“Storia di un’amicizia tra un piccione e una bambina”: in volo con la fantasia
C’era una volta un piccione. Il suo nome era Paolino e abitava in una delle piazze più belle del suo paese. Dalla piazza ogni giorno ammirava un viavai di persone, alte e basse, magre e cicciottelle, con piume in testa più o meno lunghe e con abiti strani, molto strani! E aveva un sogno: “Vorrei fare amicizia con un umano!”.
Ogni giorno il piccolo piccione si atteggiava come un umano finché una mattina, appena svegliato, andò allo specchio e… “Che cosa hanno i miei occhi!? Perché sono ai lati della testa?”. Si domandava quale bambina o bambino gli si sarebbe mai avvicinato, così Paolino decise di lasciar perdere il suo più grande desiderio. Finché una sera…
“Mamma, papà, dove siete?”. Una bambina era accovacciata sulla scalinata della propria casa, che aveva trovata chiusa. Sembrava molto triste.
Quella sera d’estate la piazza era vuota. Paolino le si avvicinò lentamente: “Ciao! Ehi, dico a te!”. Ma la bambina, con il viso coperto dalle mani, sembrava non aver notato il piccolo piccione. Allora Paolino ebbe un’idea: volò a pochi metri dalla casa su un’aiuola di fiori colorati, ne strappò alcuni e planò vicino alla bimba, posandole delicatamente i fiorellini ai suoi piedi.
Allora la piccola alzò lo sguardo. “Ciao, io sono Paolino. Ho dieci anni e questi fiori sono per te”.
“Ciao…” quasi sussurrò la bambina.
“Come ti chiami?” le domandò il piccolo volatile.
“Mi chiamo Alice. Mi sono persa, non trovo più la mia mamma e il mio papà. Ti prego, aiutami!”, rispose la bambina, e aggiunse con voce più sicura: “Anche io ho dieci anni!”.
Con voce forte, quasi da grande, il piccione rispose: “Alice, ti aiuterò io!”.
In un battibaleno Alice, presa dalla felicità, gli saltò addosso e lo abbracciò forte.
Tuttavia Paolino si rese conto che non aveva idea da dove incominciare: “Alice. dobbiamo chiedere aiuto ai miei genitori! Loro sapranno che fare!”
La reazione dei genitori di Paolino, davanti alla bambina, non fu come il piccolo piccione avrebbe desiderato. “Ahhhh… aiuuuutooooo… aiuuutoooo… scappaaaateeee… unnn uuuumaaaanoooo neeellaaaa nooostraaaa caaasaaaa…viaaaaaa!!!”.
“Fermi, fermi! Mamma, papà, sono io! Sono Paolino! E lei è Alice, lei è…” ma non fece in tempo a finire la frase che Alice si intromise: “… un’amica!”.
Paolino la guardò senza battere ciglio, ammutolito. La bambina l’aveva pronunciato, aveva detto “amica”. Ce l’aveva fatta, aveva trovato un’amica umana. Si sentiva come un’aquila.
“Mamma, papà! Vi presento Alice: ha dieci anni e si è persa. Vi prego, aiutateci a cercare i suoi genitori”.
Adagio i genitori di Paolino uscirono dalle loro tane: “Ccciiiaaoo… vvvaa bbeebeenee… tttiii aaaiuttereemo… mmmaaaa proomeettiici che non ci farai del mmaallellee”.
“Non dovete avere paura di me! Grazie per il vostro aiuto!”.
“Uno, due, tre… in posizione, via!”. Quello era il segnale con cui papà, mamma e Paolino si posizionavano sulle strade e sopra i tetti delle vie che giungevano alla piazza in cui Alice si era ritrovata sola.
“Wow! Voi avete un potere speciale! Avete degli occhi che vi permettono di guardare in due direzioni opposte senza girare la testa. Vorrei anch’io avere degli occhi posizionati come i tuoi, così i miei compagni di banco non mi ruberebbero più le penne e la merenda Mme ne accorgerei subito! Non sai come mi piacerebbe scambiare i tuoi con i miei, che guardano sempre e solo in un’unica direzione… Chissà quante cose mi perdo ogni giorno. Infatti, ho perso i miei genit…” Alice non riuscì a terminare il suo discorso e…
“Mamma, papà!” iniziò a sbracciarsi la bambina. Due esseri umani, con sguardo preoccupato e gli occhi bagnati, si girarono verso quella voce familiare, accompagnata da un tubare molto insistente.
“Alice! Bambina mia!” esclamò la mamma, mentre il papà correva verso di lei per sollevarla da terra, facendola quasi volare, per portarla tra le sue braccia.
“Mi ero persa, vi prego non arrabbiatevi. Per fortuna ho conosciuto Paolino, un piccione molto speciale, che con i suoi genitori mi ha aiutato. Aspettate che ve lo presento. Eccolo qui, lui è…” ma appena Alice si voltò, Paolino e la sua famiglia erano spariti, come volatilizzati nel nulla.
I genitori di Alice sorrisero, consapevoli della fantasia della loro piccola, e dissero che era il momento di tornare tutti e tre a casa.
* * * * *
Erano passati molti anni da quella giornata. La vita di Paolino proseguiva nella sua quotidianità quando una mattina, durante una spedizione, il volatile fu attratto da un’insegna luminosa e da un profumo fortissimo proveniente da un negozio affacciato alla riva. Entrò quatto quatto dall’uscio socchiuso e, ad un certo punto, sentì una voce a lui familiare: “Buongiorno, posso aiutarla?”. Quella voce aveva un qualcosa di vivace, giovanile ed elegante assieme. Quella voce era… no, non poteva essere… Alice?
Alice era la proprietaria della fioreria “Un fiore per un amico”.
Paolino non sapeva che fare. Oramai Alice non era più una bambina, ma era diventata una donna. Ogni giorno aveva sperato di incontrarla nuovamente in quella piazza. Anche Paolino era cresciuto, apprendendo di tutte le cattiverie che gli umani erano capaci di fare ai suoi e ai propri simili. Tuttavia il suo cuore batteva ancora per quella bambina e ancora, come quindici anni fa, si fece avanti. “Gru… gruu… gru!”.
Alice sentì quel grugare: le era familiare, molto familiare. Il suo cuore iniziò a battere forte e si diresse di corsa verso quel suono. “Paolino! Paolino, sei tu! Amico mio!”.
“Gru gru gru!” rispose gioiosamente Paolino.
“Caro Paolino, quanto tempo è passato e come ho sperato di rivederti. Questi sono per te!”. In un lampo Alice corse sul retro del negozio e ritornò con un mazzo di girasoli così freschi, e di un giallo talmente acceso, che sembrava avessero quasi catturato, dentro di loro, tutto il sole di quegli anni.
Fu così che Alice e Paolino restarono amici per sempre, un’amicizia che parlava il profumo dei fiori e la voce di una bambina un po’ più cresciuta, ma che aveva imparato a volare anche senza ali grazie ad un piccione dagli occhi speciali.
