Mansutti e Miozzo, architetture e visioni urbanistiche nella Padova del dopoguerra
A fine luglio ha chiuso a Padova la mostra, ospitata nelle sale espositive del Palazzo del Monte di Pietà, sui progetti e le realizzazioni degli architetti Francesco Mansutti e Gino Miozzo a Padova, mostra curata da Stefano Zaggia e Elena Svalduz e inserita nella cornice della Biennale di Architettura Barbara Cappochin, 12a Edizione 2025-2026.
La mostra è stata accompagnata dall’installazione “Foglie”, curata da Edoardo Narne e da Francesco Guzzo in Via 8 febbraio (Listòn), tra il municipio e Palazzo Bo.
“Il lavoro di Mansutti e Miozzo ci restituisce una lezione ancora attuale: la capacità di coniugare innovazione e responsabilità civile, progetto e contesto. È una testimonianza preziosa per chi oggi si confronta con le necessarie trasformazioni della città”, afferma Giuseppe Cappochin, Presidente della Fondazione Barbara Cappochin.
«Mansutti e Miozzo contribuirono a ridisegnare il volto di Padova attraverso edifici pubblici e privati, interventi di edilizia residenziale e di servizio: il grande magazzino Coin, il Monoblocco ospedaliero, il quartiere Forcellini testimoniano una visione dell’architettura come bene collettivo, capace di tenere insieme modernità e qualità della vita», riflette Gilberto Muraro di Fondazione Cariparo.
Fin dal titolo, “Francesco Mansutti e Gino Miozzo. Padova, la città che cresce”, la mostra pone l’attenzione sulle architetture di questi due professionisti inserite nel contesto dinamico dell’evoluzione della città nel secondo dopoguerra, a due anni della mostra su Daniele Calabi che accompagnava la riflessione sulle architetture alla dimensione urbana ed urbanistica degli interventi di tale architetto.
Dagli edifici in via Altinate, compresi i nuovi magazzini Coin, dal quartiere immerso nel verde di Santa Rita, dallo studio in via Zabarella al monoblocco ospedaliero a numerose ville unifamiliari, la mostra ripercorre con cura e attenzione al dettaglio le vicende di due architetti che sono stati precedentemente riportati alla luce con una pubblicazione del 1998 curata da Enrico Pietrogrande e da un libro di Marco Mulazzani, basato sulla sua stessa tesi pubblicato nel 2005.
Molto utile il video nella parte finale della mostra, con i ricordi e le testimonianze che restituiscono anche l’umanità e la quotidianità del loro operato.
Nel corso delle mie ricerche sull’architettura del Novecento a Ponte San Nicolò ebbi modo di interessarmi dell’edificio attualmente sede di un ristorante sulla statale Piovese (ex pizzeria), che nasceva alla fine degli anni Quaranta del Novecento come sede del Laboratorio Alba sementi, come tuttora testimonia la targa, fortunatamente ancora esistente, sul cancello di ingresso. Su indicazione del professor Enrico Pietrogrande venni indirizzato su Mansutti e Miozzo ed ebbi modo di recuperare il progetto al MART di Rovereto, dove tra l’altro c’è un primo studio preliminare molto diverso dall’impianto architettonico realizzato.
L’uso del mattone faccia a vista (in un edificio peraltro a forma di “diapason”) e le soluzioni in facciata mostrano un’affinità con alcune opere di Quirino de Giorgio, e in comune con De Giorgio c’è anche la committenza, quel Montesi signore dello zucchero che acquista a Ponte San Nicolò i terreni dove nascerà la società Alba Immobiliare (e nei cui terreni per alcuni mesi del 1943 ci sarà l’unico campo di lavoro di prigionieri inglesi di Ponte San Nicolò, che verranno salvati e protetti da diverse famiglie locali anche in contatto con la Resistenza padovana).
Negli anni della progettazione e realizzazione del Laboratorio Alba Mansutti e Miozzo hanno già abbandonato il razionalismo degli edifici dell’Opera Nazionale Balilla, la parte che reputo più interessante e florida della loro lunga carriera, con circa quaranta edifici progettati e una ventina realizzati, ad ogni modo l’edificio realizzato mostra una parte “di rappresentanza” con sculture in facciata, destinata ad uffici verso la statale Piovese, e due corpi di fabbrica allungati dal lato opposto che ospitavano i laboratori per l’analisi e la selezione delle sementi della barbabietola, con una forma atta all’accesso e allo scarico dei camion.
La fortuna del Laboratorio Alba fino agli anni Novanta resterà legata all’individuazione di un seme di barbabietola, la varietà chiamata appunto Alba, resistente agli attacchi di funghi.
NOTA
https://cim.mart.tn.it/cim/pages/archivio.jsp?aid=296
Gli architetti Francesco Mansutti e Gino Miozzo hanno lavorato insieme dal 1929 fino alla morte ed il complesso documentario prodotto dalla loro collaborazione, che si trovava nello studio padovano di via Zabarella 9, ultima sede dell’attività congiunta, dopo la morte dei due architetti è stato donato nel 1994 al Museo d’arte moderna e contemporanea di Trento e Rovereto dai figli di Francesco Mansutti e da Annamaria Frimmel, vedova Miozzo.
Fonti
https://cim.mart.tn.it/cim/pages/archivio.jsp?aid=296
https://censimentoarchitetturecontemporanee.cultura.gov.it/scheda-opera?id=4606
C. Bianchi, V. Dal Piaz, E. Pietrogrande, Mansutti Miozzo. Progetti 1927-1940, Editoriale Programma, Padova, 1998.
Martino E., Il campo di prigionieri inglesi di Ponte San Nicolò, Cleup, Padova, 2025.
Mulazzani M., Francesco Mansutti e Gino Miozzo. Architetture per la gioventù. Edizione illustrata, Skira, Milano, 2005.
Svalduz E., Zaggia S., Francesco Mansutti, Gino Miozzo. Padova la città che cresce, LetteraVentidue, 2026.

