“Capitan Toni” Giuriolo, partigiano con gli occhi da bambino in lotta per il Bene
Luigi Meneghello in Bau-sète sostiene che parlare di Antonio Giuriolo, “capitan Toni”, era toccare una “materia semi-sacra”, tanto era alta la sua distanza dai comuni mortali e dai comuni combattenti che morirono per un ideale e per la speranza di un’Italia migliore. Testimonia sempre Meneghello: “Ho scritto più volte su di lui, ma ho sempre il senso di non aver reso del tutto giustizia alla sua figura, almeno all’immagine che si è espressa in me. A questo non c’è rimedio, ho fatto del mio meglio, più di così non potrei”.
Nel 60° anniversario della morte di Giuriolo, Renato Camurri, docente di storia del Risorgimento e storia contemporanea nella facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Verona, autore del libro Antonio Giuriolo e il “partito della democrazia”, invitò Meneghello a partecipare al convegno con un suo contributo, ma l’autore di Malo si era rifiutato. Non c’era più nulla da dire di nuovo su di lui: tanto era consolidato, il mito del capitano, da essere considerato quasi un personaggio sacro, una specie di santo (si ricordi il libro di A.R. Perry Il santo partigiano martire del 2001).
Preparando la sua relazione Camurri si imbatté casualmente su un importante documento, una lettera del 1985 di Flavio Pizzato a Libero Giuriolo, fratello di Toni, in cui, a proposito di un incontro avvenuto con capitan Toni ad Asiago nel maggio del 1944, si esprime in questi termini: “Io benedico, a quarant’anni di distanza, quei giorni vissuti quasi ‘in trance’, soggiogato e stupito dalla personalità del comandante Toni” e poi continua: “L’avere solamente sfiorato una personalità così ricca, così incredibilmente grande, mi ha fornito insegnamenti indimenticabili, forse determinanti per le scelte più importanti della mia vita”.
Qual era la bandiera di Toni? Tutti penseranno quella degli Alleati o della nuova Italia, che egli sognava e lo avvolse quando cadde. No, la bandiera di Giuriolo fu la lotta del Bene contro il male (Omar Cavattoni, La Sua bontà). Nella lettera di Luigi Meneghello a Libero Giuriolo del 1945, appena rientrato da Bologna (il viaggio viene rievocato nelle pagine di Bau–sète), dopo una ricognizione sui luoghi dove Toni aveva combattuto ed era caduto, scrive: “Ho potuto rintracciare gli amici di Toni, i compagni che l’hanno visto cadere ed hanno raccolto il suo ultimo respiro, le notizie tutte che cercavamo. Ho portato qualche autografo di Toni, tutti gli altri sono gelosamente conservati dagli amici bolognesi. È commovente l’amore che quella gente aveva per Toni, pari al nostro, ho parlato con i suoi partigiani, con i suoi ospiti, tutti parlano nello stesso mondo del capitano cogli occhi di bambino”.
Ma l’elogio più importante fu quello di Norberto Bobbio (L’uomo e il partigiano, 1966) che Meneghello giudica “purissimo e indimenticabile”: “Toni Giuriolo fu un nobilissimo esempio di educatore senza cattedra; ed è stato definito e consegnato alla storia dai suoi amici, come maestro ed educatore non nelle aule, ma nelle strade di Vicenza, per i sentieri delle campagne; camminando, discorrendo, discutendo, capitan Toni ha insegnato più di tutti i maestri della scuola, anche di quella universitaria”.

