RACCONTO / Un incontro al di fuori del tempo e dello spazio
RITORNO
Tommaso ha l’impressione di essere già stato nel luogo dove adesso si trova. C’è, nel colore indeciso del cielo, nella linea squadrata dei palazzi che s’intravedono sullo sfondo, nel lungo filare dei tigli interrotto dall’incrocio con la grande via principale, c’è in tutto questo un che di familiare al quale tuttavia Tommaso non riesce ancora a dare un nome. Su quella via inizia a celebrarsi il trambusto del giorno e ciò avviene proprio là dove la notte, poco prima, camminava con piedi di velluto e, nel farlo, respirava infondendo all’asfalto il suo debole calore da nomade.
Ed è nomade anche Tommaso in quel suo non raccapezzarsi più giusto quando, dai segni che gli pullulano intorno, egli constata di non essere affatto estraneo a quanto lo circonda. Continua così ad aggirarsi senza meta nel tentativo di risalire in qualche modo ai motivi di quella strana appartenenza.
Dopo essere andato su e giù dal marciapiede per un bel pezzo, Tommaso comincia ad arrampicarsi sugli specchi fantasticando che, in quel posto, egli ci sarà pure stato ma forse solo per poco, di passaggio. Probabilmente il luogo dove si trova somiglia ad un altro, di luogo, col quale il centro caotico dov’egli si trova adesso non ha proprio nulla da spartire. O forse l’avrà solo sognato, differentemente egli non comprenderebbe il motivo dei suoi dubbi che gli spuntano dentro come i funghi sotto le umide radici della quercia mentre l’orizzonte si spalanca e il chiarore del mattino illumina a fasci il nuovo giorno.
È davvero quella la sua città? La città dalla quale un giorno lontano era partito e dove ha infine deciso di fare ritorno?
Solo adesso si accorge, con suo grande stupore, di non avere con sé alcun bagaglio; non ricorsa d’aver viaggiato su alcun mezzo, si ritrova e basta in quel luogo, il vento freddo gli asciuga le labbra, un viavai di persone gli scorre accanto, il cono d’ombra di enormi palazzi lo sovrasta.
Il cemento impera ovunque e, insieme al cemento, il ferro di viti e intelaiature, chiazze sparute di verde si aprono ai lati del selciato, alti tralicci costeggiano il marciapiede proprio là dove poco prima correvano lunghi filari di tigli.
Sta per muovere qualche passo ed è con sua grande sorpresa che si accorge allora di essere diventato improvvisamente agile, quasi aereo, come se tutto il suo sangue affluisse di colpo alle sue gambe, spingendolo lontano da lì, da quel mondo sconosciuto verso il quale egli ora prova un profondo e insopprimibile senso di disagio.
Tutt’a un tratto, si vede correre come una gazzella e coprire, in un battibaleno, spazi inimmaginabili. La sua città di cemento e ferro ha cambiato radicalmente aspetto, ora è una savana sconfinata battuta dal sole, una savana sulla quale s’aggirano in libertà giraffe, zebre, leoni. La fantasia gioca brutti scherzi a Tommaso che è costretto a serrare le palpebre per evitare che la luce gli ferisca le pupille. Le immagini sfocano sempre più, tutto si sta trasformando in un immenso grumo, un pulviscolo indefinito.
Quel pulviscolo, a un bel punto, assume una forma umana, il che non significa soltanto un volto, un’espressione, ma pure un tronco, un paio di gambe, un qualcosa che si muove, seppure a tratti, come una sequenza ripresa alla moviola.
Un uomo gli viene incontro. Il suo modo di muoversi gli è familiare, modo di figlio di quella città alla quale si è subito sentito intimamente legato anche se ne sconosceva il motivo. Faticosamente, il mosaico sta ricomponendosi e non è merito di nessuno, certo, ma Tommaso ci mette del suo, si sforza di capirci di più, si spinge a esplorare significati sempre nuovi che continuano a sfuggirgli.
All’improvviso un guizzo. Un nome che lo sfiora come l’ala di un gabbiano passato rasente la sua fronte. Si tocca la fronte, Tommaso, e nel farlo sussulta, come se quel tocco potesse incenerirlo. Ma non è esattamente così, quel tocco gli dà coscienza di esserci e, soprattutto, di esserci stato, di esistere, finalmente, in una dimensione che la sua condizione ostinata di amnesia insisteva prima a negargli. Ma quella dimensione, amnesia o no, gli appartiene e Tommaso se ne rende perfettamente conto. E allora affida a quell’uomo un nome prima che tutto riprenda a sfuggirgli. Ma anche il nome non gli è estraneo, l’ha già sentito e probabilmente quell’uomo si chiama davvero così.
Roberto.
Dov’era stato, Roberto, per tutto quel tempo? Forse era rimasto sempre lì, e magari nella medesima posizione in cui Tommaso l’aveva trovato. O, più probabilmente, come Tommaso anche Roberto aveva percorso il suo piccolo periplo prima di rendersi conto che tutto era stato assolutamente inutile. Tanto, prima o poi, anche lui avrebbe dovuto fare i conti con la sua identità frantumata. Comunque meglio farli dopo quei conti e, in ogni caso, nelle migliori condizioni possibili.
Tommaso continua a guardare Roberto ed entrambi tacciono per lunghi istanti – o forse minuti? Ore? Tacciono e si studiano, come fanno gli spadaccini prima che uno dei due vibri il primo fendente. Ma non saranno i colpi di fioretto a fioccare tra di loro, basterà che lo facciano le parole, anche se non proprio quelle giuste, purché si inizi a dire qualcosa per rompere il ghiaccio. Il ghiaccio che fascia il loro passato è spesso e duro e, sia Tommaso che Roberto, temono di scalfirlo perché potrebbe sprigionarne una piena che non sarebbero capaci di arginare.
O forse quel passato non è poi una faccenda tanto terribile e sarà sufficiente prenderne atto per capire che, in fondo, nessuno dei due è da considerarsi davvero responsabile di quanto è accaduto. E poi, in definitiva, cos’è avvenuto di tanto devastante da costringerli a tornare sui loro passi, a rifare da cima a fondo i conti con le proprie esistenze?
Se lo chiedono, ciascuno a suo modo, mentre un occhio di sole luccica dalla finestra d’un grattacielo, accecandoli per un brevissimo istante.
(Pubblicato nell’antologia 2025 dell’Amsi, Associazione Medici Scrittori Italiani)
