Memorie d’incontri e amicizie preziose: ricordo di don Giovanni Dalla Rovere

Si erano conosciuti all’ Istituto Barbarigo di Padova, molti molti anni fa. Un bel gruppetto di giovani provenienti da diverse località del Veneto: Thiene, Asiago, Chioggia, Padova, Piazzola sul Brenta, Carmignano, luoghi tutti inclusi nella Diocesi di Padova, la più estesa in Italia dopo quella di Milano. Avevano stretto amicizia in particolare Massimo Toffanin, Giovanni Zalin, Cappon, Dalla Palma, Giovanni Dalla Rovere, Ennio Peruzzi, Guido e Mario Rossi, amici soprattutto nell’amore per il gioco del calcio praticato nel polveroso campetto senza erba del Barbarigo, dove facilmente si sentivano anche rivali. Poi ognuno, conseguito il diploma, ha intrapreso la sua strada nel mondo del lavoro, all’infuori di Giovanni Dalla Rovere che già prima aveva sospeso gli studi per entrare in seminario, seguendo la sua vocazione. Anni di amicizia, affetti, confidenze, complicità studentesca svaniti nel nulla? No, la memoria serba ciò che amiamo e lo trattiene per noi in attesa. E così fu. Nel 2008, in occasione del battesimo di Giulia, nipote dell’amica Loredana e della cara Beatrice, nella parrocchia della Mandria, Massimo guardando il parroco celebrante ripensa al suo compagno di classe, alla sua vocazione: è proprio lui, don Giovanni Dalla Rovere. E corre a salutarlo, felice di riallacciare quel legame amicale nato tra i banchi di scuola nel lontano 1956.

Successivo è l’incontro con Giovanni Zalin, nel 2009, in occasione del convegno organizzato dall’Associazione Centro Studi onorevole Sebastiano Schiavon nella sala dell’Associazione industriali di Padova dal titolo “Il ‘900, appena 8 anni… anzi un secolo fa… anzi un millennio” in quanto Zalin, divenuto professore universitario seguendo la sua aspirazione giovane, vi appare come relatore esperto di storia economica. La classe sembra ricomporsi anche per la frequentazione mai interrotta con Ennio Peruzzi, Guido e Mario Rossi. Ognuno ha un suo specifico ruolo in questo rinnovato percorso di vita e di tutti sarebbe interessante parlare, per evidenziare i differenti interessi. Ora occupa la scena don Giovanni Dalla Rovere proprio perché recentemente scomparso. E di conseguenza, nella tristezza, i ricordi si addensano e lentamente fluiscono come nostalgia e conforto.

Dopo quell’incontro alla Mandria, abbiamo cominciato a frequentarlo nelle varie parrocchie seguendo la messa. In particolare nell’ultima alle Feriole, Santa Maria Regina, per ascoltare le sue omelie pregne di verità: parole semplici, ma profonde che in maniera autentica spiegavano il Vangelo da attuare nella quotidianità. Successivo l’incontro in sacrestia: don Giovanni, così asceta e illuminato, sapeva accogliere con festosa amicizia i molti che, anche da altre parrocchie, venivano a salutarlo. Di lui infatti colpiva molto la grande umanità con cui si relazionava con tutti, creando un legame unico con ognuno. Particolare era il suo rapporto con Dio; di fronte alle nostre perplessità o dubbi sulla presenza-assenza del divino, le sue parole erano piene di stupore bambino: “Ma allora che non ti sento, Signore, sei in ferie, in sciopero o in vacanza?”. Assumeva così la nostra stessa dimensione di umana fragilità e si avvicinava ancor più a noi.

Spontaneo era poi trovarsi nella nostra casa per pranzi frugali e confessargli i nostri problemi, il tutto seguito da una santa benedizione. Fu facile pure organizzare con lui, sempre disponibile, presentazioni di miei libri al patronato delle Feriole, grazie alla sua collaborazione e grande cuore. Quanta gente allora partecipava! Anche Beatrice con la mamma Loredana che, come detto, da tempo frequentavano don Giovanni. Lui infatti, conoscendone i problemi, non si accontentava di parole di conforto, ma li viveva accanto a loro, momento per momento. Anche nelle notti a Vicenza la sua presenza fu costante, accanto a Beatrice e alla sua famiglia. Perché lui il Vangelo lo metteva in pratica seguendo la pecorella in difficoltà, come il Buon Pastore.

