Ricordo di Ottavio Bottecchia, campionissimo del ciclismo

Scomparso a 32 anni, ebbe una carriera breve ma ricchissima di successi

A quasi 100 anni dalla morte siamo ancora qui a ricordare un ciclista che ha disputato appena cinque stagioni da professionista?

Certamente, visto che questo sportivo, di nome Ottavio Bottecchia (San Martino di Colle Umberto, 1° agosto 1894 – Gemona del Friuli, 15 giugno 1927), in arte ciclistica Botescià come lo pronunciavano estasiati i Francesi, a modo suo ha lasciato il segno più di Costante Girardengo, Alfredo Binda, Gino Bartali, Fausto Coppi, Felice Gimondi, Francesco Moser, Marco Pantani.

Avete appena letto un’eresia? Assolutamente no perché nessuno dei grandi del ciclismo italiano di ogni epoca ha saputo vincere il Tour de France, ovvero ieri come oggi la competizione più importante forse non soltanto limitatamente allo sport delle due ruote, per due anni di fila.

Inoltre nessuno dei sopraccitati fuoriclasse del pedale ha indossato la maglia gialla più volte di Ottavio Bottecchia. È lui, infatti, a detenere il record assoluto fra gli Italiani con ben 34 giornate da capoclassifica, quando Girardengo e Binda non ne hanno mai assaporato il piacere, Bartali ne ha collezionate 20, Coppi 19, Gimondi 18, Moser 6, Pantani 7.

Per di più, se le ragioni per le quali l’umile contadino, muratore e carrettiere di origini venete e d’adozione pordenonese, è ancora così presente nell’immaginario collettivo senza dubbio vanno ricercate oltre e al di fuori delle pur clamorose gesta sportive.

Ottavio Bottecchia è l’emblema del lavoratore sfortunato ma umile e caparbio, che solo al prezzo di immani sacrifici, è riuscito a riscattare l’atavica miseria che contraddistingueva la sua famiglia.

Ottavio Bottecchia è l’immagine dello sportivo non bello né aggraziato, ma baciato dalla gloria sportiva e dalla popolarità per meriti solo e autenticamente suoi.

Ottavio Bottecchia è il marito e il padre premuroso che ai propri affetti ha donato la vita, non sottraendosi mai ai sacri doveri e alle schiette responsabilità.

Per esempio, allo scoppio della Prima guerra mondiale, Ottavio Bottecchia è arruolato nel 6° Bersaglieri. Dopo l’addestramento a Bologna, è spedito in Trentino, quindi viene inserito nel corpo speciale degli esploratori d’assalto equipaggiati di biciclette pieghevoli.

In guerra diventa caporale, ma viene catturato per tre volte. La prima, a Cima Undici sull’Altopiano di Asiago, riesce a scappare indossando una divisa austriaca. La seconda, sul fronte dell’Isonzo, durante un trasferimento a piedi fa perdere coraggiosamente le sue tracce. La terza, a Lestans di Sequals, fugge gettandosi in un crepaccio con il suo mitragliatore. Meritò la medaglia di bronzo al valore militare.

Una prova dell’immensa popolarità di cui si circondò Bottecchia in vita, proviene dagli esponenti di una originale e sottovalutata forma d’arte.

Per il suo fisico longilineo e magro, il suo volto spigoloso e il sorriso scoperto, Ottavio Bottecchia ha fatto la gioia di un’ampia schiera di disegnatori e caricaturisti.

Del resto Bottecchia ha fatto fortuna in Francia, la patria del fumetto e della satira, cui il personaggio, così originale nel panorama ciclistico internazionale, una volta diventato famoso, è stato ritratto in tutte le forme, le smorfie e le situazioni possibili.

Sono sopravvissute, infatti, caricature che lo immortalano in piena bagarre agonistica come pure disegni che ne fermano il sorriso, la grinta, le emozioni, la postura.

In Italia celebre rimane lo spazio che una testata storica come il Guerin Sportivo dedicava alle vignette. Non poteva esimersi dal ritrarre Bottecchia, pertanto, il grande Carlin, al secolo Carlo Bergoglio, inviato e caporedattore della testata, oltre che disegnatore arguto.

Varie e fantasiose le interpretazioni grafiche date dai disegnatori francesi, molto più attenti agli aspetti prettamente sportivi della vita del campione.

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