Un contagio di “buona volontà” per non rassegnarsi allo strapotere della forza
Non porto il lutto per il tiranno. Ha ordinato infamie abbastanza per non farsi rimpiangere. Forse un po’ di pietà, per l’ipotesi che ora possa vedere cosa è stata la sua vita, e sia un tormento insanabile il non poter cambiare.
Il lutto è per il nostro mondo mortificato, per le conquiste fragili e sacre della giustizia, abbandonate e derise come cascami inutili, e come tali per ignavia complice tradite da tanta parte della “civiltà”. Il rispetto della libertà altrui è la ricchezza e il dramma della democrazia, e oggi siamo al punto amaro della Storia in cui chi la sfrutta e la sbeffeggia è libero.
Era chiaro da subito che i pre-potenti avrebbero fatto tutto quanto permettevamo loro di fare: li abbiamo lasciati andare, non abbiamo saputo immaginare un “tutto” così folle e perverso come questo, che sta ancora crescendo. Eppure ci sono in Italia e in Europa umani che hanno conservato la capacità di pensare: ma non hanno potere. Ecco il pensiero che si impone è questo, il potere corrode. Uno è rimasto libero, il giovane uomo giusto di Spagna, che la gente rispetta con passione e che gli esperti – anche quelli sani – prudentemente giudicano avventato.
Io porto il lutto per le menzogne che i governanti dicono alla propria coscienza e a noi, con le parole negate sull’ignobile attacco Stati Uniti/Israele e la condanna spietata per l’altrettanto irresponsabile reazione iraniana. Non ho letto o sentito una sola parola di rispetto o dolore per l’antica terra di Persia, per le sue inestimabili bellezze artistiche e culturali, per la tenacia con cui generazioni di artisti e restauratori si sono prodigate per conservare le tracce della Storia, nonostante le difficili condizioni politiche e sociali; né per la fedeltà e il coraggio della diaspora degli artisti iraniani nel mondo, che tengono viva la presenza internazionale dei compagni in patria.
Di niente si parla, ogni verità sembra un pericolo, si accenna appena al numero dei morti, c’è qualcosa dentro di noi che vuole che tutto questo non sia. La testa nella sabbia. Cosa possiamo noi, diaspora sulla Terra di piccoli Paesi con poteri ridotti al desiderio? Non sarebbe follia pensare di poter avere un ruolo? E allora Erasmo da Rotterdam. “Le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia”.
Sogno una diaspora di follia planetaria, un contagio di volontà fra piccoli e grandi Paesi, non per desiderio di potere ma per consapevolezza di poter fare, un popolo globale, la gente in piazza i rappresentanti al tavolo dell’ONU, a smuovere con una frusta giovane la stanchezza delle regole vecchie. Che la Società delle Nazioni sia nuovamente in grado di agire a protezione della Pace, e che subito le singole Nazioni si coordinino in strategie concrete sul piano politico, economico, commerciale, per togliere ossigeno ai deliri sanguinari di onnipotenza.
Io sogno perché è possibile. La mia follia è nel credere negli uomini, ma voglio.
Ma c’è in questa vicenda allucinante un altro motivo di speranza, ed è l’equilibrio che la vita ricava dallo squilibrio degli squilibrati. Chi è così fortemente sbilanciato nella sicurezza di sé, fatalmente commette degli errori di sottovalutazione nei confronti di qualcuno o qualcosa, abbagli che possono inceppare meccanismi e far saltare i piani. E oggi qualche segnale già si affaccia. L’assoluta inettitudine del miliardario biondo a prevedere le conseguenze delle proprie azioni sta provocando uno sconquasso nell’economia mondiale, e segnatamente in qualche Paese del Golfo. Trovandosi col petrolio che non viaggia ed esposti alla reazione “scomposta” dell’Iran, gli Arabi cominciano a valutare se sia ancora conveniente restare nell’economia occidentale, o non sia meglio ritirare gli immensi capitali investiti nei mercati di Europa e America.
Forse, chissà, qualcuno potrebbe essere sensibile a questa ipotesi.
Ma non c’è giorno che la situazione non muti. C’era una solida inimicizia fra Teheran e le giovani capitali dei petrolieri, ma da tempo erano in campo segnali di una voglia condivisa di moderazione. È probabile che questa crisi l’abbia aiutata a maturare, e dopo una dimostrazione “muscolare” dei danni che potrebbe fare, l’Iran si è scusato con i vicini, ha riaperto per tutti, tranne Usa e Israele, lo stretto di Hormuz che strangolava le economie di mezzo mondo, e orgogliosamente resiste all’aggressione dei giganti.
È una teocrazia crudele, va annientata, vero? Israele no. Non ha fatto ancora abbastanza, non sta facendo. Gli Stati Uniti no, sono una democrazia… ma a parte tutto quello che già sapevamo, escono testimonianze plurime e concordi secondo le quali a tutte le Forze Armate e ad altre organizzazioni governative sarebbe stato comunicato ufficialmente che questa guerra è stata voluta da Gesù, che ha personalmente unto il buon Trump che se ne è fatto carico. Negli Stati Uniti e in Israele la gente scende in strada e protesta; noi tramortiti da silenzi e bugie ci rintaniamo nei festival e nell’umorismo involontario di qualcuno.
Ma cosa fare? Cosa è necessario e possibile per noi “piccoli?” Ricordarci di essere vivi, esercitare il nostro pensiero di giustizia, non rassegnarci mai allo strapotere della forza, essere pronti. Né una rivoluzione né un ripristino di legalità si realizza senza un sostegno di popolo: il sopruso può nascere a fuoco vivo, per il bene bisogna essere pronti. Facciamo della nostra piccolezza comune un terreno di coltura per un ritorno al diritto, per una nuova intima necessità di purezza: abbiamo bisogno di qualcosa di sacro per vivere davvero.