Tra noi si era creata una rete di affetti e di spirituale sostanza, facendone una presenza duratura nella nostra vita. Anche quando negli ultimi anni, dopo dolorose esperienze, alloggiava alla casa del clero, andavamo a salutarlo trascorrendo momenti sereni, prima che la sua situazione psico-fisica peggiorasse. Così un compagno di classe diventa anche compagno di vita e questo è un dono che ti arricchisce.

Invera quanto detto la testimonianza di Loredana Gambato:

Per essere ancora più esaurienti, e scoprire in quale humus si fosse formata la sua particolare indole, riportiamo alcuni brani dell’articolo apparso il 20 marzo 2025 sul giornale online di Schio L’eco vicentino.

Pronta Casa Dalla Rovere: accoglierà 12 adolescenti con problemi psichici. Sarà aperta al territorio

Manca solo il pezzo di carta ufficiale – l’accreditamento già confermato informalmente dalla Regione – poi si potrà partire con l’accoglienza e le attività. Tutto è pronto, infatti, in via Corradini a Thiene, per l’apertura di Casa Dalla Rovere, la nuova struttura che ospiterà una comunitò educativa-riabilitativa per minori con disturbi psichici e uno spazio diurno socio-culturale aperto al territorio.

Un servizio importantissimo, dato il crescente fenomeno di disagio psichiatrico nelle giovani generazioni, che manca attualmente in provincia di Vicenza, con il risultato che finora non solo ragazzi e ragazze fragili dovevano andare in altre zone del Veneto, ma anche che era molto complesso il coinvolgimento dei familiari nel percorso di recupero.

Filantropia e lungimiranza
Casa Dalla Rovere è frutto dell’incrocio di generosità e capacità di progettazione: la progettazione di QuVi, la Fondazione Vicentina per la Qualità di Vita è diventata realtà solo grazie alla generosità della famiglia di imprenditori thienesi Dalla Rovere. In questa casa di famiglia, infatti, Margherita e Giuseppe Dalla Rovere hanno cresciuto i cinque figli, fra i quali l’oggi ottantenne Ambrogio, fondatore dell’azienda Sinv, filantropo e anima della donazione alla comunità dell’edificio, della cui ristrutturazione si è fatta carico proprio la famiglia, che fra immobile e lavori ha donato quindi un milione di euro.

La filantropia ha dimostrato così di poter essere un collante per il bene comune. Casa Dalla Rovere non è infatti solo un nuovo spazio di accoglienza per adolescenti in difficoltà e un polo socio-educativo per la comunità, ma anche la dimostrazione concreta di come il dono, se mediato da un soggetto esperto e radicato nel territorio che ha una strategia di azione, può moltiplicare i suoi effetti e trasformarsi in motore di sviluppo e benessere. Senza un’intermediazione capace di collegare risorse e bisogni, il dono sarebbe rimasto un gesto isolato e il patrimonio inutilizzato, mentre le necessità del territorio avrebbero continuato a non trovare risposta.

Ambrogio Dalla Rovere striglia gli imprenditori
“In un territorio ricco come il nostro – sottolinea il filantropo Ambrogio Dalla Rovere – vedo poca attenzione al sociale da parte degli imprenditori. Eppure basterebbe poco e i bisogni sono molti. L’anno scorso mi si è avvicinata una persona epserta di sociale, e mi ha raccontato come nel territorio ci siano ben 350 bambini da 5 anni in su che non hanno la possibilità di cure dentarie. Abbiamo commercianti, industriali, artigiani che potrebbero aiutare molto, ma manca la sensibilità. Sono persone che hanno dato molto al territorio, e molto dal territorio hanno ricevuto. Serve più generosità e un coordinamento che consenta di metterla a frutto come abbiamo fatto per questa struttura”.

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