Il pesce storione tra vicende storiche, territorio veneto e protezione della specie

A fine 1917, dopo la rotta di Caporetto, Padova è ripetutamente colpita da attacchi aerei nemici, con numerosi morti e la distruzione di molti edifici e monumenti. Anche il padovano ha assunto ormai il volto della vera retrovia del fronte e come se non bastasse, per precauzione, vengono minati tutti i ponti sul Bacchiglione e sul Piovego, trasferendo lontano gli istituti bancari e numerosi altri servizi non strettamente necessari.

Sebastiano Schiavon decide di allontanare dalla città anche la sua numerosa famiglia trovando una sistemazione di fortuna a Corbola, piccolo paese in riva al Po in provincia di Rovigo. Lui però non si trasferisce e continua ad essere attivo a Padova, nonché molto impegnato nei “Comitati di preparazione civile” in provincia. È assiduo anche alle discussioni in Parlamento, dal mese di febbraio a tutto novembre, con numerosissimi interventi sui più disparati argomenti.  Di particolare interesse è l’interpellanza che Schiavon rivolge, il 20 aprile 1918, al governo e al commissario generale responsabile degli approvvigionamenti e consumi, con speciale riguardo ai maggiori bisogni della città di Padova e dei paesi limitrofi in zona di guerra. Tra le altre cose, dice:  … e poiché parlo di alimenti carnei mi permetto di raccomandare all’onorevole commissario dei consumi che si faccia interprete presso chi di competenza per ottenere che si possa surrogare la carne col pesce, il quale si può pescare non soltanto in mare ma anche nei fiumi e specie nel Po, dove in questi mesi si potrebbe fare una pesca abbondante di quello storione che è un cibo prelibato per tutti noi e che potrebbe recare un grande vantaggio, sia per i pescatori che per i consumatori nazionali.

Dunque Sebastiano Schiavon in Parlamento, nel 1918, invita il governo a interessarsi di un pesce: lo storione. È una storia interessante quella di questo strano animale, che sembrava destinato a rimanere soltanto nei racconti dei vecchi pescatori del Po o dell’Adige e invece, tra allevamenti d’eccellenza e progetti di ripopolamento, sta ora provando a riprendersi il suo spazio dopo oltre cent’anni. Certamente il Veneto ha un legame profondo e storico con lo storione, essendo una delle poche regioni italiane dove questo “dinosauro dei fiumi” non solo era abbondante, ma rappresentava una risorsa economica e culturale fondamentale.

Nel periodo in cui operava Sebastiano chiavon i fiumi come il Po, l’Adige, la Brenta erano popolati da specie diverse: dal piccolo comune fino al cobice e al gigantesco storione ladano. La pesca, pertanto, era un’attività redditizia. La cattura di un grosso esemplare era un evento che mobilitava interi paesi. In Veneto c’era una tradizione culinaria unica: come osservato da Schiavon si poteva consumare non solo la carne, ma lavorare anche il caviale con grande vantaggio commerciale.

Ma lo storione è un pesce molto delicato, dal corpo allungato e affusolato, privo di squame, ricoperto di scudi ossei, dal muso a rostro con barbigli sensoriali. Da giovane vive in acqua dolce per poi migrare verso il mare e, raggiunta la maturazione (10-20 anni), in primavera risale i fiumi in cerca delle aree più idonee per deporre le uova. Questo pesce, il cui aspetto ricorda quello degli squali, può raggiungere dimensioni enormi nella sua lunga vita, che arriva ad oltre 100 anni). È considerato infatti una sorta di fossile vivente, presente sulla terra da ben 250 milioni di anni, negli ultimi decenni fortemente minacciato: sopravvissuto all’estinzione dei dinosauri e alle ere geologiche che si sono susseguite, rischia di non sopravvivere al devastante impatto della modernità.

L’epoca d’oro dello storione si prolunga fino alla fine della Seconda guerra mondiale: poi, dal 1950 al 1980, la popolazione è crollata drasticamente fino alla quasi totale scomparsa in natura. Lungo i fiumi sono stati introdotti sbarramenti artificiali, con la costruzione di dighe e centrali idroelettriche, che hanno bloccato le rotte migratorie verso le aree di riproduzione. Inoltre, l’inquinamento conseguente al boom industriale e l’uso di pesticidi in agricoltura hanno deteriorato la qualità delle acque. Per ultimo, ma non meno importante, la forte pressione della pesca intensiva, unita alla lentezza del ciclo biologico del pesce, ha decimato la specie. Dagli anni ’80 del Novecento, infatti, lo storione comune e il ladano sono stati considerati praticamente estinti nelle acque interne venete; solo il cobice è rimasto, seppur in numeri esigui. Mentre lo storione selvatico spariva, il Veneto diventava un’eccellenza mondiale nell’allevamento: grazie a impianti d’avanguardia (soprattutto tra Treviso, Belluno e il Delta del Po) la nostra regione è diventata una delle maggiori produttrici mondiali di caviale, salvaguardando le specie attraverso l’acquacoltura.

Verso la fine degli anni ’90 sono nati i primi progetti europei per la salvaguardia dello storione cobice, l’unico vero “indigeno” dell’Adriatico. Oggi la situazione è di cauto ottimismo: non è più solo un ricordo nei libri di storia. Grazie a centri di ricerca e incubatoi come quelli gestiti da Veneto Agricoltura, migliaia di esemplari vengono rilasciati ogni anno nei fiumi Piave, Brenta, Adige e Po.  Sono stati fatti investimenti per creare “scale per pesci”, che permettano agli storioni di superare le dighe e tornare a riprodursi a monte, e la pesca dello storione è rigorosamente vietata: ogni esemplare catturato accidentalmente deve essere rilasciato immediatamente.

Oggi lo storione rappresenta un simbolo della biodiversità perduta, ma anche della possibilità di recuperare ecosistemi gravemente compromessi. La sua sopravvivenza dipende dalla tutela dei grandi fiumi, dalla riduzione dell’inquinamento e dal mantenimento dei programmi di conservazione. Il ritorno di popolazioni autosufficienti nei corsi d’acqua italiani è ancora una sfida complessa, ma gli sforzi degli ultimi decenni dimostrano che la scomparsa definitiva dello storione può essere evitata.

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