta) e la figlia Olga, il famoso storico della filosofia tedesca e studioso di Plotino, Paul Oskar Kristeller, di origini ebraiche, che godette della protezione di Giovanni Gentile, finché fu possibile, poi dal medesimo, aiutato ad emigrare negli Stati Uniti [*], Salvatore Eugene Scalia, Peter Riccio, Claudio Cambon, Luciano Rebay, Fernando Pettinella, a New York.

Altri importanti incontri e amicizie…

A Padova, Vittore Branca, l’antichista Franco Sartori grande amico di Vincieri, Antonia Arslan e la sua famiglia, Ezio Riondato, Pier Giuseppe Cevese, Luigi Peserico, Sandro Gherro, Arturo Ruol, Sandro Agostini specialista della scoliosi, i rettori dell’Università Merigliano, Cresti, e ancora: Bino Rebellato, Tono Zancanaro, Giuliana Tebaldi e Giovanni Velicogna “guareschiani doc”, le famiglie Toffanin, Pessi, Luxardo, Toni Tadiotto, Dan; i librai Pietro Randi e Quirino Ghelfi, Mario Calamati, diversi frati del Santo (su tutti, padre Enzo Poiana, nonché la imponente guardia pontificia Giovanni Turato), e di San Leopoldo; Nino Agostinetti e Alberto Frasson; Gino Colombo, Pier Augusto Macchi; le poetesse Annamaria Luxardo Angelini, Luisa Fiocco, Maria Luisa Daniele Toffanin.

A Venezia, Emanuele De Polo, Gabriele Cescutti, Lauro Bergamo, Giancarlo Graziosi collega-gentiluomo, Franco Escoffiér, Giannantonio Paladini, Mario Messinis, Ottorino Fungher; e poi Biagio Marin, Carlo Sgorlon, Sergio Maldini, Fulvio Tomizza, Sergio Gervasutti in Friuli Venezia Giulia.

A Rovigo, Michelangelo Bellinetti, Toni Cibotto, Alessandro Ubertone, Giuseppe e Gianpaolo Romanato, Nini Tonizzo.

Nel Vicentino (Zanè), la famosa organista Fiiorella Benetti e la sua bellissima famiglia Brazzale.

A Milano, Gaetano Afeltra (in precedenza ad Amalfi avevo ben conosciuto il fratello monsignor Andrea), Alberto Vacchi e Franco Grassi della Rizzoli, Silver (al secolo Guido Silvestri, del quale serbo disegni originali di Lupo Alberto), Aldo Maria Valli.

A Firenze, Nicola Lisi di cui divenni amico, Piero Bargellini, Carlo Betocchi, padre Massimiliano Rosito della rivista Città di Vita dei Frati Minori Conventuali di Santa Croce, il grande xilografo Pietro Parigi, i pittori Primo Conti, Luciano Guarnieri, Isabella Vezzani, il figlio di Giuseppe Prezzolini, Giuliano con la moglie Virginia e la  fedelissima colf Luciana; madre Candida Resta antica amica della mia mamma fin dagli anni Trenta a Quadalto – a Greve in Chianti, Rina Tirinnanzi Campana e la sua famiglia, originaria di Sant’Arcangelo di Romagna, amicissima di Domenico Giuliotti; infine, Luigi Maria Personè, morto ultracentenario.

A Roma, il famoso scrittore cattolico Igino Giordani, lo storico Emilio Gentile del quale è fresca di stampa la biografia di Prezzolini edita da Garzanti, padre Domenico Mondrone critico letterario della Civiltà Cattolica, i giornalisti Raimondo Manzini, Enrico Zuppi, Mario Agnes, Carlo De Lucia, padre Pasquale Borgomeo della Radio Vaticana, grazie ai quali collaborai all’Osservatore Romano, all’Osservatore della Domenica e all’emittente della Santa Sede.

Nella mia prima trasferta in America (dicembre 1971, a far visita al mio concittadino “genietto” Cesare Maioli, beneficiario di un borsa di studio dopo la laurea in matematica e fisica), accompagnato da suor Margherita Marchione all’Istituto italiano di cultura di New York, mi imbattei, sulle scale, in un Vittorio De Sica, sorridente e aperto in un cordiale saluto…

Interviste a personalità della cultura, del giornalismo, della politica, dello sport, tante… Indro Montanelli e Gianni Brera (sulla caccia), Ignazio Silone, Renzo De Felice, Luigi Gui (in esclusiva), alla vigilia della sentenza del processo Lockheed, che lo mandò assolto, Aldo Palazzeschi, Giuseppe Toffanin sr., Ardito Desio, il Maestro Riccardo Muti, Piero Bargellini, il cardinale Tonini in occasione della morte di Raul Gardini, , Walter Della Monica, Giulio Bedeschi, Mario Rigoni Stern, Andrea Zanzotto, Vittorio Messori, Tonino Guerra, gli attori Alberto Sodi, Vittorio Gassmann (sul suo passato di cestista) e Gianrico Tedeschi (internato con Guareschi nei lager nazisti), don Luigi Giussani, fondatore di CL, il soprano Magda Olivero, Olga Gurevich, italianista dell’Università di Mosca, traduttrice delle opere di Guareschi in russo, nonché ovviamente, dato il forte rapporto amicale: Giuseppe Prezzolini, Marino Moretti, Giuseppe Longo, Vittore Branca, Cesare Marchi – e ne avrò certamente dimenticato qualcuno!

