Venticinque anni dopo, a Genova, l’adunata degli Alpini: “La Vecchia”, addio!
(Lettura di Federico Pinaffo)
Si può dire che un’osteria è “andata avanti”, come nel parlare degli Alpini si dice di uno di loro quando muore?
Penso di sì. Anche perché osterie e alpini sono tutt’uno e, nel caso de “La Vecchia”, in modo particolare, unico, dal momento che era… viaggiante una volta l’anno, nelle città sede dell’adunata nazionale. E adesso, dunque, “La Vecchia”, addio!
Genova 2001, la prima “installazione”; a Genova, quest’anno, tutto finito.
Lino Chies da Ogliano, uno dei protagonisti, fra l’altro, insieme a Ferruccio Panazza, Guido Galeppio, Bortolo Busnardo, Sebastiano e Davide Favero, Cesare Poncato, e poi Bonetti, Morani, Greppi, il presidente nazionale Leonardo Caprioli (ovviamente), dell’Operazione Sorriso a Rossosch – dicevamo, Chies, con Toni da Conegliano, Cesare da Ponte nelle Alpi, e poi Angelo da Puos d’Alpago, l’aveva aperta, fatta prosperare; con l’aggiunta inoltre di Luciano, Beppe, Aldo, i gemelli Gianfranco e Fortunato, nonché diversi volonterosi della sezione, quanti riferimenti, quanti personaggi, quanti canti (su tutti “Figli di nessuno, con Parazzini indimenticabile splendido solista a dare il là!, e poi non va dimenticata la fisarmonica di Toni)), quanti brindisi, quanti favolosi spiedi, quanti ricordi, soprattutto notturni…
Adesso, non restano che nostalgia e qualche rimpianto, elementi costitutivi dell’animo umano, dunque anche delle Penne Nere, nostalgia e rimpianto virili, certo, ma pure sempre legati a un sentimento vero, profondo di questi uomini, di questa gente, di questo magnifico popolo, come una volta un vecchio giornalista l’ha definito.
Sono trascorsi venticinque anni da quell’adunata genovese, data di nascita dell’osteria, e adesso si chiude. Non che prima di quel maggio 2001 Lino, con Toni e Cesare non avesse posto le tende (nella fattispecie, il camper di Battistella) in qualche piazza-piazzale-strada delle varie città dell’adunata, e non ci fossero le leggendarie bottiglie di Prosecco-Verdiso chez Chies e formai e affettati, a volte pure pollo fritto – immancabili le dolci, delicate spumiglie – ma così, per rifocillarsi (individualmente) e offrire (occasionalmente) a qualche amico di passaggio.
L’osteria vera e propria fu quasi una necessità aprirla, dal momento che l’accoglienza che Lino e compagni offrivano a chi passasse dalle loro parti era diventata ben nota e ammirata, ergo…
Cordialità innanzitutto, poi, organizzazione, programmazione, materiali, attrezzature, conti della spesa, col tempo divennero gli “ingredienti” dell’osteria diventata punto di riferimento non soltanto per presidenti e dirigenti nazionali e sezionali dell’Associazione, ma per tanti altri esponenti di rilievo dell’ambiente locale come sindaci, amministratori, scrittori, ospiti stranieri, come l’ufficiale inglese Michael Drewitt, di recente andato avanti, parlamentari come Maurizio Paniz, uomini di governo come Carlo Giovanardi, per lungo tempo fra i puntuali aficionados de La Vecchia, colonnelli, generali e comandanti delle Truppe Alpine, direttori, redattori e redattrici de L’Alpino, i quattro avvocati speaker dell’adunata (in testa Nicola Stefani, trevigiano), affezionati giornalisti come chi scrive, nonché ovviamente, commilitoni di naja di Lino & C. – il tutto senza che gli ospiti dovessero sborsare una lira (prima), un euro (poi)!!!
Giorni e serate memorabili, per quell’accoglienza di cui si è detto, e per lo spirito, l’atmosfera che si respiravano (letteralmente) in quello spazio circoscritto, con camper e tenda, e ripostiglio-cambusa, a suo tempo identificato-prenotato nelle ricognizioni compiute mesi prima da Lino che contattava chi di dovere in loco…
Venticinque anni: un quarto di secolo di questa realtà meravigliosa per cordialità, umanità, storia, memoria, che soltanto degli alpini sanno-possono realizzare e che adesso passa in una sorta di albo d’oro della serie “manifestazione scarpona”.
Ad andare avanti, fra i collaboratori di Lino fu per primo Gilberto da Colfosco, poi il durissimo colpo del grande Beppe, seguito da Aldo (detto Garrincha), e proprio di recente è stata la volta dell’ultimo aggregato, una donna, operosa, sempre sorridente nella sua innata gentilezza: Aide.
E gli altri? Chi si è perso, chi, invecchiando, cioè l’oste titolare Chies (classe 1942), ha perso lo smalto d’un tempo, inducendolo a chiudere bottega. Ognuno della brigata osteria, dunque, a Genova, questa volta, andrà per proprio conto, si arrangerà per vitto e alloggio, ma non mancherà certamente il modo per trascorrere qualche momento “comunitario”, al di là delle cerimonie ufficiali…
Mi sto piangendo addosso, io che l’alpino non l’ho fatto (naja nel Genio), ma che a questa realtà nazionale di ideali, di valori, sono legatissimo professionalmente, umanamente, moralmente, per averla ben conosciuta e frequentata per oltre mezzo secolo?
Non credo. So bene che, senza scomodare il biblico Libro di Qoelet, c’è un tempo per ogni cosa – figuriamoci se non c’è per un’osteria, ancorché “alpina”!
Che dire, infine, alla chiusura di questa irripetibile struttura-esperienza comunitaria, testimonianza di uno stare insieme emblematico dopo la naja (come saluto di commiato), e al suo titolare Lino? Se non intonare quel classico e ripetutissimo fra un brindisi e l’altro: “Bravo, bravo, te sì sta’ bravo, tanto bravo, però va…”, con quel che segue!!!
Dal profondo del cuore, con un forte abbraccio a Lino, agli amici alpini, e un po’ di nostalgia.
P. S. In quell’adunata genovese del 2001, ricevetti dal presidente nazionale dell’Ana Beppe Parazzini il Premio Giornalista dell’anno
