“La saggezza del convento”: l’eredità delle monache per il nostro mondo attuale
Giorni or sono, chiacchierando con Alessandra, un’amica e collega dell’Università di Udine, ho scoperto l’esistenza di un interessante volume, pubblicato nella versione italiana – traduzione di Giulia Zavagna – dalla casa editrice Mondadori, nell’aprile 2026. Le autrici, Ana Garriga e Carmen Urbita, sono due ricercatrici spagnole che hanno dedicato gran parte dei loro studi alla vita e alle opere delle monache del XVI e XVII secolo, scorrendo manoscritti, lettere, autobiografie, registri contabili, trattati mistici, racconti di vita, scovati in molteplici archivi europei ed americani. Sono, tra l’altro, ideatrici di un podcast di grande successo dal titolo La hijas de Felipe, prodotto da Radio Primavera Soun, definito: “un rifugio di deliberato anacronismo, uno spazio in cui gli angoli più remoti del XVI e XVII secolo e i recessi più impenetrabili del presente si sovrappongono in un anacronismo strategico per suggerire riflessioni e connessioni inaspettate”. Le stesse considerazioni ora appaiono nel presente volume che sviluppa il concetto di “stare insieme”, al di là di ogni desiderio di spiritualità.
D’altra parte, viviamo un particolare momento storico, in cui le vocazioni sembrano essere del tutto superate e i fedeli, che sostenevano concretamente le comunità religiose con donazioni e i lasciti, sono praticamente scomparsi. A resistere è l’attribuzione dell’8 per mille, insufficiente a far fronte alle diverse esigenze di restauro di edifici o di sostentamento di frati e di monache. Di conseguenza, per tagliare le spese, vengono dismessi edifici, ormai improduttivi, e i pochi occupanti sono distribuiti in altri luoghi. Così è accaduto ai quattro seminari delle Diocesi di Vicenza, Padova, Rovigo-Adria e Chioggia accorpati nella casa “Madre Teresa di Calcutta” di Sarmeola (Padova), all’interno dell’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio. Anche per le circoscrizioni ecclesiastiche la situazione è la medesima: si sono intensificate le cessioni di edifici, proprio perché i costi di manutenzioni risultano insostenibili, come testimoniano la vendita della chiesetta della parrocchia di San Pietro Apostolo a Fontanelle di Treviso. Lo stesso don Silvano Trincanato, parroco del Bassanello, a Padova, per poter pagare vari lavori di restauro, ha alienato ad un ente di formazione vicentino, nel giugno 2024, il Centro parrocchiale e il campo sportivo.
In sostanza, solo negli ultimi vent’anni in Veneto – un tempo straordinariamente ricco di istituzioni secolari, conventi, scuole, monasteri, seminari – sono letteralmente scomparse una dozzina di strutture. Molte altre si stanno esaurendo a poco a poco. Un fatto curioso: il monastero cistercense di San Giacomo di Veglia, a Vittorio Veneto, vive da alcuni anni una crisi interna. Mentre in passato il convento di clausura, situato tra le colline trevigiane, patrimonio dell’Unesco, era rinomato per la produzione di bottiglie di prosecco docg – che hanno un’elevata garanzia di qualità e origine controllata –, ora è quasi vuoto. Altre cinque suore hanno deciso di unirsi alle dieci consorelle che se ne sono andate nel 2023, in seguito all’allontanamento della madre badessa e al successivo commissariamento stabilito dal Vaticano.
Davvero strana la ribellione di queste monache che hanno fatto voto d’obbedienza. Ciò mi riporta alla mente la condotta della messicana Sor Juana Inés de la Cruz (1648-1695), una delle maggiori poetesse del Barocco, entrata in convento all’età di 18 anni e raggiunta in breve l’ambita carica di badessa. Ha osato ribellarsi al vescovo perché riteneva ingiusta l’accusava di “far miglior uso de suo ingegno e di rivolgerlo alle cose sacre”, proprio dopo avere discusso problemi di carattere teologico: la clausura era spesso l’unico spazio in cui una donna poteva accedere alla cultura scritta. Memorabile è l’autodifesa, forte, sincera e appassionata, con cui la monaca rivendica il diritto della donna alla conoscenza, difendendone la libertà nella ricchezza singolare di curiosità e di intelligenza, di lucidità critica, di vivacità e di ostinazione. Ciò non poteva certo sfuggire ad Ana Garriga e a Carmen Urbita: uno dei sette settori in cui è suddiviso il volume sopra citato – Amiche, Lavoro, Corpo, Amore, Soldi, Spirito, Fama – esalta l’attività di Sor Juana, la cui capacità finanziaria e gestionale si rivela assoluta. Altre monache – Jeanne des Anges, Santa Teresa, Caterina da Siena, Maria di San Giuseppe, Ildegarda di Bingen, Arcangela Tarabotti, Anna di Gesù e Beatriz de la Conception – manifestano, pur nel rigore della fede, un’insubordinazione strisciante, sovente camuffata dallo spirito di collaborazione femminile o dalle amicizie “particolari”, dalla caparbietà nell’affrontare le “ripugnanze” quotidiane o dalla ricerca della santità e, con essa, della fama. Il risultato è una visione diversa del Barocco, inedita e tutta al femminile, dove s’intrecciano filologia, storia culturale, studi di genere – compreso il diritto a lamentarsi o a seguire le “sante anoressie” –, lavoro e creatività, amicizia e amore, politica ed economia, da cui trarre insegnamento.
