Origini del fascismo a Padova: il nemico comunista e gli scontri nelle campagne
(Seconda parte)
Che qualcuno volesse “fare come in Russia” era lo spauracchio che spingeva alla violenza molto spesso preventiva nei confronti soprattutto di rappresentanti sindacali – socialisti, comunisti o cattolici, non aveva molta importanza – di braccianti o coloni più impegnati di altri. La situazione in città era diversa. Emilio de Marchi descriveva una popolazione “indolente che si disinteressa di tutto”, ma c’era invece ancora una amministrazione di centro. Dall’inizio del secolo la città era stata amministrata da un blocco popolare che aveva saputo sostenere la sua crescita economica. Fra il censimento del 1911 a quello del 1921 Padova era cresciuta di più di 12.000 abitanti, arrivando a essere la quindicesima città del regno con 109.000 residenti.
Nel 1919 era stata inaugurata la Fiera campionaria internazionale, la prima in Italia a carattere continuativo; l’università era l’unica del Nordest, attirando studenti dalle regioni circostanti e dalle nazioni limitrofe, soprattutto dagli Stati balcanici nati dalla dissoluzione dell’impero austroungarico. Le organizzazioni cattoliche della diocesi – estesa su più province, con oltre 800.000 fedeli divisi in oltre 300 parrocchie – contavano più di 19.000 iscritti, il settimanale diocesano “La Difesa del Popolo” tirava 10.000 copie (contro le 4.500 copie vendute complessivamente dai due quotidiani locali, “Il Veneto” e “La Provincia di Padova”); la basilica di Sant’Antonio, il “Santo” per definizione, attirava ogni anno migliaia di pellegrini, non solo italiani. In questa città dotata di alcuni forti luoghi di aggregazione e di incontro, e dunque potenzialmente aperta e attenta anche a stimoli diversi da quelli locali, nelle elezioni politiche del novembre 1919 partecipò però soltanto il 50 per cento degli aventi diritto al voto che, per la prima volta, erano tutti i maschi maggiorenni. I risultati premiarono con tre deputati ciascuno il partito socialista e il neonato partito popolare, che ebbero in città il 47,5 e il 21,9 per cento, in provincia il 36 e il 43,5 per cento dei voti.
Furono eletti i socialisti Gian Tristano Carazzolo, Gino Panebianco e Felice Pavan, i popolari Sebastiano Schiavon (eletto per la seconda volta, a soli 35 anni), Edoardo Piva, Ettore Arrigoni degli Oddi; Giulio Alessio, docente di scienza delle finanze all’università, fu l’unico deputato eletto nella lista di “Difesa nazionale” e fu ministro nei governi Nitti, Giolitti e Facta fino all’avvento del fascismo, cui si oppose strenuamente per tutta la vita. Non pareva dunque ci fosse un vero pericolo, né da destra né da sinistra, piuttosto i dati segnalavano una maggiore presenza dei socialisti riformisti in città, dei cattolici più impegnati politicamente, soprattutto in favore della classe contadina, in provincia. Questo valeva soprattutto in riferimento alla figura di Sebastiano Schiavon che si era sempre battuto, con fermezza e grande rigore morale, per difendere gli ultimi tra gli ultimi, i coloni, i contadini più poveri, i braccianti.
Il Fascio di combattimento padovano era stato fondato – così scriveva lo storico fascista Giorgio A. Chiurco – nell’aprile del 1919, dai De Marchi e da un “gruppo sparuto” di ex combattenti e studenti universitari: all’inizio dell’estate era quasi scomparso. Si ricostituì sulle stesse basi nell’agosto dell’anno successivo e tenne una prima assemblea pubblica alla Gran Guardia il 10 settembre. Ne scaturirono due telegrammi, a D’Annunzio e a Mussolini. Il primo, allora a Fiume, era definito “eroe supremo della Patria” e il Fascio padovano si dichiarava “solidale con lui eroe, salvatore e difensore tetragono in Fiume italiana, con lui in ogni evento, in vita ed in morte!”. Più tiepido il telegramma inviato a Mussolini, “strenuo difensore del fascismo”, a cui il Fascio inviava un “saluto fraterno”. Era il punto più alto della crisi di Fiume e sembrava che la rivendicazione di Fiume italiana fosse anche l’apice delle richieste italiane contro la “vittoria mutilata”.
Con l’inizio dell’anno successivo, che vide la scissione del Partito socialista e la fondazione del Partito comunista alla conclusione del Congresso del Psi a Livorno, di fronte alla nuova, più evidente minaccia rivoluzionaria in Italia (certo presente, ma non con la forza che le era attribuita dalla destra e dalla paura crescente di molta parte della popolazione), anche le priorità del movimento fascista cambiarono. Il “nemico” venne identificato nel comunismo, nella propaganda “sanguinaria” e soprattutto “antiitaliana” che andava costruendo, nel clima di odio che, a parere del movimento fascista, cercava di instaurare: queste motivazioni portarono i Fasci, anche quello di Padova, a una guerra aperta e senza esclusione di colpi. Il nemico comunista e socialista veniva sempre indicato come il primo responsabile della violenza, come un offensore del movimento fascista e dello Stato, e contro di lui si moltiplicarono le violenze. Secondo il prefetto di Padova i comunisti non rappresentavano un pericolo, erano pochissimi e venivano controllati con cura, non riuscivano nemmeno a raccogliere abbastanza persone per un comizio di propaganda… ma questa era la voce dello Stato e non poteva impedire che “voci” e reazioni inconsulte provocassero scontri e violenze, soprattutto in provincia.
Se infatti il Fascio cittadino stentava a costituirsi, nonostante l’invio da Milano anche di commissari ad hoc, nelle campagne la situazione era diversa. L’Associazione agraria, fondata durante la guerra da Augusto Calore, giornalista de “La Provincia di Padova” di cui divenne poi direttore, associazione che raccoglieva piccoli proprietari terrieri conduttori, coloni e mezzadri, costituì delle squadre d’azione, il braccio armato dei “Fasci agrari”, che si scontrarono duramente, a partire dall’estate del 1919, con i braccianti e i contadini poveri riuniti nelle leghe rosse e bianche, cioè appoggiate dai socialisti o dal clero locale. Nell’estrema povertà delle campagne padovane (dove migliaia di famiglie vivevano nei “casoni” costruiti con argilla e paglia, pavimento di terra battuta, senza acqua e naturalmente senza tutti gli altri servizi, spesso in coabitazione con galline e maiali), i braccianti e gli avventizi chiedevano patti agrari che prevedessero un minimo di giornate lavorative garantite e un minimo salariale che permettesse di vivere anche nelle stagioni a bassa o nulla attività lavorativa. Le trattative con i rappresentanti dell’Associazione agraria finivano regolarmente in scontri armati, con feriti da ambo le parti e qualche vittima.
