Ricordo di padre Enzo Poiana a nove anni dalla scomparsa, amico e guida spirituale

Una memoria che non svanisce, perché nutrita di stima e di affetto

Nei frequenti “amarcord” di una (ormai) lunga vita, trascorsa dai 25 anni in poi in terra veneta, ma pur sempre legata per radici e crescita e maturità nella mia amatissima Romagna,  c’è un capitolo abbastanza nutrito di pagine riguardante i miei rapporti con ordini religiosi: dai cappuccini ai frati minori conventuali di Ravenna a quelli di Padova: minori conventuali della basilica di Sant’Antonio, cappuccini del santuario di padre Leopoldo, e poi, gli strettissimi legami con la realtà monastica sublacense dell’abbazia di Praglia (dove mi sono sposato e dove ho avuto e dove conservo un grande amico), nonché quelli saltuari, ma ben vivi, con gli eremiti del Monte Rua – Camaldolesi della riforma di Monte Corona, di cui ho ampiamente scritto nel libro “Anarchico il pensier…” (Neri Pozza Editore).

E ci sono occasioni nelle quali, pur quasi del tutto fermo nel mio “eremo laico” di Cusignana di Giavera del Montello, in provincia di Treviso, ritorno con la memoria a luoghi, momenti, figure di religiosi di quelle realtà che porto nel cuore.

Se penso a Ravenna: padre Roberto da Casola Valsenio fra i cappuccini, col quale, bambino (il mio babbo frequentava il convento e la chiesa di via Oberdan, dove era penitente di padre Cherubino – gli edifici sono rimasti, ma da anni i frati non ci sono più!) in autunno andavo nell’orto-vigna a staccare un grappolo di Uva Regina, o di Uva della Madonna (le mie preferite); poi, padre Alfonso Lamberti con gli scouts e padre Giovanni Lambertini realizzatore del grande e famoso presepe della chiesa di San Francesco, nonché appassionato di astronomia, dei minori conventuali.

Nei quattro anni di attività nella redazione del Gazzettino a Belluno, frequentai sacerdoti ma non religiosi. Dovevo arrivare a Padova, dove ho abitato per 36 anni, per avere rapporti, sia professionali, sia in ordine alla fede, con le realtà che ho citato.

Mi fermo al Santo. E per un semplice ma validissimo motivo. È la vigilia del 16 agosto, e nove anni fa, di mattina, a Bibione, nella casa vacanze dei frati minori conventuali, moriva improvvisamente padre Enzo Poiana, rettore della basilica, grande amico, religioso stimatissimo, di fede profonda e con solide capacità di governo, alpino prima di prendere i voti.

Dei frati del santuario antoniano passati nel mondo dei più, ecco alcune figure tuttora presenti nel sentimento del cuore e nei Requiem che dico al Signore (giuste le esortazioni di padre Giovanni Luisetto (profonda fede, retta dottrina) di pregare frequentemente per i defunti): fra’ Luciano Forese, il sacrista di poche parole, dall’aspetto burbero, che univa efficienza e pietà – il ricordo più significativo riguarda due momenti.

Un tardo pomeriggio invernale, brumoso e uggioso in una Padova affogata nella nebbia. Rari i pellegrini in basilica. Entro in sacrestia, le luci spente, e nell’angolo a sinistra, intravvedo nella penombra, la figura di fra’ Luciano. Seduto, la corona del Rosario fra le dita, un lieve muoversi delle labbra in preghiera: immagine per me incancellabile di una giornata degli anni Ottanta del secolo scorso…

Tempus inesorabile fugit, e fra’ Luciano invecchiato lasciò il convento del Santo per approdare alla casa dei frati anziani di San Pietro di Barbozza.

Un giorno del mese di marzo del 2003, mentre mi trovavo nella casa materna della mia futura moglie ai piedi del Montello, ricevetti una telefonata da Padova dell’amico romagnolo Giorgio Cicognani. Mi avvertiva che fra’ Luciano era ricoverato nell’ospedale di Montebelluna in condizioni critiche. Non persi tempo e mi affrettai al reparto. Nella stanza in penombra, lo trovai disteso sul letto coperto da un lenzuolo dal quale emergevano soltanto il viso e un braccio. Aveva gli occhi chiusi. Gli accarezzai una mano, sostando qualche minuto in preghiera. Pochi giorni dopo (24 marzo) seppi del trapasso.

Un altro, fra i molti religiosi conosciuti (padre Guido Convento, padre Angelico Poppi, padre Giuseppe Ungaro, fra’ Claudio Gottardello, e poi Olindo, Michele, Vittorino, Guglielmo, nonché la mitica guardia pontificia cavalier Giovanni Turato), ha lasciato in me un profondo ricordo: Pio Capponi, romano simpaticissimo, prestigioso direttore della Cappella musicale antoniana.

Veniamo a padre Enzo Poiana.

16 agosto 2016. Giorni prima gli avevo spedito una lettera di auguri per l’onomastico (si chiamava Lorenzo), richiamando la famosa lirica del Pascoli “X Agosto”, lettera che non fece a tempo leggere.

La notizia di “quella” morte improvvisa mi trovò incredulo, provocando in me turbamento e profondo dolore, uno stato d’animo che accomunò tantissime persone che ben conoscevano il rettore: frati, sacerdoti, laici.

L’indomani, composta la salma in una sala al pianterreno del convento antoniano, si poté rendergli omaggio. Andai nella tarda mattinata, rimanendo impressionato per il volto e le mani con una “strana” abbronzatura: Il sole di Bibione dei giorni precedenti, o un effetto della morte? Ero solo. Gli baciai una mano. Mormorai una preghiera.

Al funerale, nella basilica antoniana, una folla di fedeli, nonostante il periodo feriale agostano, con nutrite rappresentanze di alpini delle sezioni di Gorizia (padre Enzo era nato a Corona di Mariano del Friuli) e Padova – il suo cappello con la penna nera era stato posto sul feretro…

Da allora, non passa giorno senza i Requiem per lui. In particolare, la preghiera si fa intensa il 16 agosto…

Sono passati nove anni da quel giorno doloroso, ma il ricordo non si è sbiadito. Perché fatto di stima e di affetto: per un frate che era veramente frate, per un alpino che era veramente alpino (la vocazione religiosa l’aveva maturata proprio nel servizio militare portando il cappello con la penna nera), per un amico che era veramente amico, e tale è rimasto, oltre la morte, perché se è dei romagnoli la fedeltà, io fedele alle amicizie resto e resterò sempre, facendo mie le parole del padre Lacordaire: “[…] continuerò ad amarvi al di là della vita. L’amore è l’anima e l’anima non muore”.

Amen.

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