Villa Trento a Cervarese Santa Croce: un gioiello palladiano in attesa di restauro

Quando il conte padovano Decio Agostino Trento morì nella primavera del 1804 nel suo palazzo padovano di via Spirito Santo (odierna via Marsala), risultava detentore di uno sterminato patrimonio fondiario e immobiliare, fondato anche sulla ricchissima dote della consorte Faustina Papafava. Soltanto a Cervarese S.Croce, ove gli interessi economici dei Trento si erano via via consolidati fin dalla prima metà del Cinquecento, il loro variegato complesso di beni era stimato senza eguali: ben 867 campi a misura padovana sui quali si contavano una quarantina di case rurali concesse in affitto ai coloni. Tutti questi beni facevano capo alla casa di villeggiatura che i Trento avevano costruito nel terzo quarto del sedicesimo secolo di fronte alla parrocchiale del paese, ispirandosi ai canoni architettonici propri dell’opera del grande Andrea Palladio. Si trattava di un edificio che doveva essere funzionale alla conduzione del vasto patrimonio fondiario e insieme segno visibile della presenza, per così dire «feudale» della nobile e cospicua casata sul territorio. Il complesso architettonico, conosciuto ancor oggi come villa Trento, consta di un corpo padronale dal quale emerge in facciata una loggia di due colonne e quattro lesene ioniche, sopraelevata su un portico a bugnato, aperto in tre arcate a tutto sesto su pilastri. Manca la scalinata di accesso, che avrebbe conferito una certa maestosità alla «fabbrica», intesa e ideata soprattutto come centro di ammasso dei prodotti agricoli provenienti dalle grandi proprietà dei Trento in zona. Com’era consuetudine nei villaggi di campagna, nei secoli passati la villa ospitò il vescovo di Padova in visita pastorale, considerate le misere condizioni in cui versava la casa canonica non certo adeguata ad accogliere il prelato e tutto il suo seguito. Così villa Trento ha accolto a più riprese i cardinali Gregorio Barbarigo (1670 e 1680) e Carlo Rezzonico (1746), futuro papa Clemente XIII.

Il complesso, che sorge in un sito di grande valenza paesaggistica sull’argine destro del Bacchiglione pressochè al confine fra il distretto padovano e quello vicentino, è completato da un’ampia barchessa, anch’essa di origini cinquecentesche ma che è stata interessata da pesanti modifiche dal diciottesimo secolo in poi. La barchessa racchiude sul lato ovest l’edificio dando forma a una vasta corte domenicale, degna testimonianza di quel fenomeno denominato «civiltà di villa» che per lungo tempo ha caratterizzato la realtà rurale veneta, sintesi armoniosa degli interessi economici e di residenza per lo svago del padrone. Le arcate a sesto ribassato della barchessa presentano uno spazio tra colonna e colonna molto vasto così da favorire l’accesso dei carri per il carico e lo scarico delle derrate. In adiacenza si innalza una torre colombara, forse retaggio di una preesistenza monastica benedettina, che spicca in altezza con la sua forma quadrata spezzata dall’antica scala a chiocciola addossata al lato sud. La composizione del complesso – corpo padronale, barchessa e torre colombara – è consueta di altre architetture palladiane: si veda, per esempio, la celeberrima villa Emo a Fanzolo (Treviso).

Oltre una decina di anni fa la torre colombara è stata interessata fa da un parziale intervento di restauro promosso dalla famiglia Trentin, attuale proprietaria dell’edificio, su progetto dell’architetto Fabio Zecchin. L’intervento, pur nella specifica limitatezza, era stato salutato come un’azione beneaugurante in attesa dell’agognato, totale recupero di un complesso storico di interessante fattura architettonica, catalogato come «villa veneta» dall’Istituto Regionale Ville Venete, ma che versa tuttora in uno stato di deprecabile abbandono. È da dire tuttavia che attualmente la barchessa ospita un centro equestre molto frequentato, che comprende una scuderia di cavalli arricchita da una scuola di equitazione che promuove innumerevoli attività ricreative fra natura e storia dedicate ai più piccoli (e non solo).

Per gli amanti del mistero la villa conserva un enigma, che neppure la consultazione delle vecchie carte d’archivio ha finora contribuito a svelare: al suo interno sono presenti, pressoché in ogni stanza, numerosi graffiti, non si sa tuttavia eseguiti da chi e neppure in quale occasione: non è plausibile che queste incisioni siano state realizzate da soldataglia austroungarica – come da qualche parte riportato – perché il territorio cervaresano mai è stato occupato o percorso da truppe della Duplice Monarchia. Il mistero è pertanto destinato a continuare ancora!

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