Le origini, tra storia e leggenda, della pratica e devozione del Rosario

Alla fine dei due mesi, maggio e giugno, specialmente dedicati al culto della Madonna, nelle nostre chiese si respira ancora il profumo e l’eco della preghiera che vi viene recitata con particolare frequenza in questo periodo: catena di rose che “lega il cielo alla terra, una estremità nelle nostre mani e l’altra in quelle della santa Vergine” come scrive santa Teresa di Lisieux. E in effetti sarebbe facile e quasi naturale dare credito non solo artistico, ma anche storico, a tante suggestive immagini della Madonna che, con gesto di incantevole semplicità, porge il Rosario a san Domenico: per esempio nel bel quadro che i domenicani di Pistoia fecero fare per la loro cappella dal “famoso Bronzino vecchio”, ritrattista “di famiglia” del granduca Cosimo I…

Mentre invece un recentissimo volume di 250 pagine, La sacra corona di Romolo Giovanni Capuano (Milano, 2024) nel primo dei suoi cinque capitoli con profusione di argomenti e autorevoli conferme (basti guardare i titoli della abbondante bibliografia) dimostra che si tratta di una falsa attribuzione, della quale non si trova traccia nei primi secoli dell’Ordine Domenicano, inventata di sana pianta nella seconda metà del ’400 da un a dir poco discutibilissimo agiografo, Alano della Rupe: una “pia tradizione” che, specialmente dopo il Concilio di Trento e fino al XX secolo, è stata incoraggiata da numerosi papi e largamente usata a edificazione delle masse popolari ignoranti e devote.

Dal punto di vista storico il Capuano sfonda, e con fracasso, una porta aperta, in quanto si è sempre saputo che l’uso di una cordicella di nodi, per tenere a mente il numero delle preghiere recitate, è presente anche presso altri popoli e altre religioni e che i domenicani l’adottarono certo su esempio del loro fondatore; ma come ciò sia avvenuto, e come si sia passati dall’iniziale “salterio delle 150 Ave Marie” al Rosario nella sua forma attuale anche in ambito cattolico, resta per molti aspetti un problema aperto a diverse ipotesi.

Nei quattro capitoli seguenti l’autore analizza il Rosario sotto tutti i punti di vista e in tutti i contesti possibili – sociologico, psicologico, tecnico, politico, pubblicitario, retorico – meno quello religioso, che è l’unico propriamente suo, nell’ambito del quale soltanto il Rosario è quello che è e pertanto può essere studiato e conosciuto. Si tratta di un metodo di demolizione che ha preso campo negli ultimi decenni, il quale non affronta l’argomento o l’oggetto nel suo contesto ma gli porta via, per così dire, il terreno da sotto i piedi, spostandolo su un altro ad esso marginale o del tutto estraneo, dove può essere facilmente messo in discussione e in ridicolo e infine annientato: a ben guardare, quanto di meno scientifico immaginar si possa.

Ma se lo riportiamo sul suo terreno, nel contesto del nuovo Ordine fondato agli inizi del ’200 da Domenico di Guzman allo scopo di arginare e debellare l’eresia, scendendo a predicare l’ortodossa interpretazione del Vangelo per le strade e in mezzo alla gente, vediamo allora che se per più di un secolo non viene citato fra le devozioni dei Domenicani, questo dipende dal fatto che in origine il Rosario era un metodo non di preghiera ma di predicazione, che rendeva più cordiale e accessibile l’esposizione dottrinale alternandola con la ripetizione delle consuete, e familiari, Ave Marie.                                                                                                                                                              Un metodo evidentemente efficace, se si potè pensare che era stato suggerito – e perché no? – a Domenico dalla Vergine stessa, e inoltre molto diffuso se già nel 1261 il Capitolo della Provincia romana raccomanda che la cordicella, la corona, non sia di materiale prezioso.

Preghiera, dunque, e predicazione; quando non più predicazione, meditazione sulle fondamentali verità della fede: i Misteri della Gioia, della Luce, del Dolore e della Gloria, dalle cui drammatiche e concettuali difficoltà offre una pausa l’affettuosa rassicurante consuetudine dell’Ave Maria dieci, quindici volte ripetuta.

Confrontando il Rosario con la Via Crucis che attraverso le Stazioni porta pur sempre a una meta, Romano Guardini conclude: “Il Rosario non è una via, ma un ambiente e non ha meta, ma profondità. Sostarvi, fa bene all’anima” (Il Rosario della Madonna, pagina 34).

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