Anni, i miei così lunghi, come si suole dire, fra alti e bassi, così per tanti mortali vissuti con speranze e delusioni, gioie e dolori, perché così è la vita. Scopro l’acqua calda, vero?!

Un anno di particolari gioie, soddisfazioni, emozioni e commozioni, è stato il 1993. Intanto, la serenità derivante dalla condizione della mia mamma Maria, ospite dell’Opera Santa Teresa del Bambino Gesù: pur nella sua infermità che la costringeva al letto-carrozzina, carrozzina-letto, era appunto, tranquilla, contenta. Veniva vestita al mattino dalla cara suor Virginia, poi in carrozzina si dirigeva all’ascensore, scendeva nella cripta della chiesa e sostava in preghiera alla tomba del fondatore dell’Opera e suo maestro di vita spirituale don Angelo Lolli. Questa condizione era quindi rasserenante anche per me, che l’avevo vista negli ultimi tempi fra le mura domestiche, e nei primi del ricovero nella casa di riposo, silenziosa, lo sguardo perso, assente, dopo la morte improvvisa (1997) del figlio primogenito Beppe, e di quella (1979) annunciata del marito Arnaldo – a Santa Teresa era rinata…

Nel marzo di quell’anno partecipai al convegno in omaggio a Giuseppe Prezzolini alla Columbia University, con personalità quali Emilio Gentile, Giorgio Luti, Maristella Depanizza Lorch e altri, scrivendo servizi per Il Gazzettino e  Gazzetta di Parma.

Ancora: a settembre, primo viaggio-pellegrinaggio (come lo definii) con l’ANA a Rossosch per l’inaugurazione dell’Asilo Sorriso, ideato, progettato, costruito dagli alpini e inaugurato in una domenica piovigginosa e uggiosa, ma esaltante. Con tanto di servizio telefonato fra difficoltà inenarrabili alla redazione di Mestre il giorno stesso, per cui il “mio Gazzettino” fu l’unico quotidiano italiano a riferire di quell’evento epocale in cui un esercito invasore di tanti anni prima, ora, con i suoi reduci e i nuovi militari compiva un atto di pace, di concordia, ideale e materiale a un tempo, verso il nemico di ieri!

Infine, nell’ottobre di quello stesso anno, come presidente del Club dei Ventitrè e come studioso di Guareschi, su indicazione di Carlotta e Alberto  venni invitato (pronubo il socio del nostro Club, il  catalano ingegner Matas) dall’Istituto Italiano di Cultura di Barcellona a tenere una conferenza sull’aspetto religioso della figura e dell’opera di Giovannino – altri due relatori in quel periodo furono Baldassarre Molossi, mitico direttore della Gazzetta di Parma, amico dello scrittore della Bassa, e il professor Claudio Saporetti, ordinario nell’Università di Pisa, mancato nel novembre scorso.

Un anno pieno, insomma, vissuto intensamente… e in buona salute.

Al contrario è stato il 2022, quando è subentrato il mio crollo fisico, insieme a momenti depressivi, dopo la forte lombosciatalgia di undici anni prima con conseguente intervento per due ernie del disco, data la condizione molto critica della colonna vertebrale. Da allora, oltre a quello delle articolazioni (dalla pianta dei piedi alla cervicale), altri problemi fisici si sono aggiunti, e non li elenco, consapevole di ben altre situazioni criticissime, se non drammatiche, che hanno colpito e colpiscono persone anche più giovani di me. Ringraziando sempre il buon Dio che mi conserva una mente lucida, buona memoria e un cuore aperto al mio prossimo… Nonché la capacità di accettare la mia condizione, conservare il senso della responsabilità personale, oltre, come cattolico, quello del peccato, la necessità del pentimento per i peccati commessi, la penitenza e i buoni propositi di non peccare più!

