Alzheimer, patologia da includere fra le prestazioni della sanità pubblica

Da tempo vi è una larga convergenza scientifica, sanitaria e sociale, che considera l’Alzheimer come un’effettiva patologia invalidante cronica, con nessuna possibilità di recupero alla vita normale del soggetto colpito da questo morbo. La ricerca, pur sotto finanziata anche dall’attuale governo, sta comunque sviluppando un notevole lavoro per ritardare e contenere gli effetti devastanti dell’Alzheimer.

La somministrazione di appropriati farmaci, anche se non completamente, ne attenua i disturbi, e l’ospitalità nei nuclei RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali) protegge maggiormente le persone non autosufficienti a causa dell’Alzheimer. Per l’opinione pubblica l’Alzheimer, a tutti gli effetti, è una “malattia” e in quanto tale dovrebbe (deve) entrare completamente nelle prestazioni sanitarie (nei LEA, Livelli Essenziali di Assistenza), escludendola dalla compartecipazione economica. Da molti anni una parte del costo (circa il 40 per cento sul totale) è a carico della Regione per le prestazioni sanitarie (distretto, assistenza integrata domiciliare, residenzialità protetta RSA, contributi economici), per l’altra percentuale (circa il 60 per cento) viene “responsabilizzata” la famiglia, la quale si prende cura, con grandi sacrifici, del proprio congiunto.

Sostanzialmente lo Stato e la Regione continuano a non riconoscere l’Alzheimer (analoga sottovalutazione anche per la demenza senile) come una “grave patologia sociale”, di conseguenza le famiglie sono costrette a ricorrere alle “assistenti domiciliari” (badanti) o ai ricoveri nelle case di riposo, con costi medi giornalieri, a loro totale carico, di circa ottanta euro. Questo notevole costo sulle spalle dei cittadini (il più delle volte di una pesantezza economica insopportabile per effetto di redditi da lavoro o previdenziali insufficienti) è l’incomprensibile conseguenza dei limitatissimi annuali finanziamenti dei fondi nazionale e regionale per il sostegno alle persone non autosufficienti. Non è sufficiente riconoscere provvidenze o contributi vincolati ai parametri ISEE (l’indicatore della situazione economica equivalente) perché coprono solo parzialmente le spese delle famiglie per prestazioni sociosanitarie e assistenziali.

Per evitare disperazione e rabbia sono urgentemente necessarie scelte coraggiose e di alta responsabilità politica, fra queste:

– un welfare universalistico adeguatamente e costantemente finanziato con il progressivo prelievo fiscale;

– le patologie invalidanti permanenti (come l’Alzheimer) devono essere completamente di competenza del servizio sanitario pubblico;

– istituire specifici fondi per la non autosufficienza e la disabilità finanziati dalla fiscalità generale, non escludendo una tassa di scopo sui redditi elevati;

– stabilire una compartecipazione alla spesa a carico dei cittadini a livelli sopportabili;

– dare completa attuazione alla programmazione sociosanitaria regionale;

– la (eventuale) trasformazione delle ex IPAB, collegata alla (eventuale) riforma delle RSA, dovrà essere un’opportunità per confermare le residenze protette, le strutture extraospedaliere, le relative professionalità degli addetti alle varie prestazioni sociosanitarie e assistenziali, nella rete dei servizi pubblici sociosanitari.

Queste indicazioni (come altre) se considerate prioritarie per il bene delle persone, devono trovare sedi di concertazione tra le parti sociali ed istituzionali (Cgil, Cisl e Uil, Acli, Regione, Anci, Uripa, Uneba, Fondazioni bancarie…) per ribadire, anche sul versante dei servizi sociali pubblici, il principio del diritto costituzionale alla salute, in tutte le fasi della vita, che non potrà mai essere sostituito dalla filantropia.

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