Profilo di Luigi Stefanini, filosofo cristiano, nel 70° anniversario della morte

Nato a Treviso il 3 novembre 1891, Luigi Stefanini si spense prematuramente a Padova, per un cancro ai polmoni, il 16 gennaio 1956. Proveniva da una famiglia di radicate tradizioni cattoliche, ricevendo fin dall’infanzia un’educazione cristiana che professò con indefettibile franchezza in tutta la sua vita. Allorché, nella piena maturità (La mia prospettiva filosofica, 1950), espose in una densa sintesi il suo orientamento filosofico, dichiarò con accenti di intensa vibrazione affettiva che il suo “primo maestro” era stato sua madre, nel cui sistema di vita aveva colto “il senso più alto dell’essere”, la vera “sapienza”. Ciò asseriva anche se qualcuno avrebbe potuto squalificarlo come filosofo. In effetti Stefanini va annoverato tra i maggiori filosofi italiani del Novecento, benché talora isolato rispetto al predominante fronte “laico” guidato da Giovanni Gentile e Benedetto Croce.

Compiuti gli studi nel Liceo “Canova” di Treviso, conseguì nel 1910 la maturità classica con ottimo profitto, evidenziando fin da allora, specie per impulso di un suo insegnante, Paolo Rotta (futuro docente all’Università cattolica di Milano), una spiccata attitudine per gli studi filosofici e umanistici. Si iscrisse poi all’Università di Padova al corso di Filosofia, laureandosi nel 1914 con una tesi sul pensiero del filosofo francese Maurice Blondel, poi pubblicata.

Nel 2006 è stato edito un ponderoso volume che ricostruisce il suo percorso biografico e intellettuale. Ne è autrice Glori Cappello, docente al menzionato Liceo “Canova”, di cui lo stesso Stefanini fu, oltreché alunno, anche insegnante per breve tempo all’inizio della sua carriera. La pubblicazione di tale biografia di oltre 900 pagine è stata promossa dalla Fondazione Luigi Stefanini, istituita nel 1996 a Treviso, presso la quale sono depositati, per disposizione dei figli Paolo e Lucia, la biblioteca del filosofo e il suo ricco archivio personale.

Ancora adolescente, Stefanini fu tra i fondatori a Treviso del Circolo giovanile “San Liberale”, destinato a divenire il fulcro dell’Unione diocesana della gioventù cattolica, della quale già nel 1911 fu nominato presidente dal vescovo Longhin, subentrando all’amico Giuseppe Benvenuti, all’epoca studente di giurisprudenza a Padova e poi avvocato. Negli anni d’anteguerra Stefanini si distinse per la sua attiva militanza nell’associazionismo cattolico. Nel 1912 fondò e diresse un mensile, “Il Foglio dei Giovani”, dapprima organo di coordinamento e formazione in ambito diocesano ma nel 1913 esteso all’intera regione veneta, raggiungendo una tiratura per allora davvero ragguardevole. Nella sua attività di relatore a convegni diocesani e foraniali, nonché di giornalista, è rilevabile la sua intensa pietà eucaristica e cristocentrica. In sintonia con l’assistente ecclesiastico don Luigi Saretta, Stefanini intendeva promuovere tra i soci effettivi e gli aspiranti la diffusione di un’organica cultura religiosa. Nel 1914 e nel 1915 si ebbe la prima attuazione in diocesi, benché solo in forma sperimentale, di una gara catechistica. Stefanini mirava a sensibilizzare i giovani non solo sulle tematiche a carattere religioso-morale, ma anche sulle grandi questioni della sociologia cristiana. Nella Marca i giovani democratici cattolici favorirono il sorgere, in aggiunta ai circoli parrocchiali, di leghe professionali finalizzate a rivendicare i diritti conculcati dei contadini e a lottare contro gli sfratti imposti dagli agrari (si pensi, in particolare, all’attività sindacale del quasi coetaneo Giuseppe Corazzin).

A seguito delle aspre lotte sindacali avvenute nella Castellana alla fine del 1912, si acuirono i contrasti, nell’ambito della Direzione diocesana, tra i vecchi intransigenti e i giovani progressisti. Il vescovo Longhin, su suggerimento di Pio X, ricostituì su nuove basi, segnando una svolta conservatrice e clericomoderata, la Direzione diocesana, dalla quale erano usciti i giovani laici e sacerdoti più combattivi. Lo stesso Stefanini si dimise nel 1914 e, pur inchinandosi alla disciplina impostagli, ribadì la legittimità di esprimere su questioni controverse il proprio parere, peraltro condiviso da autorevoli personalità del movimento cattolico nazionale come Meda, Miglioli, don Sturzo.

All’entrata dell’Italia nel primo conflitto mondiale Stefanini fu richiamato alle armi. Nel gennaio 1916 fu ferito da una scheggia di granata in zona dolomitica. Venne congedato come capitano nel settembre 1919, ottenendo una croce al merito di guerra. Poco prima, mostrando di aver continuato a coltivare i suoi interessi di studio anche nel periodo bellico, aveva conseguito la laurea in Lettere con una tesi sulle teorie estetiche di Gian Vincenzo Gravina.

Nell’immediato dopoguerra si impegnò pure sul fronte della politica attiva: alle elezioni amministrative del 1920 venne eletto infatti, a Treviso, nelle file del Partito popolare, consigliere comunale e provinciale. Tuttavia dopo la marcia su Roma, a seguito delle pressioni fasciste, la giunta comunale fu costretta a dimettersi e nel 1923 anche l’amministrazione provinciale venne commissariata. Alla fine del 1919 il prof. Stefanini era stato nominato presidente della nuova Federazione diocesana della gioventù cattolica, indicendo subito, con l’appoggio del nuovo assistente ecclesiastico don Enrico Pozzobon, la prima gara di cultura religiosa del dopoguerra tra i circoli giovanili, malgrado i gravissimi problemi economici e le laceranti tensioni sociali generate dal conflitto. Tale iniziativa, allora a molti apparsa temeraria, consentì il rapido rifiorire del movimento giovanile. Il programma di studio verteva non solo su temi religioso-morali, ma anche su questioni a carattere sociopolitico, con l’obiettivo di promuovere una formazione cattolica integrale. Nominato nel 1921 presidente del Consiglio regionale veneto della gioventù cattolica, Stefanini estese a tutta la regione la gara di cultura secondo i criteri già adottati in diocesi di Treviso. E nel novembre di quello stesso anno, a Roma, il Consiglio superiore della gioventù cattolica deliberò di promuovere tale iniziativa in tutte le altre regioni d’Italia. Nel settembre 1922, all’assemblea nazionale della gioventù cattolica, il filosofo trevigiano ribadì, con pochi altri, l’incompatibilità teorica e pratica del fascismo con il cristianesimo.

Dal 1922 insegnò come ordinario di filosofia nei licei di Treviso e Mantova, mentre nel 1924 fu trasferito a Padova al Liceo “Tito Livio”, dove insegnò fino al 1935. Frattanto nel 1925 conseguì la libera docenza in Pedagogia, venendo incaricato di quell’insegnamento all’Università di Padova dal 1931 al 1936. Ottenne, sempre nel 1936, la cattedra di Filosofia teoretica all’Università di Meagosto ssina, ma già l’anno successivo ebbe il trasferimento alla cattedra di Pedagogia di Padova, dove dal 1940 divenne ordinario di Storia della filosofia e incaricato di Estetica. Inoltre nel biennio 1941-1943 fu preside della Facoltà di Lettere e filosofia. La molteplicità di insegnamenti impartiti attesta la vastità dei suoi interessi anche sotto il profilo didattico.

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