Commemorare per non dimenticare: 50 anni fa il Golpe militare in Argentina

In un paese come l’Argentina che commemora due feste della patria – 25maggio, inizio della Rivoluzione di liberazione e il 9 luglio, dichiarazione d’Indipendenza –, non sorprende l’importanza assegnata alla storiografia. Da qui la storia alimentò generosamente la letteratura fin dalla sua nascita tanto da trasformare la letteratura in un veicolo di riflessione sociale e politica. A volte gli scrittori evocarono il passato con nostalgia come nei racconti di Manuel Mujica Láinez (Aquí vivieron, Misteriosa Buenos Aires), altre volte ricorsero ad episodi storici quali la lotta fra unitari e federali per dimostrare che né gli uni né gli altri erano migliori o peggiori (Abelario Arias, Polvo y espanto). Altre volte ancora si concentrarono sulla figura di Juan Manuel de Rosas (1793-1877) che, nel 1842, ottenne un potere assoluto sul territorio nazionale, autoproclamandosi “tiranno unto dal Signore per la salvezza della patria”, sterminando senza pietà i suoi avversari.

Tale personaggio storico fu evocato per criticare le atrocità perpetuate dai molteplici dittatori contemporanei. Non a caso il XX secolo– precisamente a partire dal 6 settembre 1930, quando il generale José Félix Uriburu rovesciò il governo costituzionale– si caratterizzò per una serie di colpi di stato e di Giunte Militari che misero fine ai governi eletti dal voto popolare, intensificando il conflitto sociale e la violenza politica. Il picco si toccò tra gli anni Sessanta e Settanta, con un breve intervallo relativo alle elezioni di Juan Domingo Perón e Isabel Martínez de Perón –rispettivamente Presidente e Vicepresidente –, che ottennero il 61 % dei voti. Il 12 ottobre del 1973 la coppia assunse il potere, anche se dopo nove mesi, con la morte del marito, Isabel governò, appoggiandosi al violento José Rega, ex segretario personale di Perón. Fu il creatore della temibile Triple A – Alleanza Anticomunista Argentina, un corpo paramilitare di estrema destra sul modello degli squadroni della morte –, che sequestrava e uccideva intellettuali e politici sospettati di essere legati all’ opposizione armata.

Una serie di crimini contro l’umanità che costituì il diretto antecedente del terrorismo, consolidando il potere dei militari: con l’indifferenza della popolazione argentina, il 24 marzo 1976 essi promossero l’ennesimo e ultimo colpo di stato. Jorge Videla fu nominato presidente della Giunta Militare composta dai comandanti delle tre Forze Armate, Isabelita venne imprigionata, il Parlamento e la Corte Suprema di Giustizia furono sciolti. Ebbe così inizio il più grande genocidio della storia argentina. Un’idea di questa tragedia la fornirono le 30 mila vittime –molti di esse “sparirono” nell’oceano dovefurono gettate vive – sia pure drogate, dopo aver subito torture – durante i cosiddetti “voli della morte”, effettuati con aerei militari. Si aggiunsero le migliaia di persone torturate e assassinate, i neonati strappati dalle famiglie e dati in adozione senza nome con la complicità di giudici e funzionari pubblici, o semplicemente abbandonati in forma anonima in istituti: ne sono stati ritrovati 137, mentre altri 300 risultano ancora dispersi.

È naturale, pertanto, che la letteratura immediatamente posteriore all’ultimo golpe trattasse la violenza e la repressione di quegli anni, con assoluta costanza. Alcuni scrittori ricorsero ad un umorismo triste e sottile, come nel caso di Daniel Moyano. In El trino del diablo (1974), egli presentò un musicista che, con il suo violino, stregò letteralmente i torturatori sino a condurli ad affogarsi nel fiume, mentre in El vuelo del Tigre (1981), il personaggio chiamato Percussionista, impose il terrore sulla popolazione. Entrambi i romanzi sottesero le strategie messe in atto dal potere, durante il “Processo di Riorganizzazione Nazionale” – così veniva definito il golpe –. Una di queste consisteva nello sterminare la popolazione utilizzando tecniche applicate di violenza diretta, come la cattura che nella stragrande maggioranza avveniva di notte in casa delle vittime, brutalmente colpite, incappucciate, scaraventate nelle auto in attesa, mentre il resto del gruppo rubava tutto quello che poteva picchiando e minacciando i componenti della famiglia. Seguivano la reclusione in assoluto segreto all’interno di uno dei numerosi campi di concentramento o in luoghi intermedi di detenzione, le torture infernali, l’isolamento e sovente la sparizione. Il prigioniero poteva morire sotto tortura, essere fucilato o gettato in mezzo all’oceano durante il famigerato volo notturno.