Infine, di rilevanza straordinaria nella mia lunga vita, ecco il medesimo Guareschi e gli Alpini. Giovannino, fraterno amico fin dalla infanzia e compagno di viaggio nell’esistenza: attraverso i giornali, i libri e i film, con la sua grande umanità, la sua profonda fede, e se lui non l’avevo mai incontrato fisicamente, con i figli Alberto e Carlotta c’è stata una lunga frequentazione, interrotta con la morte della Pasionaria, ma che con Albertino prosegue all’insegna di una forte, sincera amicizia, nata in un momento doloroso della mia vita – ma nell’ambiente di Roncole Verdi e del Club dei Ventitrè di cui sono stato presidente per un ventennio, devo ricordare altre persone legatissime a Guareschi come Claudio Pasquino e gli scrittori Guido Conti e Alessandro Gnocchi…

Gli ho reso testimonianza, a Giovannino, del bene ricevuto, scrivendo alcuni libri e un migliaio di articoli pubblicati non soltanto sul Gazzettino, ma pure su altre testate: L’Osservatore Romano, Gazzetta di Parma, Giornale di Brescia, Vita Minorum, Libro Aperto, Opinioni Nuove, Il Messaggero di Sant’Antonio, L’Alpino, La Voce di Romagna, Fameja Alpina, Rotary, Il Borghese durante la direzione di Vincenzo Maddaloni, già mio collega al Gazzettino.

Così pure per le Penne Nere, alle quali ho dedicato alcuni libri, svariate centinaia di articoli, conferenze, presentazioni. E fra le quali ho allacciato solide amicizie. Qualche nome di esponenti di quel meraviglioso popolo: Giulio Bedeschi, Enrico Reginato, Franco Bertagnolli, Leonardo Caprioli, Beppe Parazzini, Bortolo Busnardo, Vitaliano Peduzzi, Arturo Vita, Bepi Campagnola Odoardo Ascari, Angelo Greppi, Gianni Todesco, Francesco Zanardo – a citare quelli che “sono andati avanti”. Poi, Cesare Di Dato, Lino Chies, Cesare Poncato, Corrado Perona, Nicola Stefani, Toni Battistella, Franco Dal Mas, Paolo Verdoliva, Angelo Dal Borgo, Romeo Bastianon, i fratelli Migotto e il Gruppo Arcade, Roberto Scarpa, Ivano Gentili, Raffaele Panno, Marco Piovesan, Francesco Introvigne, Renzo Toffoli, Franco Giacomin, i gemelli coneglianesi Gianfranco e Fortunato, fra i vivi.

E in una sintesi di letture storico-narrative, conoscenze dirette, quindi testimonianze sul campo, non posso concludere se non con quella battuta eloquente, nella sua sintesi, di Piero Jahier: “Jè forti, i alpini, fioii de cani!”…

Delle ultime conoscenze, e degli stretti rapporti allacciati da questo romagnolo “trapiantato” nel Veneto, faccio grazia a voi vecchi amici con i quali, seppur a fasi alterne, ho comunque sempre mantenuto un ottimo rapporto: di stima e di affetto, magari ricordando tavole imbandite di paesi e paesini (vero, Cesare Maioli e Rinaldo Fabbri?) della nostra terra: pesce dal Marinaio a Milano Marittima, o dalla Maddalena a Marina di Ravenna (con quelli del Picchio), tagliatelle, carni alla brace e Sangiovese a Fognano.

Ma sì, mi immagino seduto a un tavolo di trattoria, in questa rievocazione del tempo (non) perduto, pure con don Francesco Fuschini, don Giovanni Zanella, Giuseppe Longo – da Zanni a Villa Verucchio, e poi con l’aggiunta di Walter Della Monica e  Lina, da Stagnì in quel di Porto Fuori, da Morelli a Russi, al Taglio di Cortina, alla Casa delle Aie di Cervia con Graziano Pozzetto, Neddo Cicognani, Renato Lombardi, infine ad Anita, a Longastrino (succulente anguille ai ferri!) con Ala Pratella e Lalla Malagola, per un mangiare romagnolo che l’età, adesso, più non mi consente.

Un mangiare che non era mai stato fine a sé stesso, per così dire, bensì una ritrovata convivialità fatta di amicizia, con amici romagnoli legati fra di loro anche attraverso il comune fortissimo legame con la loro terra!… E allora? Vecchia Romagna, addio… quando il Padre Eterno mi chiamerà; ma, intanto, vecia Rumagna, sempar in tè mì coeur! – (Caro Franco, è scritto in maniera corretta?).

Cusignana di Giavera del Montello, gennaio 2026

* Mi raccontò una volta Giuseppe Prezzolini quanto riferitogli dallo stesso Kristeller. L’illustre studioso, costretto ad abbandonare l’Italia dopo la promulgazione delle leggi razziali, stava per imbarcarsi a Napoli, quando venne raggiunto al porto da un maresciallo di pubblica sicurezza che gli consegnò una busta. Aprendola, si trovò in mano delle banconote, al che il poliziotto esclamò: “Vedìte quanto è bbono o’ duce!”…

Poscritto. Se penso che i miei nonni erano braccianti, il mio babbo (classe 1901) fermo alla sesta elementare, la mia mamma (classe 1903) alla terza, ritengo di avere ricevuto molto dalla vita, a incominciare dall’educazione cattolica (e dall’esempio di fede) impartitami dai genitori. Laus Deo!

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