La bellezza oltre ciò che appare: essere ed esserci, insieme, per una nuova fioritura

Abitare il territorio, e se stessi, alla riscoperta di una direzione contro il senso di vuoto, l’isolamento, la solitudine

Nella prima Casa dei bambini, creata agli inizi del secolo scorso nel popolare quartiere di San Lorenzo a Roma, Maria Montessori scelse da subito una via: quella della bellezza. Nelle aule venivano messe piante, cornici per fotografie e stampe di opere d’arte, poste ad altezza dei bambini, nonché piccoli animali da compagnia. Secondo la celebre pedagogista italiana, la cosiddetta “educazione dilatatrice”, attraverso la strada della bellezza, doveva suscitare il gusto della scoperta, facendo scaturire interessi sempre più alti e più lontani, “mentre l’invidia e la competizione non rappresentavano altro che i segni di un ristretto sviluppo mentale, abituato alla logica dei premi e castighi”.

Attraverso la “via della bellezza” si trattava di “dilatare” il mondo in cui languiva il fanciullo, di “liberarlo da catene che gli impedivano di avanzare”, di “moltiplicare alla sua portata i motivi di interesse utili a soddisfare le più profonde tendenze sepolte nell’animo”, di “invitare a conquistare nell’ illimitato anziché reprimere i desideri di possedere ciò che posseggono i vicini”. Così la via della bellezza diventava “un’arma contro la rassegnazione, la paura, l’indifferenza”, affinché nei bambini e nelle loro famiglie non si insinuasse l’abitudine e la rassegnazione ma in loro rimanessero sempre vivi la curiosità e lo stupore. In sintesi si trattava di orientare ed educare “all’idea alta del mondo e del destino individuale”.

Si trattava e si tratta ancora oggi di formare a quella bellezza che è fioritura dell’essere e dell’umano, partendo da ciò che c’è e da ciò che ci appare. Sia che ci si riferisca alle analisi degli addetti ai lavori, sia che ci si rivolga a raccogliere le opinioni e le testimonianze in un incontro tra amici, l’analisi della società nella quale viviamo fa emergere alcune caratteristiche che sembrano indiscutibili: il vuoto della memoria, l’assenza di radici storiche e di senso di appartenenza; l’appiattimento sul presente caratterizzato dall’indifferenza e dall’improvvisazione; il senso di isolamento che percepiscono e vivono i giovani, drammaticamente senza passato e senza futuro; il senso di solitudine e di inutilità degli anziani quando pronunciano parole mute e inascoltate; il senso di sconfitta di coloro che non possono vantare un ruolo sociale da esibire.

E allora è inevitabile domandarsi: tirare i remi in barca o prendere il largo? Ripiegarsi su noi stessi o desiderare di uscire a “veder le stelle”? Verso quale direzione guardare e camminare?

Studi sulle correlazioni tra condizioni di vita e benessere sociale tornano ad indicare la via della bellezza estetica ed etica, come una via obbligata per la ricostruzione di un tessuto sociale positivo, e comunque quasi come una sorta di uscita di emergenza, in un contesto globale minacciato e sfidato dalle guerre e dal cambio di paradigma che l’intelligenza artificiale velocemente sta imponendo nel mondo del lavoro, della comunicazione e delle relazioni interpersonali.

A tale proposito, Steve Jobs, il creatore di Apple, morto nel 2011, in un discorso del 2005 agli studenti americani riconosceva che «la tecnologia da sola non basta. È il connubio tra la tecnologia e le arti, tra la scienza e le discipline umanistiche a darci quel risultato che ci fa sorgere un canto dal cuore».

Si tratta di una ulteriore suggestione per intraprendere senza esitazione il cammino lungo quella “via pulchritudinis”, che fin dal Medioevo si intrecciava con le vie della verità e della bontà. Un invito a riscoprire questa triade esistenziale.

Non è fuori luogo, infatti, domandarsi: siamo condannati a vivere senza bellezza oppure quale bellezza al servizio di un necessario e improrogabile recupero di una dimensione vitale e generativa nel sociale?

La bellezza ci salverà se saremo capaci di muoverci, viaggiare, incontrare persone, conoscere realtà nuove, perché la bellezza si nutre della dinamicità dell’uomo. La bellezza ci salverà se saremo capaci di rallentare, perché la fretta è nemica della bellezza e sinonimo di superficialità. Chi è sempre di corsa non coglie la bellezza che gli sta accanto! La bellezza ci salverà se saremo capaci di creatività. Gli italiani possiedono una capacità innata di produrre bellezza. Dovremmo averne maggiore consapevolezza e riscoprirla, a partire dalle nostre passioni. La bellezza ci salverà se saremo capaci di osservare, ovvero non solo guardare ma sentire in profondità ciò che abbiamo di fronte.

E infine, in un mondo dove la malattia, l’invecchiamento, la fragilità, sono realtà da rimuovere dalla narrazione dell’efficienza a tutti i costi, “chi non osa afferrare la spina non dovrebbe mai desiderare la rosa” (Anne Brontë). Scrive un giovane che la vita ha profondamente provato: “per raggiungere la vera bellezza, per me quella interiore, bisogna avere il coraggio di tentare, rischiare e vivere, perché la bellezza autentica, in fondo, si origina dalla sofferenza”.

Quando Matisse scese fino a Cagnes sur mer per incontrare Renoir, in Costa azzurra, quest’ultimo aveva già fatto i conti con la malattia: un’artrite che lo aveva ormai quasi del tutto paralizzato e costretto a utilizzare delle pinze e delle bende legate alle mani per continuare a dipingere, nonostante tutto. Matisse lo guardò e lo interrogò: “Perché?” gli chiede. Rispose Renoir: “Perché il dolore passa, la bellezza resta!”.

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