Quando il progresso modifica l’idea di comunità: l’importanza del tessuto sociale
Quasi 60 milioni, siamo tutti Italiani ma non ci conosciamo tutti… e con i social abbiamo conoscenze anche non italiane; possiamo dire di appartenere a qualche comunità?
La nostra bella Italia, nei secoli della sua lunga storia si è plasmata nelle forme attuali attraverso le vicende di generazioni e generazioni, gruppi e tribù che hanno vissuto isolati o uniti secondo intricate vicende. Unita da una lingua comune, ancor oggi, non solo per ragioni amministrative, l’Italia è divisa in regioni con città costellate di quartieri, comuni piccoli e grandi con relative frazioni. A quali dimensioni, in quali ambiti può formarsi una comunità significativa dove ritrovarsi superando ogni spaesamento?
Nella città popolosa si incontrano mille frammentazioni, intorno alle associazioni, alle chiese, alle scuole, allo sport, alla musica, nei bar, nei parchi, tra i lavoratori, tra gli anziani, tra migranti, fortunato ciascuno se può frequentare un cerchio circoscritto di amici cari che, per così dire, inconsciamente sono diventati parte di sé e lo hanno assorbito nelle vicende di vita trascorse accanto.
I comuni più piccoli, in particolare nel nostro Veneto, hanno individualità meno complesse, raccolti spesso intorno al palazzo signorile divenuto sede municipale ed il campanile a ritmare le ore, gli avvisi e gli allarmi. Con o senza sede municipale, anche la frazione ha la sua inconfondibile identità, nucleo abitato riunito nel pianoro, al crocicchio, presso un guado, e servito spesso da una scuola, un capitello, una chiesetta, una trattoria, un mercato.
Nei piccoli nuclei le famiglie, più o meno radicate nelle generazioni, si incontrano, il paese è la comunità. Chi, nascendo in un posto, vi ha da sempre intessuto relazioni, ha assorbito un patrimonio di storia, di affetti, di usi e tradizioni degno di rispetto e salvaguardia, capace di tenere aperti sentieri di futuro. Se arriva una nuova famiglia, più famiglie nuove, uno straniero, inevitabilmente si avvia un nuovo tessuto di relazioni ora complesse ora più tranquille ma sempre vive; difficile rimanere isolati nell’anonimato.
Nel concreto delle piccole comunità in contatto con le tracce vicine del passato, con le trasformazioni dell’ambiente nella sua peculiarità, nel vivere quotidiano che vi si attua, si sviluppa la microstoria che determina la realtà. Non dovrebbero essere gli schemi ideologici aprioristici, le normative sovraordinate e generiche ad impattare incisivamente nella realtà.
Così mi pare di poter dire che quando – nel nome, per esempio, di presunti risparmi economici, di razionalizzazioni di servizi, di urgenze di investimenti PNRR – si ignora la concretezza del tessuto sociale locale, si viene a forzare uno sviluppo anonimo ed artificioso che suscita perplessità. Alcune scelte sembrano mutevoli ed effimere, non se ne comprendono le conseguenze in tutti i rivoli e le diramazioni, lasceranno forse ingombranti eredità. Sono incongrue ad assicurare la continuità di un benessere senza troppe pretese, faticosamente conseguito da una popolazione di radici contadine, d’indole bonaria e laboriosa, ingegnosa e parsimoniosa, prudente nell’accogliere le lusinghe del consumismo sconsiderato e di troppo millantati progressi.
