Stagione della memoria: Auschwitz e foibe, ma anche gli Armeni e i cristiani

L’inverno che sta concludendosi, da quando sono state istituite le celebrazioni delle due grandi tragedie storiche più note, è “stagione della memoria” tradizionalmente dedicata ovunque agli orrori di Auschwitz o delle foibe. Ma può venir fatto di ripensare anche ad altri, la cui “memoria” sembra essersi dimenticata.            

Intanto, gli Armeni. Nella mia città c’è una vecchia strada a loro intitolata e, poiché le nostre strade portano spesso il nome di nobili famiglie pistoiesi, in passato capitava di sentir chiedere che famiglia fosse questa, con questo nome così strano e insolito. In effetti ci sono voluti il successo del romanzo La masseria delle allodole di Antonia Arslan, e la successiva traduzione cinematografica del libro da parte dei fratelli Taviani, affinché non si potesse più ignorare che il primo genocidio del XX secolo è stato quello dei cristiani armeni, compiuto fra il 1915 e il 1922 con “tedesca” sistematicità ed efficienza dalla Turchia musulmana.

“Sarebbe stato possibile costringere la Turchia, legata da tanti interessi a tutte le nazioni europee, a non straziare chi non domandava altro che d’essere lasciato in pace. Mai niente fu fatto”. Purtroppo queste parole di Antonio Gramsci conservano ancora una triste sinistra attualità, perché dopo il 1989 alla sistematica persecuzione dei musulmani turchi si è aggiunta l’aggressività del nuovo Stato ex-sovietico dell’Azerbaijan, in espansione su quella striscia di terra cristiana fra il mar Nero e il Caspio, l’Artsakh, a cui si era ridotta l’Armenia. Due anni fa, nonostante le proteste e gli appelli di Amnesty international, della Croce Rossa e di eminenti personalità religiose, gli azeri hanno bloccato il “corridoio” di Lachin, cioè l’unica via per il rifornimento alimentare e sanitario, costringendo all’esilio per fame una popolazione civile che, anche dopo la sconfitta militare, si ostinava a voler restare nella sua Patria.

Il prossimo 6 marzo verrà aperta al Vittoriano di Roma una grande mostra intitolata ”Armenia, il popolo dell’Arca”, che illustra la inconfondibile identità della cultura, arte, liturgia, scrittura e storia degli armeni, fedeli depositari di una antichissima civiltà risalente a Noé, la cui Arca, secondo la tradizione, approdò nel Caucaso; e che furono cristiani prima di noi e tali si sono mantenuti, a quanto pare, meglio di noi. Tuttavia non risulta che fra le tante manifestazioni della memoria storica ce ne sia mai qualcuna dedicata a loro, né nelle scuole, né nelle piazze, né da parte dei mass-media che normalmente si sprecano su questo tema.

La medesima osservazione si può fare a proposito dei massacri dei cristiani in tutto il mondo, anche se oggi sono di gran lunga ridotti rispetto al secolo scorso, quando venti milioni di ortodossi furono nel complesso eliminati dai comunisti russi, serbi e cinesi (vedi Pierre Manseau, La bottega delle reliquie, Roma, 2011, cap. V). Ed è vero che ogni tanto le voce di Leone XIV si leva a denunziare pubblicamente “brutali atti terroristici”, come quello del luglio scorso a Komanda, in Congo, “dove oltre quaranta cristiani sono stati uccisi in chiesa durante una veglia di preghiera e nelle loro case”; e che qualche rara notizia apparsa sporadicamente su un giornale ci informa di centinaia di migliaia di persone in fuga dagli orrori della guerra civile o vittime della violenza dei fondamentalisti islamici nel Sudan, nel Congo, in Somalia, in Nigeria… Ma forse sono tutti troppo attuali e compromettenti o troppo poco interessanti perché nelle nostre “stagioni della memoria” ci sia posto anche per loro.

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