Don Angelo Arboit, il prete garibaldino che fu amico di Papa Sarto
Nel suo paese, Rocca d’Arsiè, un gruppo di case affacciate sul lago di Corlo, una grande lapide infissa sulla casa natia, piuttosto malconcia in verità, ne fa perenne memoria. Don Angelo Arboit venne al mondo in questo paese bellunese, incardinato nella diocesi di Padova, il 15 marzo 1826 da una famiglia profondamente religiosa, ma di modestissime condizioni economiche. Poté compiere gli studi in seminario a Padova soltanto grazie all’appoggio offertogli dallo zio parroco; qui, nel seminario patavino, conobbe Giuseppe Sarto, il futuro papa e santo Pio X, di qualche anno più anziano, e il conterraneo don Leandro Tellandini, di poco più giovane. Tellandini divenne insegnante in quello stesso seminario e fu in seguito allontanato dal vescovo Manfredini per essersi rifiutato di sottoscrivere la protesta contro l’abate Angelo Volpe, autore del celebre scritto La Questione romana e il clero veneto.
Erano indubbiamente momenti tormentati e laceranti, anche per la chiesa. Come è noto nel 1848 Pio IX sembrò appoggiare il movimento risorgimentale, per poi fare bruscamente marcia indietro. Il giovane Angelo aderì ai moti antitedeschi e si arruolò fra i Cacciatori delle Alpi, che difesero invano le città venete dal ritorno delle truppe austriache, guadagnandosi una ferita e una medaglia. Caduta Venezia, Arboit proseguì gli studi laureandosi in lettere nel 1850 e indossando la veste talare nel 1857. Inviato cappellano ad Arsiè, allo scoppio della seconda guerra d’indipendenza lo troviamo esule a Torino e quindi insegnante di lettere a Modena. Da qui accolse l’invito di Garibaldi e partì alla volta della Sicilia. Non si aggregò ai Mille, ma giunse sull’isola in un secondo tempo con uno dei vari contingenti di rinforzo. Venne nominato cappellano militare dello stato maggiore della 15ª divisione dei generali Turr e La Masa, partecipando fra l’uno e il due ottobre alla decisiva battaglia del Volturno che gli procurò una seconda medaglia. A ricordo dell’entusiasmante campagna del 1860, Giuseppe Garibaldi omaggiò una sua immagine al sacerdote bellunese con la dedica “al fratello d’armi”. Alla fine di novembre arrivò il congedo, dopodiché don Angelo si stabilì a Firenze e a Cagliari in qualità di docente.
Risale a questi anni la sua presa di posizione contro il potere temporale dei papi, che gli costò la sospensione a divinis comminatagli dal vescovo di Padova, Federico Manfredini. Continuò a insegnare in diverse città, acquisendo una certa notorietà per alcune fortunate opere letterarie, i saggi folcloristici sulle villotte friulane, gli scritti economici (ricordiamo L’Italia alle soglie di una guerra europea), politici e pedagogici: singolare la sua tesi secondo cui per apprendere adeguatamente la lingua italiana era opportuno partire dal dialetto. Negli ultimi anni, riconciliatosi con la chiesa grazie alla mediazione di monsignor Sarto, all’epoca presule di Mantova, fece rientro al paese natale: si attivò, tra l’altro, sia presso le autorità governative, per la costruzione della rotabile Arsiè-Cismon, sia presso le popolazioni contadine del luogo, per proporre l’utilizzo nell’irrorazione delle viti del solfato di rame, quale contrasto alla peronospora. A Rocca d’Arsiè si spense il 19 marzo 1897.