Intorno al tema della cattura e dell’incarcerazione arbitraria ruotarono anche le opere El beso de la mujer araña (1976) e Maldición eterna a quien lea esas páginas (1980) di Manuel Puig. Sempre nell’ambiente sinistro del periodo 1976 -1983, si focalizzò il romanzo emblematico, Las muecas (1981) di Enrique Medina. Ogni narrazione era un’esplicita dimostrazione del terrore esteso, come un’ombra funesta, sull’intera nazione, sia si trattasse di un pescatore che, all’improvviso, estraeva un cadavere legato con il filo di ferro, o di un padre o di una madre suicidi per la sparizione della figlia o di intellettuali riuniti in una manifestazione contro la censura.

A tali opere, se ne aggiunsero altre come No habrá más pena ni olvido (1980) in cui Osvaldo Soriano descrisse le rivalità tra vecchi e nuovi seguaci di Perón. Il ciclo si concluse con Cartas esperanzada a un general: Puente sobre el abismo (1983) di Marcos Aguinis dove è ben visibile l’allusione alla violenza indiretta, perpetrata dalla mentalità militare tramite abusi istituzionali, burocratici e strutturali. Questi ultimi, derivati dai processi di strutturazione sociale a livello di sistema, esercitarono effetti negativi sulle opportunità di sopravvivenza, di benessere, d’identità e libertà delle persone, anche in assenza di violenza diretta. Come non bastasse, la mano lunga della dittatura soffocava ogni espressione culturale critica nei confronti del governo, con la complicità di alcuni tra i più importanti organi di informazione che nascondevano i crimini commessi dal terrorismo di Stato.

Per la pressione internazionale, per l’insistente richiesta popolare e per l’erosione politica dei gruppi al potere, esacerbata dalla sconfitta nella guerra delle Falkland-Malvinas (1982), finalmente il 10 dicembre 1983, Raúl Alfonsín assunse la presidenza con libere elezioni che celebrarono il ritorno alla democrazia. Nel 2002, il parlamento argentino stabilì il 24 marzo quale “Giorno Nazionale della Memoria per la Verità e la Giustizia”, avviando un insieme di attività giudiziarie nei confronti dei responsabili di tanto scempio. Il costante impegno in difesa dei diritti umani, la creazione di spazi commemorativi –come il Parco della Memoria di Buenos Aires –, l’inserimento della storia del golpe nei programmi educativi, contribuirono a far sì che i crimini del passato non restassero impuniti. Da parte loro le Madres e Abuelas de Plaza de Mayo –definite pazze dai militari– continuarono la loro marcia, iniziata il 30 aprile 1977 intorno alla Piramide de Mayo, situata di fronte al palazzo del Governatore, ogni giovedì alle 15,30. Con i fazzoletti bianchi in testa– dove erano scritti nome e data di sparizione dei familiari –, totalizzarono oltre 2.200 marce, per la difesa dei valori democratici.

A queste iniziative, si aggiunge la recente – 20 marzo 2026 – declassificazione di una parte degli archivi dei file d’intelligence, relativi al periodo 1973-1983. Si tratta di 492 pagine, disponibili online sul sito del governo, in cui figurano materiali eterogenei: da semplici elenchi amministrativi a rapporti di sorveglianza su università, sindacati, imprese e organizzazioni politiche, a direttive per sviluppare attività di “intelligence psico-sociologica strategica”, con indicazioni per monitorare i media e per analizzarne contenuti, orientamenti ideologici e messaggi. Altri testi contengono istruzioni operative, anche su come affrontare tagli di bilancio. A breve, tali documenti saranno trasferiti all’Archivio Generale della Nazione per garantirne l’accesso pubblico e favorire gli studi storici.

