Army, la digitopittura come occasione di incontro tra figurazione e matericità

Army, pseudonimo di Armanda Sbardellini, pittrice residente a Santa Margherita del Gruagno, frazione di Moruzzo (UD), è attiva soprattutto sul territorio del Friuli Venezia Giulia e del Veneto, dove partecipa a numerose mostre, personali e collettive. La sua produzione, esposta in diverse gallerie italiane, è ampiamente riconosciuta dalla critica con premi e citazioni d’onore. Per un approfondimento rimando al sito personale, https://army/flazio.com/armandasbardellini. Inoltre, appare in cataloghi d’arte nazionali, in collezioni private (Londra, Australia, Toscana, Emilia Romagna) e in gallerie italiane. Dipinge con le dita in seguito a una malattia degenerativa che le impedisce di usare a lungo il pennello. Recentemente il critico d’arte Giorgio Gregorio Grasso ha presentato a Milano il suo dipinto I Promessi Sposi ed ha selezionato La ragazza di Gaza, da esporre prossimamente a Roma.

La tecnica da lei utilizzata, in assoluta modalità di autodidatta fin dal 2018, è la digitopittura, ovvero l’applicazione del colore direttamente con le dita. Frutto di un lavoro sperimentale e innovativo che spazia dal figurativo al materico, le sue ultime opere sono prevalentemente ad olio su basi tangibili come gesso, sabbia, carta, proprio per privilegiare la funzione espressiva della materia stessa. Da qui, l’aspetto per certi versi “indefinito” che le contraddistingue. In ogni caso, l’approccio, intimo e diretto tra artista e il suo supporto, esalta il controllo tattile e sensoriale del colore. La stessa impetuosità della composizione, priva di un disegno preliminare ‒ ad eccezione di alcuni ritratti a matita sanguigna e a carboncino ‒ deriva da un sentire che fa muovere le dita, proprio come fa la newyorkese Iris Scott ‒ ideatrice della corrente instinctualist ‒. Quest’ultima, nel dipingere con le mani, si lascia guidare dall’istinto e dall’esperienza mistica. Anche l’architetto e pittore Damiano Merlin (Monselice-PD) ricorre a tale tecnica, sia pure avvalendosi di accurati disegni preparatori che seguono le emozioni in base allo stato d’animo, a volte sereno e a volte inquieto quasi per sfidare il contesto sociale.

Non esistono testimonianze storiche di grandi interpreti del passato che abbiano usato le mani per applicare il colore, se pure molti di essi ‒ da Raffaello a Picasso ‒ hanno trattato le mani come soggetto pittorico. Tuttavia la digitopittura, inserita nel più ampio movimento denominato Action Painting – di cui Jackson Poloch è il massimo rappresentante ‒, si diffonde in America dopo la Seconda guerra mondiale, contribuendo a spostare il baricentro artistico da Parigi a New York. Al di là dell’importanza artistica, va ricordato inoltre, il suo valore terapeutico ed “educativo”: nelle scuole d’infanzia si attribuisce, infatti, notevole importanza a detta attività. Per i bambini ‒ e non solo ‒, essa è un ottimo modo di esplorare, d’imparare e di sviluppare nuove competenze attraverso il gioco sensoriale. Estremamente rilassante e meditativa, aiuta ad eliminare le energie negative, a stabilizzare l’umore e a sviluppare una maggiore consapevolezza di sé.

Ciò che colpisce nei dipinti di Army è l’estrema ricchezza di esperienze diverse, articolate su un ampio fronte, che determinano l’espressione artistica. La vastità di interessi, tutti ugualmente approfonditi, si compone in una sorta di autobiografia in cui la pittrice, racconta le sue passioni e preoccupazioni che si definiscono attraverso divagazioni, ricordi, fantasie, visioni. Tutto ciò rimanda a quella catena di riferimenti, confronti e motivazioni, anche lontani fra loro, che lega opera e attività, tecnica e forma. In sostanza, aiuta a comprendere in che modo l’odierna interprete debba saper vedere il mondo circostante, rappresentando la bellezza del paesaggio naturale ‒ le marine di Jesolo e di Venezia, i fiori colorati che sembrano inondare la stanza di profumo ‒ o di quello “costruito”, come gli incantevoli scorci della sua Udine.

I ritratti di gente comune o di attori famosi, siano essi donne, uomini e bambini, fissano momenti di acute espressioni, con occhi che “toccano, sembrano mani”. Sovente vi è la presenza di animali: l’altero e sfidante gatto dal pelo grigio e dallo sguardo “impavido”, il prezioso asino che sussurra all’alpino, i cavalli a guardia di un gruppo di bimbe dai capelli rossi… Tutti testimoniano l’amore della pittrice verso queste presenze “amichevoli”, estensioni stesse della natura.

Al contempo, vengono dipinte le tragiche e dolorose conseguenze di guerre e di soprusi che opprimono la società, lasciando nella disperazione e nell’abbandono soggetti vulnerabili ed innocenti. Un toccante esempio lo offre La bambina di Gaza, simbolo di un dramma a cui difficilmente colui che osserva può rimanere insensibile. Su uno sfondo desolato di macerie, una bimba dignitosa nella sua afflizione, si copre il volto con un fazzolettino macchiato di sangue, in un atto di totale impotenza e scoramento. “Non più bambini innocenti crocefissi”. Il commento della pittrice rende ancora più penetrante la sua rappresentazione, schierandosi dolente al fianco delle vittime inermi.

Una pittura che, nata dalle dita e giunta al cuore delle persone, merita di essere conosciuta e diffusa per tanta abilità ed intensità emotiva.

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