Referendum: per modificare la Costituzione serve uno spirito costituente. Che oggi manca del tutto

Modificare la Costituzione è un attacco alla Costituzione? No, a due condizioni: che ovviamente si seguano lealmente le procedure prudenti e garantiste previste dagli stessi Costituenti, che erano ben coscienti che specie la seconda parte era stata predisposta non avendo molto tempo davanti e molti esempi consolidati a cui ispirarsi. Difatti il relatore sugli articoli per la modifica della Costituzione, il costituente Paolo Rossi, osservava: “La Costituzione non deve essere un masso di granito che non si può plasmare e che si scheggia; e non deve essere nemmeno un giunco flessibile che si piega ad ogni alito di vento. Deve essere, dovrebbe essere, vorrebbe essere una specie di duttile acciaio che si riesce a riplasmare faticosamente sotto l’azione del fuoco e sotto l’azione del martello di un operaio forte e consapevole”.

La seconda condizione dovrebbe essere quella di avere uno spirito costituente, cercare ciò che unisce piuttosto che ciò che divide, usare linguaggi rispettosi e all’altezza delle sfide. Qui non ci siamo: la maggioranza ha imposto il testo a scatola chiusa, senza alcuna ricerca di punti di incontro. È un grave errore. Per fare un confronto la criticata riforma costituzionale proposta da Matteo Renzi occupò per due anni il dibattito parlamentare e il Governo accolse oltre 120 proposte di modifica. Sul linguaggio è meglio lasciare perdere. È dovuto intervenire il Presidente della Repubblica per invitare alla moderazione ed al rispetto reciproco. Un dibattito condotto da molti, in entrambi gli schieramenti, senza rispetto per il popolo, con argomenti faziosi e populisti rivolti solo alla propria parte.

I sondaggi per quanto variabili sono costanti nel descrivere un paese diviso a metà: chiunque vinca sarà una vittoria limitata, con una bassa partecipazione al voto. E certo una campagna elettorale condotta all’insegna della litigiosità su argomenti con un certo contenuto tecnico non invitano alla partecipazione del cittadino. Ne valeva la pena? Con un paradosso: che ai sostenitori del no conviene una scarsa partecipazione al voto per cui vincerebbero la battaglia del referendum ma perderebbero la guerra della partecipazione al voto, quelli del sì dovrebbero mobilitare l’elettorato ma alla Meloni non piace impegnarsi troppo con il rischio di intentarsi una sconfitta.

Se si vuole imparare qualcosa dalla storia si potrebbe pensare come grandi leader abbiano affrontato sfide di questo tipo con molta più lungimiranza. Pensiamo al referendum, certo più decisivo di questo, che si tenne nel 1946 per decidere tra Monarchia e Repubblica. Andarono a votare l’89% degli aventi diritto e vinse la Repubblica con il 54,3%. Paese diviso, ma i leader politici non sfruttarono demagogicamente questa situazione, e fu la Repubblica di tutti e la Costituzione di tutti.

Allora De Gasperi aveva di fronte un problema non facile. Come doveva schierarsi la Dc sulla questione istituzionale, tenendo conto che una parte del potenziale elettorato democristiano, della base cattolica aveva simpatia per la Monarchia, nonostante tutto? Schierò decisamente il partito per la Repubblica, non seguendo i consigli di chi lo invitava alla reticenza: non poteva accettare di essere indifferente di fronte ad una monarchia che si era compromesso con il fascismo e aveva lasciato il paese in balia dei nazifascisti. E non prese una decisione solitaria: volle un referendum interno alla Dc in tutte le provincie, in cui risultò ampiamente vincente la scelta repubblicana. Poi però lasciò liberi gli elettori di scegliere: importante la scelta istituzionale ma importante anche consolidare la vita democratica con un partito a forte base popolare. Togliatti d’altro canto scelse di schierare il Pci per costruire la comune patria costituzionale, isolando i compagni che volevano tenersi le mani libere, con la formula “fuori dal Governo, dentro la Costituzione”.

Si può imparare qualcosa dalla saggezza di queste personalità politiche? Il bel film di Paola Cortellesi “C’è ancora domani” ci ha riportato alle giornate decisive del voto per il referendum del 1946, con la conquista del voto alle donne. Appunto: c’è ancora un domani, qualunque sia il risultato del referendum la Costituzione deve essere il collante condiviso della nazione. E i leader politici devono essere più lungimiranti, non si deve bruciare tutto nella faziosità di parte.

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