Non a caso le autrici dichiarano: “Ben presto ci siamo rese conto che una combriccola di carmelitane scalze spagnole del Cinquecento poteva analizzare la complessità del panorama amoroso contemporaneo con una finezza che nessun episodio di Sex and the City avrebbe mai potuto raggiungere; che una clarissa cappuccina che pratica il digiuno nell’Italia del Seicento può aiutarti molto più di qualsiasi guru della body positivity; e che nessun intervento di Ana Botin sull’empowerment femminile sarà mai all’altezza delle lezioni che una gerolamina messicana può offrirti per imparare a gestire il tuo capo. Clarisse, carmelitane scalze, gerolamine, domenicane, benedettine… Fra tutte avevano accumulato una saggezza collettiva che, inaspettatamente, sembrava fatta su misura per ciò che ci teneva sveglie la notte” (pp. 14-15).
Tali considerazioni trovano riscontro nella nascita di un recente movimento culturale che si sta diffondendo oggigiorno: la nuncore, fusione ironica tra nun/suora e hardcore: termine inglese usato in senso generico, per descrivere qualcosa di spinto o talvolta estremizzato oltre i limiti. Vengono recuperati i codici dell’abbigliamento monastico femminile – velo, soggòlo, ovvero l’ampio nastro che, passando sotto il mento, avvolge il viso e il collo congiungendosi alla sommità del capo, gonna lunga, tessuti opachi, assenza di ornamenti – e innestati in un contesto profano. Ne sono esempio le sfilate di alta moda di Balenciaga, di McQueen e di Chanel, conformi nell’uso dei colori nero, grigio e bianco, dei capi essenziali, delle gonne lunghe abbinate a camicie rigorosamente bianche, dei tailleur dal taglio essenziale, in un evidente rimando allo stile monastico.
Se il mondo dell’online si è dimostrato particolarmente sensibile nel fare propria tale tendenza, prevalentemente femminile, pubblicando diversi reel su Tiktok e nelle bacheche Pintneerest – ossia il luogo in cui vengono salvati i Pin –, quello musicale, soprattutto con l’album “Lux” della pop star Rosalia, ha avuto un ruolo decisivo nel portare detta estetica al di fuori dell’online. Seguono Lili Allen, col disco West End Girl, e Rihanna, fotografata sulla copertina di Interview Magazine, vestita da suora sexy. I capelli sono accuratamente coperti dal velo, simbolo ambiguo, segno di sottomissione e al contempo di potere, di rinuncia e di autorità. Lo mettono in risalto le due autrici che, nell’originale “convento portatile”, narrano esperienze amorose, intellettuali, spirituali, economiche, in un costante riferimento a serie tv, film, album musicali, esperienze personali.
È la dimostrazione che “tutto ciò che stiamo attraversando è già successo a loro”, sostengono le studiose nel descrivere il contesto conventuale come luogo emblematico ed esistenziale, dove si sperimentano modi alternativi di vivere, amare, lavorare, relazionarsi, amministrare, resistere. Questa “sorta di fame conventuale” – osserva Urbita – “non ha tanto a che fare con l’arrivo di un nuovo boom spirituale o religioso, quanto piuttosto con una sorta di fantasia di vivere maggior tempo in comunità, in uno spazio più femminile e autogestito”. Nella rivelazione di una stanchezza profonda nei confronti del regime della visibilità permanente, evidente è l’invito di rivolgere l’attenzione all’intimità dei pensieri, alle estetiche del silenzio, alle piccole cose che il microcosmo monacale esalta, in contrasto con la grandiloquenza, l’epica e la violenza, proprie della narrazione dei secoli XVI e XVII. Per tale motivo, si tratta di un libro che “può salvarti la vita” – si legge in copertina –, scritto con profondità di analisi, facendo intravedere una possibile soluzione all’attuale crisi del lavoro, degli affetti e delle relazioni.