Tutto ciò è volto a rafforzare la trasparenza e la fiducia collettiva, in un contesto segnato da disinformazione sul passato recente che continua a influenzare il presente nei diversi ambiti della politica, nei discorsi pubblici, ed anche nella scuola. L’ Observatorio Pulsar– Università di Buenos Aires– e il Centro de Estudios Legales y Sociales (CELS) ha pubblicato – Clarín13/03/2026 – uno studio sui giovani e la democrazia, dal titolo 1976/2026: Miradas retrospectivas sobre la dictadura argentina, confermando che solo 7 su 10 degli intervistati affermano di conoscere quanto accaduto, pur ribadendo il rifiuto alla dittatura e il convincimento che i crimini di lesa umanità non si ripeteranno “mai più”. Il consenso è amplio, ma non assoluto sull’ interpretazione storica.

La letteratura, da parte sua, seguita a rivestire un ruolo ermeneutico vitale nell’assimilazione dei valori e delle contraddizioni di una società in continua evoluzione, rivelando i meccanismi di una scrittura matura, un “luogo” d’ intersezione tra ordini e tradizioni della storia, aperto alla continua sperimentazione, sempre con la volontà di conservare il ricordo creativo più che ripetitivo. In fondo, ciò costituisce le ragioni vitali della memoria collettiva che intreccia tracce d’identità e di reminiscenze storiche.

Ricordare non è soltanto ricostruire individualità e restituire nomi: è anche un gesto di riparazione simbolica, un modo per riconoscere le ferite prodotte dalla violenza e riaprire uno spazio di giustizia nella memoria pubblica. Da qui il fiorire di biografie, inchieste, saggi storici, politici e sociali, che aprono nuovi spiragli sulle conseguenze della dittatura. Peccato che i libri abbiano subìto un drastico calo nelle vendite: gli editori sono costretti a ridurre le tirature, a causa della profonda recessione anche se nell’ultimo anno si assiste a una lenta – e disomogenea a seconda dei settori– ripresa economica. Non rimane che sperare nell’editoria digitale, dai costi decisamente inferiori rispetto alla carta stampata ed in crescita di mese in mese.

Ti potrebbero interessare anche questi articoli

Sentirsi inermi e smarriti è normale, ma nessun gesto di bene è mai inutile

Gli eventi, drammatici e gravidi di preoccupazioni e paure, che ogni giorno la cronaca ci rendiconta appaiono, sempre più, al di fuori della portata di ciascuno: un gioco planetario d’interessi – geopolitici, economici, finanziari, commerciali – i cui equilibri, intrecci…Continua a leggere →

Gli “anni di piombo” a Padova: il teorema Calogero, le accuse a Toni Negri e il ruolo di Autonomia Operaia

(Foto simbolo degli anni di piombo. La famosa immagine del 14 maggio 1977, scattata da Paolo Pedrizzetti, di Giuseppe Memeo, militante di autonomia operaia,  mentre impugna una pistola contro la polizia durante lo scontro di via De Amicis a Milano)…Continua a leggere →

La Democrazia Cristiana di Zaccagnini: 50 anni fa, prima della crisi dei partiti e della rappresentanza

Si è svolta a Roma su iniziativa di Dario Franceschini una rievocazione del Congresso nazionale della Democrazia Cristiana, che nel 1976 portò alla elezione a segretario nazionale di Benigno Zaccagnini. Giovanni Minoli con immagini d’epoca ha guidato una ricostruzione di…Continua a leggere →

La nomina arcivescovile di monsignor Renzo Pegoraro, “dono della Chiesa”

“Un dono della Chiesa di Padova”, così lo ha definito il Vescovo Claudio Cipolla il 25 marzo scorso a seguito dell’annuncio festoso dell’elevazione alla dignità episcopale di monsignor Renzo Pegoraro, vescovo titolare di Gabi, cui Papa Leone ha concesso anche…Continua a leggere →

Un altro 25 aprile: ricordando padre Filippetto e Lanfranco Zancan

Il gesuita padovano padre Piero Filippetto ritorna all’Istituto Leone XIII di Milano nei primi mesi del 1943, pronto per l’insegnamento della filosofia e della storia nel liceo classico della Compagnia di Gesù.Si trova però ad operare in un difficile momento…Continua a leggere →