Una vita interamente dedicata ai più poveri: ricordo di don Lucio Ferrazzi, il “curato d’Ars” di Pernumia
Tra i tanti bravi sacerdoti di cui può vantarsi la terra veneta, di alcuni si dice che sono dei santi. Non nel senso generico di “brav’uomo” ma proprio volendo intendere che essi sono un pezzo di paradiso in terra. Così era per don Lucio Ferrazzi, che nella prima metà del Novecento ha trascorso praticamente tutta la sua vita sacerdotale tra la povera gente di Pernumia.

Nato a Valstagna nel 1876 in un’umile e numerosa famiglia, a 17 anni entrò in seminario e nel 1902 venne ordinato sacerdote. Subito inviato a Pernumia come cappellano, ne divenne arciprete nel 1910, per rimanervi fino alla morte nel 1955.
Vi trovò una realtà sociale simile a quella da cui proveniva, fatta di fittavoli, mezzadri e braccianti agricoli, per i quali la povertà spesso digradava facilmente in miseria. Accanto a questi poveri, don Lucio visse povero, volle farsi povero, e allo stesso tempo ricco di una sconfinata carità. La porta della sua canonica era sempre aperta per ogni richiesta di ordine spirituale e materiale. Ciò che aveva in tasca, don Lucio lo dava. Se era pronto il pranzo, dava anche quello. Se serviva un materasso, lui buttava dalla finestra il proprio. Persino le scarpe ha dato via. Si lasciava buggerare volentieri, pensando che era meglio sbagliare donando che non dando, e si dimostrava comprensivo persino con i ladri, ritenendo che il loro gesto fosse dettato dal bisogno. Indimenticato è anche il suo esempio di carità verso la sua chiesa perché, al momento di raccogliere le offerte durante la Messa, metteva nel cestino anche la sua.
Ma la ricchezza della sua carità andava oltre: a chi chiedeva la soluzione di un problema, don Lucio rispondeva con preghiere che arrivavano a scuotere le porte del Cielo fino ad ottenere la grazia desiderata. Le sue benedizioni erano famose: il pollame perduto tornava a casa, la salute veniva recuperata, il soldato faceva ritorno o si salvava dal pericolo avvertito misteriosamente dalla voce dell’arciprete. Se un temporale minacciava i raccolti, don Lucio usciva dalla chiesa tracciando grandi segni di croce e, quasi intimorito dalle sue giaculatorie, il brutto tempo si calmava. Si racconta che, caricato su un camion dai fascisti per essere portato via, rimase in preghiera fino a quando l’autocarro si fermò senza motivo. Una volta fatto scendere e lasciato libero il piccolo prete, inspiegabilmente il camion ripartì. È rimasto scolpito nella memoria collettiva un episodio avvenuto durante la seconda guerra, quando il sabotaggio delle linee telefoniche del comando tedesco preludeva a una ritorsione durissima qualora non si fossero consegnati i colpevoli: la vita di dieci persone o tutto il paese a fuoco. Don Lucio si fece avanti con le mani alzate, implorando pietà e promettendo che la sua gente avrebbe vegliato sulle linee del telefono. Il paese fu salvo.
L’amore per la salvezza del suo popolo non lo fece mai allontanare dalla parrocchia, se non quell’unica volta che andò pellegrino a Lourdes. Lo si poteva trovare in canonica o per le strade di Pernumia in visita ai malati, ma più spesso in chiesa assorto nella preghiera e pronto ad amministrare il sacramento della Riconciliazione. Talvolta anzi andava a cercarsi quelli che oggi chiameremmo “lontani” e, presi sottobraccio, se li portava in chiesa per confessarli. Per farsi trovare pronto in caso di bisogno, spesso passava la notte dormendo vestito in poltrona.
Insieme ai suoi parrocchiani visse due guerre mondiali e quando Mussolini aprì le ostilità con Francia e Inghilterra, nelle sue memorie don Lucio scrisse “Disgraziato!”. Resta una lettera inviata ai soldati al fronte nel 1942, in cui scrisse: “Carissimi, lontani dalla parrocchia vi ho sempre vicini al cuore e scolpiti nella mente”. Con una cinquantina di parrocchiani che non avevano potuto sfollare trascorse una notte tremenda sotto le bombe alleate, il 26 aprile del 1945, pregando in cotta e stola insieme a loro dentro al campanile. Dopo aver impartito a tutti l’assoluzione, disse che non sarebbe successo nulla di grave e tutti si salvarono.
Piccolo di statura, di salute fragile, aveva faticosamente terminato gli studi necessari a diventare prete ma con umiltà seppe guidare la sua gente con parole semplici e adatte a tutti, nel proposito di condurre tutti alla salvezza dell’anima. Terminava le sue brevi e sobrie omelie augurando ai parrocchiani di rivedersi in cielo, benediva i defunti buoni e cattivi con parole paterne, non faceva distinzioni tra ricchi e poveri, non giudicava e, se doveva rimproverare, colpiva l’errore ma non la persona.
I frutti del suo passaggio sulla terra sono tangibili a Pernumia, che ha dato alla Chiesa tante vocazioni sorte sull’esempio di don Lucio, tra cui mons. Alfredo Magarotto, Vescovo di Vittorio Veneto, monsignor Giuseppe Zanon e monsignor Mario Mortin, per citare soltanto i più conosciuti. La gente ha voluto ricordarlo erigendo un busto in sua memoria a Pernumia e la sua tomba è meta di incessanti visite, come se lui fosse ancora fra i suoi parrocchiani, pronto a risolvere tutte le difficoltà che vengono affidate alle sue preghiere.
Né poteva essere diversamente, perché l’aveva scritto nel suo testamento spirituale: “Sono nato povero, ho vissuto da povero e muoio povero. Se avessi denari li lascerei ai poveri di Pernumia e al Seminario di Padova, ma ho dato via tutto prima di morire ai poveri… Amati parrocchiani, fuggite la bestemmia e la disonestà, santificate le feste e così un giorno potremo essere ancora uniti per sempre in Cielo. Vi ho amati e sempre vi amerò”.
Don Lucio, nella sua semplicità, resta un luminoso modello di carità pastorale e per questo la diocesi di Padova sta promuovendo la sua causa di beatificazione e canonizzazione.
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Per approfondire:
MORTIN Mario, Un piccolo prete di campagna, Don Lucio Ferrazzi Arciprete di Pernumia, Centro Editoriale Veneto 1991, pp. 227.
BRAZZALE Pietro, Il Servo di Dio don Lucio Ferrazzi, a cura della Postulazione 2010, pp. 262.
PROSDOCIMI Giovanni, Pernumia, L’asino sul campanile, Pernumia 1988, pp. 251.
